Discendente di famiglia equestre, si recò a Roma e con la protezione di Marco Aurelio intraprese la carriera degli onori; fu questore (170), tribuno della plebe (176) e pretore nella Spagna (178). Sotto Commodo cadde in temporanea disgrazia ma poi riacquistò credito e fu governatore in Gallia (187), in Sicilia (189) e nella Pannonia superiore (192). Quivi, alla morte di Pertinace (marzo 193), fu acclamato imperatore dai suoi soldati mentre
quelli della Gallia acclamavano il loro comandante Clodio Albino, quelli d'Oriente Pescennio Nigro e a Roma i pretoriani eleggevano Didio Giuliano. S. venne subito in Italia; si alleò con Albino mentre Giuliano era ucciso, ed il Senato lo riconosceva imperatore. Marciò allora contro Pescennio e lo sconfisse presso Isso (194). Ritornato in Italia, combatté contro il collega Albino e lo sconfisse a Lione (197) rimanendo solo imperatore. Instaurò allora una politica antisentatoria riallacciandosi a quella di Commodo al quale decretò l'apoteosi. Dopo una nuova campagna in Oriente finita male, ritornò in Italia e si diede ad organizzare e pacificare l'Impero che si dibatteva in una profonda crisi sociale, morale e militare. Dormò la rivolta di Bullo Felice, impinguò le casse dello Stato aumentando le riscossioni del fisco, favorì in ogni modo i militari per togliere loro ogni pretesto di rivolta. Curò l'organizzazione delle province, specialmente dell'Africa, e attese alla codificazione del diritto; diede nuovo impulso al culto imperiale.
Nei riguardi del cristianesimo S. all'inizio si mostrò tollerante anzi addirittura favorevole. Tertulliano riferisce che aveva nel suo palazzo un medico cristiano, che affidò ad una nutrice cristiana il proprio figlio Bassiano e che si oppose energicamente al furore popolare tumultuante contro i cristiani (Ad Scapulam, 4). Non mancavano però anche nei primi anni del suo impero delle vittime, dovute a sommosse popolari o all'animo ostile di qualche magistrato provinciale, come in Africa (Tertull., Apolog., 12, 30, 37), ad Alessandria (Clemente, Stromata, 11, 125), in Cappadocia (Ad Scapulam, 3). Ma le buone disposizioni di S.S. verso i cristiani non durarono a lungo. Dopo la guerra pratica, nel 202, viaggiando in Oriente, mentre dalla Palestina si dirigeva verso Alessandria, emanò improvvisamente un decreto con il quale Judaeos fieri sub gravi poena vetuit, item de christianis sanxit (Script. Hist. Aug., Vita S., 17). Il motivo di questo decreto non è ben chiaro. Sembra che S.S. fosse spaventato e preoccupato della grande diffusione del cristianesimo così da vedervi un pericolo per la stabilità dell'Impero, e perciò proibì le conversioni punendo coloro che si convertivano e coloro che facevano proselitismo. In forza dell'Editto fu dispersa la famosa scuola di Alessandria e parecchi scolari subirono il martirio (Eusebio, Hist. ecc., VI, 4); il padre di Origene fu una delle vittime (ibid., VI, 1). A Cartagine fu condannato il gruppo di Perpetua, COMPAGNI, DINO (v.). Per altre province dell'Impero non si hanno notizie sicure, ma non è da dubitare che ci fossero altre vittime.