SIMBOLO E SIMBOLISMO - Elefante, simbolo della castità, secondo il Physiologus e i Bestiari. Miniatura del bestiario arabo alluminato da "Ali ibn Mohammed (1354) - Madrid, Biblioteca dell'Escurial, cod. arabo 898, f. 16f.
V. S e "SIMBOLISMO" NELLA LETTERATURA. - Designazione di un gruppo di poetiche affini apparse e formulate in Francia fra il 1870 e il 1890, derivate da un progressivo allontanamento dal decadentismo. Nel 1885 J. Moréas, replicando a P. Boudier che aveva accusato di "decadentismo" Verlaine, Mallarmé e la loro cerchia, definì tali poeti symboliques. Da non trascursarsi è l'apporto di una prima, più diffusa conoscenza di letterature estremo-orientali.
Il s. enuclea dalla poesia, cui volge lo sguardo (quella di Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé), un atteggiamento ed una categoria espressiva (la elaborazione del simbolo, la correspondenza), del resto eterni, e il propone a nuove personalità poetiche (quelle di Verhaeren, di Jammes, di Claudel, di Apollinaire, di George, Yeats, Hoffmannsthal) ognuna delle quali, in vario grado, per vie diverse, e con molteplici connessioni, darà espressione al tema. Influisce su altri poeti ancora, quali Gide, Proust, Ibsen, Block, Bal'mont, Valéry, Rilke, Wilde, Swinburne, il cui centro poetico è, più o meno, lontano, d'altra tradizione e di diverso colorito.
Schematicamente si potrebbe ravvisare il "sigillo" che il s. imprime su immagine, ritmo, suono, ecc. nello scorporamento di essi, ciò che lo riavvicina, in realtà, al parnassianismo cui intende reagire, e (ciò che è piuttosto suo aspetto di eroismo e zelo religioso-parrottiico fu anche celebrato (Iudt. 9, 2). Nel primo viaggio che fece in Egitto durante la carestia, S. fu tenuto da Giuseppe in ostaggio, non essendo il primogenito Ruben colpevole della vendita del fratello (Gen. 42, 25.36; 43, 23). In Egitto lo raggiunsero poi con Giacobbe i suoi sei figli (ibid. 46, 10; cf. I Par. 2, 1; 4, 24 sgg.).
Le notizie principali sulla tribù di S. sono date in Jos. 19, 1-9. Il suo territorio era tra Bersabee e il Mar Morot, a sud di Giuda, con cui la tribù sembra annessa (ibid. 19, 1) e da cui effettivamente fu assorbita: è il Né-ghebb, vasta zona desertica, in cui la tribù più che stanzata appariva dispersa (I Par. 4, 39-43), idea riflettuta nel minaccioso vaticinio di Giacobbe (Gen. 49, 7) e nel fatto che nella benedizione di Mosè (Deut. 33) la tribù è omessa.
Il declino della tribù appare fin dall'epoca del deserto: i Simeoniti atti alle armi al Sinai erano 59.300 (Num. 1, 22), nelle steppe di Moab solo più 22.200 (ibid. 26, 12-14). L'occupazione del territorio affidato a S. avvenne con l'aiuto di Giuda (Iudc. 1, 3.17), che si tenne la parte migliore: quella toccata a S. non era che steppa o deserto. Ciò spiega anche perché in questa tribù vi era la sola città levitica di Asan (I Par. 6, 59.65 [ebr. 6, 44-50]; Ain in Jos. 21, 4.9.16 è da correggere in Asan). I Simeoniti forniscono ancora 7100 guerrieri a David (I Par. 12, 25). Ma già in quest'epoca, e sempre più spesso in seguito, le città già di S. vengono censite come giudaiche: Bethel, Ramoth a sud, Arama, Asan (I Sam. 30, 27-30), Bersabee (II Sam. 24, 7; I Reg. 19, 3; II Reg. 23, 8), Siceleg (I Sam. 27, 6), ecc. (cf. I Par. 4, 28-31).
Le notizie successive lasciano intendere che la tribù dovette attraversare difficoltà particolari, contro cui cercò di reagire: in parte fu assorbita da Giuda, in parte forse