4 Sub tuum
nisericordiam
coafugimus
Dei Geatiris; nostram
deprecationem no la-
dicas in tentationem
sed de periculo
libers nos,
sola casta
et benedicta.
(d) A. F. Mercenier, L'Anticnne Mariae grecque la plus ancien-
in Le Mueton 52 (1932), p. 231.
* SUB TUUM PRAESIDIUM - Testo del papiro della Rylands Library.
n. 470, col. 1, posto a confronto dal p. F. Mercenier con i testi bi-
zantino, col. 2 (Σπολόγιον τό μέγα, ed. Roma 1938, p. 232); roma-
no, col. 3; ambrosiano, col. 4 (Missale ambrosianum, Milano 1831,
pp. 381-92); e la versione latina del testo copto, col. 5.
i Gesuiti fa parte dell'unico esercizio quotidiano di pietà
ch'essi praticano in comune. Notevole è l'inizio, sempli-
ficato con l'omissione della parola misericordia (εὐσπρά-
γχλά), e la finale: Libera nos semper, Virgo gloriosa et
benedicta. Il semper è unito, anche nella melodia grego-
riana, a libera nos, mentre criticamente dovrebbe unirsi
a Virgo, secondo il caratteristico epiteto greco 'Αστρά-
πθενός: termine, però, che non si trova nella formula ori-
ginaria, né in quella della liturgia bizantina, che invece
ha il corrispondente μόνν ἀγνή. La parola gloriosa è pure
una variante romana: non si sa se antica; il p. Mercenier
ammette che possa essere originaria (σεμνή); manca nel-
l'Antifonario di Compiègne e nella liturgia domenicana.
La melodia gregoriana, di VII modo, nella sua semplicità
quasi sillabica, esprime un sentimento di confidente e
filiale abbandono, e, nell'insistente motivo, l'urgenza di
un soccorso immediato. Prima della restaurazione grego-
riana, in Italia era in uso anche un'altra melodia di II
modo (cf. J. Pothier, Antienne «S. t.», in Rev. du chant
gré», 2 [1893-94], pp. 3-4).
b) Liturgia ambrosiana. - Il testo milanese (Sub
tuum misericordiam) deriva da quello bizantino ('Υπὸ τὴν
ἀγνή εὐσπράγχλά); ma sembra posteriore a S. Ambrogio,
anche per l'errata traduzione «ne inducas in tentationem»
(invece di: ne despicias in necessitate), la quale non può
essere attribuita al Santo, che conosceva bene il greco;
tale variante potrebbe però non appartenere alla traduc-
zione originaria, ed essere una tardiva contaminazione
dell'orazione domenicale. Nel medioevo la preghiera si
usava (secondo il cod. T 103 Sup. della Biblioteca Am-
brosiana) nella VI domenica di Avvento, tra le antinome o
psallendae litaniche (cf. Cagin [V. op. cit. in bibl.]). Oggi si
ha solo come antifona post Evangelium in alcune Messe
della Madonna (5 ag. e 16 luglio [medesima Messa]; S.
Maria in Sabbato [Messa feriale] e Messa votiva solenne).
È anche cantata dal popolo con melodia propria del rito.
c) Liturgia bizantina. - Nei confronti del testo ori-
ginario dato dal Pap. Ryl., 470, quello della liturgia bi-
zantina costituisce una forma più elaborata, con varianti
dovute soprattutto alle esigenze del ritmo.
Nella liturgia bizantina (e quindi nei vari idiomi propri
del rito) la preghiera è adibita come θεοτοκλόν (tropario
in onore della «Madre di Dio») alla fine dei Vespri fe-
riali ('Προλόγιον, Roma 1876, p. 104; 2ª ed. 1873,
p. 232), sempre associata all'Ave Maria che precede come
primo tropario (θεοτοκλόν παρθένε χαῖρε).
d) Altri riti orientali. - Le Chiese armena, siro-anti-
chena, siro-caldea e malabarica, maronita, etiopica, anche
se non posseggono il S. t. p. nella loro liturgia, lo hanno
nei loro libri di devozione (a quanto sembra, per influsso
di Roma). I Maroniti ne fanno, con le Litanie lauretane,
un uso frequentissimo (in arabo, adibito in tutte le funzio-
ni estrattologiche). Per i cattolici dell'Etiopia fu tradotto
dal latino dai missionari, e si recita insieme alla Salve Re-
gina. La formula siro-antiochena, la quale sembra molto an-
tica, ha diverse varianti, di sapore biblico, che ne costitui-
scono una profonda rielaborazione (cf. P. Hindo, Disciplina
Antiochana antica: Siri, IV [Fonti per la Cod. can. Orient.,
2ª serie, fasc. 28], Città del Vaticano 1943, p. 307, nota 1).