TABACCO

TABACCO. - Solanacea, cui C. Linneo diede, il nome di Nicotian tabacum in onore di J. Nicot di Villemein, che per primo coltivò la pianta nei giardini reali portoghesi. Ne esistono numerose specie e varietà (secondo alcuni autori fino a 60 specie) quasi tutte di origine americana. Il primo trasporto di semi dal Brasile in Francia risale al 1556 per opera del monaco André Thevet.

L'uso di fumare il t. cominciò in Europa, prima in Spagna (1570), poi in Inghilterra (1586), essendo adottato nei primi anni specialmente in Francia per combattere il mal di denti. All'epoca di Luigi XIII il fumo divenne un'abitudine voluttuaria, ma all'inizio era proibito fumare per la strada e nei locali pubblici, tanto che esistevano locali appositi (tabagies) per i fumatori. Mentre l'uso di fumare il t. si andava sempre più diffondendo nelle classi meno agiate, nell'aristocrazia, invece, prevaleva già nel sec. XVII l'uso del t. da fumo. Carlo I d'Inghilterra fu il primo a sfruttare economicamente l'abitudine del fumo, istituendo il Monopolio di Stato.

Il t., entrato in Europa come pianta medicinale, ha ora perso praticamente ogni uso terapeutico; solo in Grecia, Spagna, Portogallo e Romania, le sue foglie sono officinali e iscritte regolarmente nelle rispettive farmacopeie. In campo botanico, viene sfruttata l'azione insetticida della nicotina, utilizzando infuso di t. per la lotta contro gli affidi.

In rapporto alla presenza nelle foglie di t. di una percentuale di nicotina (alcaloide molto tossico per l'organismo) oscillante dal 0,6 al 7 o 9%, l'eccessivo uso del fumo può produrre fenomeni di avvelenamento. Oggi si ritiene, però, che questi siano dovuti solo in parte alla nicotina, mentre entrerebbero in gioco, oltre fattori individuali predisponenti, la liberazione di altre sostanze durante la combustione del t. (basi piridini, ammoniaca, corpi fenolici e pirrolici, acido cianidrico, ossido di carbonio, formaldeide, ecc.).

L'avvelenamento acuto oggi è raro, per la grande facilità con cui l'organismo si assuefa alla nicotina. Basta pensare, infatti, che questa sarebbe letale alla dose di 5-10 ctgr, che in una sigaretta (pari a ca. un grammo di t.) sono contenuti in media 2 ctgr. di nicotina e che aspirando il fumo si assorbe ca. il 90% dell'alcaloide. Il meccanismo di tale assuefazione non è ancora chiaro e pare ravvicinabile a quello che si ha nei riguardi dell'arsenico. L'avvelenamento acuto, spesso mortale, era più frequente un tempo, quando si usavano clisteri di tabacco contro la stitichezza o impacchi di foglie per le malattie oculari.

L'avvelenamento cronico, detto anche «tabagismo», è più frequente e si ritiene causato in gran parte da una particolare predisposizione individuale. I sintomi sono principalmente: cardio-vascolari (palpitazioni, aritmie, sindromi anginosi, claudicazione intermittente), gastrici (a tipo dispettoso o anche di eteria e potsi gastrica), visivi (scotomie, emeralgia, amaurosi, disturbi del senso cromatico), nervosi (insonnia, emicrania, tremori, vertigini, spasmi vasali), oltre ai sintomi d'irritazione locale sulle vie aeree superiori e sulla mucosa boccale (da alcuni autori il cancro della lingua, del labbro e del polmone vengono posti in rapporto con l'azione del fumar). Anche l'industria del t. può dare origine a malattie cutanee a tipo eczematiforme che vengono considerate malattie professionali; frequente è l'aborto nelle lavoranti del t.

Il tabagismo si instaura con notevole lentezza e la sua gravità non dipende tanto dalla quantità di t. usata, quanto, come già s'è detto, da fattori individuali non ancora noti. Molti autori sono d'accordo nel dire che l'uso moderato del t. non è da considerarsi dannoso nell'individuo adulto sano, mentre può essere causa di gravi disturbi se presentano danni del cuore, dei vasi o del sistema nervoso. La cura del tabagismo si basa esclusivamente sulla sospensione dell'uso del t. e, se non esistono lesioni organiche definitive, lentamente si ha la scomparsa di tutti i sintomi funzionali con questo solo mezzo. I fenomeni di astinenza non sono assolutamente ravvicinabili a quelli della morfina, ma sono di natura puramente psichica, facilmente superabili con un po' di forza di volontà.

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