TARANTO, ARCIDIOCESI di. - Sede metropolitana e città capoluogo della provincia omonima nell'Italia meridionale (Puglie). Ha una superficie di 1000 kmq. con una popolazione di 338.000 ab. dei quali 337.000 cattolici, distribuiti in 44 parrocchie, servite da 153 sacerdoti diocesani e 57 regolari; ha un seminario, 12 comunità religiose maschili e 33 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 416). Ha per suffragane le diocesi di Castellaneta e di Oria.
Molte sono le leggende fiorite sullo sbarco dell'apostolo Pietro in questo luogo, ma non si hanno documenti antichi in proposito.
Un documento dell'XI o XII sec. (BHL, 1652-53), come per altre città quali Gallipoli, Pisa, Pozzuoli, ecc., racconta che Pietro sarebbe qui giunto nell'a. 45 da Antiochia e che, appena sbarcato, avrebbe guarito un ortalano infermo di nome Amasius, poi primo vescovo di T., mentre l'evangelista Marco, suo compagno di viaggio, avrebbe evangelizzato un primo nucleo della popolazione. Ora, a parte il dubbio che quell'Amasius sia veramente esistito, non solo manca ogni notizia per crederlo vescovo, ma ogni elemento di credito della leggenda stessa, che sembra certo molto posteriore ai fatti narrati. Una seconda e più tarda leggenda (l'Iter Tarentinum sanctum Petri et Marci: BHL, 6679) varia il nome del primo vescovo e al posto dell'Amasius mette un Cataldo, senz'altro ritenuto dubbio dagli storici moderni. In verità, quest'ultimo sarebbe un vescovo irlandese di Rachau, venuto a T. nel sec. VII (secondo altri nel V o addirittura nell'VIII, ma nessun'epoca ha dati sicuri) o di ritorno dalla Terra Santa o in procinto di imbarcarsi a quella volta e invece morto improvvisamente e sepolto nella Cattedrale.
Le drammatiche vicende della lotta contro i Saraceni, culminate nel saccheggio sanguinoso del 927, e la faticosa ricostruzione della città favorirono il crearsi della leggenda. Nel 1094, tra le rovine dell'antica Cattedrale, si rinvenne il corpo del Santo insieme a una crocetta d'oro col suo nome inciso. La fama del Santo assunse proporzioni inconcepibili. Nacque allora miracoli e leggende che, rapidamente diffusi, portarono il suo culto fin nelle più lontane località dell'Italia meridionale. Così s. Cataldo assunse a patrono della città e ne divenne il primo vescovo.
Tralasciando altri racconti minori e l'arduo problema delle origini, si deve constatare che anche per i primi successori che sedettero sulla cattedra tarentina, il Masona e il Renovatus citati nel catalogo, nessun documento autorizzato a ritenersi esistiti. Si deve dunque giungere alla fine del sec. V per trovare finalmente un anonimo, documentato in un'epistola di Gelasio I (Jaffé-Wattenbach, 647), in cui il Papa annunzia al clero e al popolo la prossima consacrazione del nuovo presule Pietro (493), da altri invece erroneamente citato sotto il nome di Innocentius. Poi per un altro secolo non si conosce alcun nome. Si ha, è vero, la menzione di un Cataldo II - che sarebbe sempre il noto santo - ma anche su di lui, in mancanza di fonti, si disputa se assegnarlo al sec. VI o più tardi, mentre resta ancora da accertare che sia stato veramente un vescovo di T. Si giunge così al 593, anno in cui compare un Andrea (ibid., 1249-50) accusato da Gregorio Magno di vita illecita; seguono: Onorio (603; ibid., 1889) - e non il Giovanni citato in un falso diploma (ibid., 1366) - che ottiene dallo stesso Papa il permesso di servirsi del battistero da lui costruito nella chiesa di S. Maria; Giovanni, presente al Concilio Lateranense del 649 tenuto da Martino I; Gervasio (659); Germano, nel 680 intervenuto al Concilio di Costantinopoli, e Cesareo che figura al Concilio Romano di s. Zaccaria (743). Dall'VIII al X sec. non si hanno notizie. La città, in preda al terrore dei Saraceni, nonostante i soccorsi di Venezia e dell'Imperatore d'Oriente, segue la stessa sorte della vicina Oria ed è completamente devastata. Vent'anni dopo gli Ungari non oseranno toccare quel cumulo di rovine. Con l'ascesa al trono di Niceforo Foca s'inizia la ricostruzione della città in luogo più sicuro. E la sua rinascita dovette essere così rapida che, appena dopo tre lustri, non solo appare ripristinata l'autorità episcopale, ma addirittura elevata a dignità arcivescovile. Nel 987 si ha già notizia del primo arcivescovo, Giovanni, che riesce a far concedere da Pandolfo I e Landolfo III, principi di Benevento, al presule di quella città la chiesa di S. Michele Arcangelo sul Monte Gargano con l'annesso castello. La grande autorità di cui appare investito l'arcivescovo tarentino, certamente favorito dal monarca bizantino, ha fatto pensare a taluno che per un certo periodo sia prevalso a T. il rito bizantino. Ma nessuna fonte, che si sappia, offre elementi al riguardo; tutto anzi sembra confermare che il rito prevalente, nonostante la situazione politica, fu sempre quello latino.
Dopo Giovanni, il catalogo della Chiesa è pressoché completo; basta quindi un breve cenno sui personaggi e

Taranto, arcidiocesi di - Sarcofago medievale - Taranto.
sugli avvenimenti più notevoli. Nel 1040 l'arciv. Alessandro Faccipecora dovette intervenire a sedare il mutuo di Mottola, suscitato dall'elezione dell'arcidiacono; Drogone nel 1050 riedificò il Duomo e nel 1071 fu presente alla consacrazione della chiesa di Montecassino fatta da Alessandro II. Gualtiero (1120-25), napoletano, non solo ebbe concessioni da Costanza e Beomondo II, ma da Ruggiero, conte di Sicilia e per investitura di papa Onorio duca di Puglia, fu nominato governatore politico e militare di Benevento dove costruì la basilica di S. Gennaro. Filippo (1138), eletto dall'antipapa Anacleto II, fu deposto l'anno dopo dal Concilio Romano; ritiratosi come cistercense a Chiaravalle in Francia e consacrato da S. Bernardo, fu da questi molto aiutato presso il papa Eugenio per ottenere il perdono, ma, pur vivendo santamente, ebbe solo il diaconato. Il sostituto Giraldo raccolse le reliquie di S. Cataldo in un cofano d'argento e compose la vertenza tra l'arcivescovo di Brindisi e le Benedettine di quella città.
Nel 1217, alla morte di Gualtiero II eletto l'anno prima, il Capitolo eludendo le norme pontificie nominò il successore, ma intervenne Onorio III ed elesse Nicola (1219), che quattro anni dopo intervenne alla consacrazione della chiesa di Cosenza e nel 1225 concesse ai Cistercensi di S. Maria de Ferraria di Teano di fondare due monasteri nella diocesi. Fr. Giorgio da Capua nei 1301 fu il prescelto di Bonifacio VIII che, deposte le due nomine del Capitolo, venne a sanare una pericolosa scissione; fu uomo saggio e consigliere prima di Carlo II, poi di Roberto e di Filippo principe di T.
Una confusa situazione si creò nella diocesi alla morte di Giacomo d'Adria (1378) assassinato da un tal Biagio Torto a seguito - pare - dell'aucursi del dissidio col Capitolo. Urbano VI vi trasferì Marino del Giudice, il quale però, accusato di cospirazione contro il Pontefice a favore dell'antipapa, fu deposto, imprigionato e gettato in mare presso Genova chiuso in un sacco. Il successore è dubbio; qualche nome è preso addirittura da altra sede. Nel 1391 viene finalmente eletto da Bonifacio IX Belisario, abate benedettino di S. Maria de Gualdo di Benevento. Qualche anno dopo, T. si trovò governata da tre presuli di opposte fazioni: Matteo o, secondo altri, il card. Francesco De Caris (1408) da parte di Benedetto XIII; Rinaldo Brancacci, pure cardinale, da Giovanni XXIII, e il legittimo Ludovico Bonito, girentino, eletto da Innocenzo VII (1406). Del primo, che pare abbia spogliato la Chiesa trentina di vari feudi, non si sa bene la fine; il secondo invece, tornata la pace nella Chiesa, rassegnò la sua dignità al pontefice Martino V e morì a Napoli, dove è sepolto nella chiesa di S. Angelo a Nido.
Molti furono i cardinali che resero la cattedra trentina. Basterà citare i card. Latino Orsini romano (1472) e il successore Giovanni d'Aragona (1478), figlio di Ferdinando re di Napoli; un altro Orsini nel 1491 e Raffaele Rario (1504?) nipote di Sisto IV; Antonio Sanseverino (1528), Marco Antonio Colonna (1560), e, non ultimo pur non essendo cardinale, il teatino Tommaso Caracciolo (1637) morto in odore di santità. Dal 1703, anno in cui fu traslato a Napoli il card. Francesco Pignatelli, la sede restò vacante per ben dieci anni a causa d'ingerenze dell'Imperatore d'Austria e solo nel 1713, traslato da Potenza, T. riebbe il suo presule nella persona di Giambattista Stella di Modugno. Numerosi furono nella diocesi gli Ordini religiosi, i cui conventi e monasteri risalgono in gran parte ai secc. XIII e XIV; ma non mancarono pure comunità più antiche, come quelle dei Basiliani e dei Benedettini che occupavano le due isole del golfo dette rispettivamente di S. Pietro e di S. Paolo.
MONUMENTI. - Sulla città passarono Goti, Bizantini e Saraceni e più volte l'occupatore e il predone si accanirono sui suoi monumenti; non si può parlare perciò che di vestigia. Tale è il Duomo che si eleva nel cuore della città vecchia. Le sue origini sono avvolte nella leggenda e le date, che di volta in volta si è creduto di determinare, sono pure congetture. Si sa che la chiesa primitiva era dedicata a S. Maria del Popolo e che il saccheggio saraceno ne determinò la quasi totale rovina.

Taranto, arcipiocta! di - Particolare dell'acquasantiera della cripta della Cattedrale - Taranto.
TARANTO, ARCIDIOCESI di - Particolare dell'acquasantiera della cripta della Cattedrale - Taranto.
Risorta la città, l'arciv. Drogone, il normanno parente del Guiscardo, iniziò la ricostruzione del tempio e, in seguito al rinvenimento delle reliquie di S. Cataldo (1071), dedicò al Santo la nuova chiesa. Oggi la linea primitiva è alterata dai vari restauri subiti nel 1569, 1657, 1713 e 1871-73. Romanica è la struttura iconografica di tutta la costruzione: tre navi con alto transetto e cupola; lombardo-indigena la cupola sorretta dal grande tamburo ornato di esili colonnine e archetti pensili (modi e forme fioriti altrove: Bari, Trani, Bitonto, Ruvo, ecc.); originali, oltre all'abside, il portale già sul fianco nord, ora in fondo alla scala che scende alla cripta; le sedici colonne marmoree dell'interno, avanzi di monumenti pagani; due leoni di classico modello, scarsi frammenti ora in terrati di un museo pavimentale in vermiculatum e le quarti di sculture, rivenute nel 1901, che sorreggono archi ogivi interessanti per l'epoca cui appartengono. Il duomo di T. si ricollega, senza dubbio, alle belle chiese che in Terra di Bari e nel Salento ci ha lasciato l'arte pugliese, sensibile alle forme lombarde, ma in possesso ancora di taluni elementi bizantini visibili nell'arco della crociera distrutto durante i recenti restauri e soprattutto nei capitelli, diversi per forma e dimensioni, in cui si avverte quella particolare maniera che contraddistingue alcuni esemplari di altre basiliche a nord e sud del litorale adriatico. Le altre parti della Basilica, ad eccezione del campanile tronco, del 1413, recano l'impronta moderna. Opere barocche sono: la facciata, il soffitto e il baldacchino dell'altare maggiore, quest'ultimo rifatto nel 1652 al posto del precedente (1571), ora sul fonte battesimale. Una gemma della chiesa è la cappella di S. Cataldo a destra dell'abide: iniziata nel 1657, fu compiuta solo ai primi del sec. XIX. Ha ricchi ornati e affreschi celebranti la vita del Santo (opere di P. De Matteis e G. Pagano, 1713-1804); l'altare, con il busto argenteo del Patrono effigiato da V. Catello nel 1892, conserva le reliquie entro le stupende tarse marmoree. Nel Tesoro del Duomo sono custoditi due crocifissi ebur-
TARANTO, ARCIDIOCESI di - Palazzo del governo e Rotonda dal lungomare. Taranto.
nei, un evangelario in pergamena, diversi reliquiari e la croce pettorale del Santo, forse del sec. VII-VIII. Una lapide, ora murata vicino alla porta del campanile, ricorda che una volta nel Duomo esistevano le tombe con le spoglie di personaggi illustri, quali Filippo II d'Angiò ed Elisabetta d'Ungheria sua moglie, Raimondello Orsini, ecc., prima che andassero distrutte durante i vari lavori di restauro.
Delle altre chiese di T. merita di essere ricordata quella di S. Domenico, fondata da Federico II e donata ai Benedettini, intitolata a s. Pietro Imperiale prima di passare ai Domenicani. Conserva integra solo la facciata col rosone e il bel portale, mentre l'interno venne trasformato durante i secc. XVI-XVII.
Sotto lo stesso Imperatore svevo sorse pure nei dintorni di T. la badia di s. Maria della Giustizia, ricordata in una bolla di Pasquale II del 1113. La chiesa fiancheggiata da una torre è ormai in rovina e dell'antico serba solo la facciata monocuspidale e due portali due centeschi lievemente ogivati, ma ornati con motivi orientali. Sempre nelle adiacenze della città, nel villaggio di Solito, resta una cripta basiliana detta di S. Maria di Muriverete con affreschi superstiti, tra i quali spiccano il Salvatore e le figure della Vergine e del Battista; un altro santuario cenobitico è in località «Le Petrose» e una terza cripta, detta di S. Onofrio, con numerosi frammenti di affreschi presso la masseria Todisco. Altre numerose caverne ermetiche si trovano sparse in tutta la provincia. - Vedi tav. CXXIV.