TEODORO, VESCOVO DI MOPSUESTIA

TEODORO, vescovo di MOPSUESTIA. - Vescovo di Mopsuestia in Cilicia (Asia minore) dal 392 al 428, principale rappresentante della scuola antiochena.

I. VITA E OPERE

N. ad Antiochia di Siria verso il 339, fu condiscopolo di s. Giovanni Crisostomo, che lo indusse a convertirsi ed entrare in un monastero e lo confortò, in una sua grave crisi spirituale, con una splendida lettera (Ad Theodorum lapsum: PG 47, 277-316). Per dieci anni frequentò la scuola di Antiochia (v. ANTIOCHIA DI SIRIA) diretta allora da Diodoro, poi vescovo di Tarso in Cilicia nel 378, assorbendone largamente lo spirito. Ordinato sacerdote nel 383, intraprese la sua carriera erogando e soprattutto egesperta e polemica. Fra il 386 e il 392 fu probabilmente a Tarso, donde venne chiamato alla sede episcopale di Mopsuestia, nella stessa Cilicia. Del suo episcopato poco si conosce. Pastore zelante e scrittore infaticabile, era largamente conosciuto e ammirato. Partecipò alla Conferenza di Anazarbo (392) tra ortodossi e macedoniani, al Concilio di Costantinopoli del 394 che decise la controversia tra Agapio e Bagadio per la sede di Bostra; ospitò tra il 418 e il 422 DECANO (v.) e gli altri vescovi ZOSIMAS (v.) e prima di morire nel 428 ebbe forse colloqui con Nestorio, promosso allora alla sede di Costantinopoli. Il numero delle opere, quale risulta dal Catalogo di Ebediesu (1318), dalla cronaca anonima di Seert (PO 5, 289-91), dalle catene esegetiche e dalle citazioni di molti scrittori prima e dopo il Concilio di Costantinopoli del 533 (Ecumenico V), pongono T. fra gli scrittori più fecondi dell'antica letteratura cristiana. Ma di lui non restano che poche opere intere e dei frammenti. Integri il commento ai dodici Profeti minori, ai Salmi, a S. Giovanni, alle lettere minori di s. Paolo; delle opere teologiche solo le Catechesi e gran parte dell'opera contro i macedoniani (De Spiritu Sancto). Le catene esegetiche conservano molti frammenti, ma non sempre autentici.

(cf. R. Devreesse, *Chaines exégétiques*, in DBs, 1, coll. 1084-1233) raccolti da F. Fritzsche e trascritti nella PG (v. BIBLICA); numerosi testi risultano ancora dalla letteratura polemica riguardante T., specialmente da Mario Merciatore (E. Schwartz, *Acta Conc. Occ.*, I, 5, Berlino 1914, pp. 23-28; PL 48, 1041-46), Leone di Bisanzio (PG 86, 1385-90), dal V Concilio constantinopolitano col *Constitutum* di Papa Vigilio (Mansi, IX, 157-85), dalla *Collectio Palatina*, e dal diacono Pelagio (poi papa Pelagio II) e soprattutto Facondo di Ermiana, questi ultimi due favolosi a T.

II. Esgeeta e teologo

La Chiesa orientale vide presto in lui l'esegeta per eccellenza; ma la condanna della sua posizione teologica compromise anche le sue opere eseguite, che costituiscono la maggior parte della sua produzione letteraria. Leonardo di Bisanzio dice che ancora diciottenne cominciò a stravolgere la S. Scrittura, disprezzando l'insegnamento dei dottori precedenti, rifiutando arbitrariamente i libri che non gli piacevano (*Giobbe, Giacomo, Esdra e Paralipomeni*), sopprimendo i titoli dei *Salmi* e interpretando giudicamente il *Cantico dei Cantici*.

Ma ad eccezione della lettera di Giacomo, *Giobbe* e il *Cantico*, T. non fece che seguire il canone riconosciuto dalla Chiesa di Antiochia. Quanto al libro di *Giobbe* è da notare che T. ne lasciò un commento dedicato a S. Cirillo di Alessandria. Sul *Cantico* si mostrò incerto e propone come ipotesi di considerarlo come un epitalamo composto da Salomone per celebrare le sue nozze con la figlia del re d'Egitto. Benché nel caso non accenni ad un'interpretazione più profonda, è da osservare che la giovane aveva inteso in senso spirituale messianico l'espianto parallelo del Salmo 44. Sul titolo dei *Salmi* si trovava di fronte a testimonianze contraddittorie per cui preferì attribuirli tutti a Davide.

Il III Concilio di Costantinopoli condannò una sua teoria, che distingueva due gradi d'ispirazione (per i sa-pienziali e per i libri propriamente profetici): forse potrebbe essere interpretata in un senso perfettamente ortodosso (Amann, V. BIBLICA., col. 247, contro Pirot). Le due opere perdute completamente, che trattavano probabilmente ex professo dei principi di ermeneutica, si possono ricavare in parte dalle sue opere eseguite. Rappresentate principale della scuola antiochena, T. critica energicamente l'allegorismo diffuso ed esagerato dalla scuola alessandrina e dopo aver stabilito il senso letterale, con richiamo al testo originale, anche per il Vecchio Testamento pur non conoscendo a perfezione l'ebraico (cf. R. Devreesse, *Essai sur T. de M.*, V. BIBLICA., p. 59, n. 3), pone la sua attenzione principale a chiarire il contesto storico e letterario. Biasima pertanto l'uso di applicare brani dello stesso contesto a sensi diversi, il che lo conduce a rinunciare alle interpretazioni messianiche, allora comuni, di passi che non possono applicarsi interamente al Messia. Non respinge però il senso tipico, anzi lo trova proprio dove il fatto storico previsto o descritto dall'aggiragio non giustifica l'ampiezza delle sue espressioni. Perciò riconosce propriamente messianici alcuni salmi (2, 44, 15, 54, 88, 109) e in senso accomodativo altri (21, 47, 48, 71); così ammette apertamente il valore profetico di molti testi sebbene ne scarti altri comunemente ritenuti tali. In fondo anche in questo è rappresentante della scuola antiochena, che gli allegoristi accusarono volentieri di razionalismo.

Questo difetto appare invece più grave nella sua teologia. La scuola d'Antiochia, guidata da Diodoro di Tarso, si trovò a combattere contro l'arianesimo che negava la divinità di Cristo e l'apollinarismo, che ne mutilava l'umanità per farla assorbire dal Verbo. Contro tali errori Diodoro formulò la teoria di due figli (figlio di Dio e figlio di Maria, elevato per Grazia all'adozione divina), dottrina presto condannata dal Concilio di Alessandria (362) e poi da papa Damaso (380 e 382). Occorre tenere presenti tali controversie che ebbero in seguito il loro epilogo nei Concilia di Efeso (437) e di Calcedonia (451) per comprendere la posizione di T. In tale ambiente polemico non fa meraviglia di trovare in lui delle formulazioni imprecise ed equivoche. Ma più che nelle sue opere polemiche l'esposizione serena e completa della sua dottrina va cercata nelle Catechesi, recentemente tradotte e pubblicate. Tuttavia anche da questo esame risulta chiaramente che le formule adoperate da T. IPOSTASI (v.) tradiscono una concezione erronea del mistero dell'Incarnazione. T. insegna già l'errore, a cui Nestorio ha legato il suo nome. Pur tentando di mantenersi nell'ortodossia con una terminologia ambigua, egli sdoppia in realtà il Cristo in due soggetti d'attribuzione, in due persone, la persona del Verbo nata dal Padre fin dall'eterità, e la persona dell'uomo Gesù nato nel tempo da Maria Vergine. Secondo T., l'unione tra l'assumente (il Verbo) e l'assunto (l'uomo) è senza dubbio molto stretta, ineffabile; essa termina in una personalità unica o pò-sonov, detto pò-sonov di unione; ma questa personalità unica non è affatto la persona stessa del Verbo; è una risultante dell'unione del Verbo e dell'uomo, unione che non può essere fisica, sostanziale, ma semplicemente morale, estrinseca. È una congiunzione, un'adesione dal di fuori e non un'unione dal di dentro, nell'intimo dell'essere, che faccia sì che in Gesù Cristo non ci sia che una persona fisica, quella del Verbo, che dice «Io, o Me» ad ogni azione che egli esercita sia nella natura divina sia nella natura umana. Qui è il mistero, che T. ha voluto tentar di spiegare, di razionalizzare: infelice tentativo, che non risponde alle formule della S. Scrittura, né al Credo di Nicea. Un'altra lacuna nella teologia di T. è costituita dalla sua dottrina sul peccato originale; egli ammette senza dubbio che il peccato di Adamo ha cagionato la caduta della natura umana rendendola mortale e inclinata al male; ma si esprime oscuramente sulla trasmissione del peccato per via di generazione. Queste imprecisioni non fanno meraviglia in un orientale poco informato sulla controversia pelagiana dibattuta in Occidente. Quando invece espone la dottrina cattolica sulla preghiera e i Sacramenti, nelle sue Catechesi (parallele in qualche modo a quelle di S. Cirillo di Gerusalemme), rappresenta la più pura tradizione cristiana.

III. La questione dell'ortodossia

T. visse e morì in pace con la Chiesa e con i maggiori rappresentanti del tempo, come s. Giovanni Crisostomo, s. Cirillo Alessandrino e s. Gregorio Nazianzeno e non fu da loro accusato di errore. La sua opera fu altamente apprezzata dalle Chiese orientali e largamente diffusa. Ma la condanna postuma gravò sulla sua persona e sui suoi scritti, i quali furono conservati quasi unicamente nelle Chiese di Siria e di Persia indipendenti da Costantinopoli.

La sua dottrina fu coinvolta nelle controversie nostranee e monofisiche. Malgrado le sue espressioni equivoche e compromettenti, il Concilio di Calcedonia si rifiutò di condannarlo, accogliendo anche gli elogi contenuti nella lettera di Ibas. La polemica fu risollevata un secolo Tre Capitoli (v.). Sotto l'influenza della corrente monofisica, appoggiata dall'imperatore Giustiniano, e dopo lunghe esitazioni papali Vigilio si decise alla condanna della dottrina e della persona di T. in quanto opposte alla dottrina ortodossa.

Oggi si cerca di riabilitarlo, mettendo in dubbio l'autenticità dei documenti che motivarono la condanna. Ma «l'elenco dei 55 testi teodoriani, che hanno servito a papà Vigilio per la condanna del Mopsuesteno, offre 22 numeri certamente autentici, 2 altri appena toccati, 8 positivamente dubbi, 5 certamente manipolati con fini, a quanto sembra, tendenziosi, e 20 incontrollabili» (Ortiz de Urbina, in *Orientalia christiana periodica*, 15 [1949], p. 443). Inoltre la dottrina cristologica contenuta nelle opere certamente autentiche di T. si rivela sostanzialmente identica a quella che si scopre nei frammenti citati dal V Concilio (cf. P. Parente, V. BIBLICA.). È certo però che T. non meritava l'odio acceso che lo perseguito oltre la tomba, specialmente al tempo di Giustiniano. Egli era morto in pace con la Chiesa, si poteva dunque rispettare la sua persona, pur condannando le sue formole. Quanto poi alle deficienze della sua cristologia, occorre tener presente che egli scrisse prima delle grandi controversie che hanno chiarito e precisato il problema delle due nature unite