TEODOSIO il CENOBIARCA, santo. - Fondatore del monastero di S. Teodosio, su un'altura del deserto di Giuda, e archimandrita dei cenobiti gerosolimitani, donde il suo appellativo, n. a Magarisso (o Garisso) in Cappadocia ca. il 424, m. nel suo monastero l'11 genn. 529. Il nome di T., oltre che nei libri liturgici orientali, figura nel Calendario Marmoreo di Napoli e nel Martirologio romano all'11 genn.
Per soddisfare il desiderio di dedicarsi alla vita ascetica, abbandonò la patria per recarsi in Palestina: nelle vicinanze di Antiochia visitò s. Simeone Stilita per averne consigli e, giunto a Gerusalemme, nel 451 si pose sotto la direzione dell'asceta Longino, uno dei più venerandi spoudaei che abitavano la Torre di David. Nel 455 ca. la nobile dama Ikelia, fondatrice del monastero nel Vec-
chio Cathisma, posto fra Gerusalemme e Betlemme, ottenne da Longino che T. vi si trasferisse con altri monaci agiopoliti; la pia Ikelia lasciò alla sua morte l'amministrazione temporale del monastero a T. il quale, paventando la carica di igumeno, cui era stato chiamato, fuggì a Metopa, presso gli anacoreti Marino e Luca, e si stabilì nella grotta che la tradizione diceva rifugio dei Re Magi. Il continuo accorrere di discepoli lo indusse, tra il 400 e il 470, ad erigervi un monastero dove alla più rigida ascesi si univa l'esercizio di arti e mestieri. La carità vi era generosamente praticata: i pellegrini e i mendicanti erano oggetto di quotidiane elargizioni di viveri; gli ammalati religiosi o stranieri, ricchi e poveri, erano accolti in distinti ospedali; i veterani della solitudine in un gerontecomio; le pie benefattrici in un nosocomio, gli energumeni, ossia i pazzi, in un proprio ospizio. Mentre per la Salmodia divina i monaci di lingua greca, slavonica (Bessi) e armena si radunavano in chiese distinte, per la celebrazione della S. Messa tutti si recavano nella Chiesa greca. Per i pazzi si celebrava nel loro oratorio privato. La fama della santità e delle capacità amministrative di T., igumeno di ben 400 monaci, si diffuse rapidamente nella Palestina, tanto che nel 493 venne scelto quale archimandrita di tutti i cenobiti di Gerusalemme (cf. J. Pargoire, Archimandrite, in DACL, I, II, col. 2744; P. de Meester, De monachico statu iuxta discipl. byc., Città del Vaticano 1942, p. 195).
Oltremodo energico fu l'atteggiamento di T. e del suo grande amico s. Saba (v.), in occasione della lotta contro le velleità monofisiche e anticalcedoniane dell'imperatore Anastasio. A T. e a s. Saba si deve l'organizzazione della grandiosa adunanza monastica (10 mila uomini) nella chiesa di S. Stefano in Gerusalemme (fine del 516 o inizio del 517) durante la quale il patriarca Giovanni dovette anatematizzare Severo d'Antiochia. Fu allora che il venerando T. prima di scendere dall'ambone lanciò l'apostrofe che commosse profondamente la già elettrizzata assemblea: «Se qualcuno non crede ai 4 Concili come ai 4 Vangeli, sia anatema». Nonostante il decreto di esilio emanato subito dopo da Anastasio, T. e s. Saba, adunata nuovamente tutta la popolazione monastica palestinese, inviarono all'Imperatore una vibrata protesta, specie di declinatoria contro il tentativo di far loro accettare la comunione di Severo di Antiochia. Dopo la morte di Anastasio (518), T. resse per altri 11 anni il monastero che aveva assunto l'aspetto di una vera città, posta su di un'altura da cui si potevano vedere Gerusalemme e Betlemme. Il patriarca Pietro di Gerusalemme presiedette ai funerali di T., il grande luminare del deserto di Giuda, la cui salma fu deposta nella grotta che aveva scelto per suo rifugio oltre un mezzo secolo prima. Il monastero di S. Teodosio, oggi Dejr Dōsi, distrutto
nel sec. XV, fu riedificato all'inizio del nostro secolo dai monaci greci di Gerusalemme.
d'hist. et de philol. orient., II, Bruxelles 1951, pp. 240-46 e passim. A. Pietro Frutaz