TEODOSIO I, IMPERATORE ROMANO. - N. a Cauca l'11 genn. 347, m. a Milano il 17 genn. 395. Entrato nell'esercito segui il padre nelle campagne di Britannia e d'Africa, ma dopo la sua tragica morte (376) si ritirò a vita privata. Fu richiamato in servizio da Graziano dopo la battaglia di Adrianopoli (378) con il grado di magister equitum; poco dopo fu nominato Augusto (genn. 379) e gli fu affidato l'Impero d'Oriente. Si adoperò subito con avveduta azione militare e diplomatica a pacificare quelle perbandi che predava.
TEODOSIO I, IMPERATORE ROMANO - Misurium di T. I con Valentiniano II e Arcadio. Clipeo argenteo del 388 con l'iscrizione DN THEODOSIVS PERPET. AUG. OB DIEM FELICISSIMVM X. - Madrid, Accademia reale.
brogio protestò energicamente contro l'atto brutale e scrisse una lettera all'Imperatore minacciandolo di scomunica, se non facesse penitenza; dopo tergiversazioni T. si sottomise umilmente alle ingiunzioni del vescovo e nel Natale del 390 fu riammesso alla Comunione (s. Ambrogio, Epist., 51: De obitu Theodosii: PL 16, 1209-14, 1447-68).
Ritornato in Oriente, T. dovette ancora combattere contro i barbari con i quali, dopo averli vinti, nel 392 concluse un trattato di pace. In Occidente però sogreva un altro usurpatore; il generale Arbogaste, dopo la morte di Valentiniano II (maggio 392), forse da lui fatto assassinare, fece proclamare imperatore il retore Flavio Eugenio. Appoggiandosi al partito pagano, capitanato dal prefetto del pretorio Nicomaco Flaviano, Eugenio venne in Italia; T. gli mosse contro e lo sconfisse presso il fiume Frigido (Friuli): Eugenio ed Arbogaste furono uccisi in combattimento (estate 394). L'Impero romano tornava ancora una volta nelle mani di un solo sovrano degno e capace di assicurare benessere e tranquillità per tutti, ma le speranze furono presto frustrate, poiché, ammalati gravemente, T. moriva a Milano nel gen. 395 lasciando eredi i due figli Arcadio ed Onorio che già nel 393 aveva nominati Augusti.
Se l'attività di T. fu benefica verso l'Impero non meno importante fu la sua politica religiosa nei riguardi del cattolicesimo e del paganesimo; sancì infatti il trionfo definitivo del primo sulle varie scelte eretiche ed accordò la scomparsa del secondo che aveva ancora fanatici sostenitori nel ceto senatoriale. T. non infierì direttamente contro le persone, ma continuando la politica di Costanzo II e di Graziano riuscì a raggiungere pienamente lo scopo. Nel 381 e 383 privava dei diritti civili gli apostati (Cod. Theod., XVI, 7, 1-2). Dopo la morte di Graziano inviò in Egitto il prefetto Cinegio con l'ordine esplicito di vietare l'idolatria e chiudere i templi. Trovandosi a Roma, dopo la vittoria su Massimo, respinse le iterate istanze del Senato che chiedeva il ripristinamento dell'area della Vittoria, ed anzi in un discorso esortò gli stessi senatori ad abbandonare le loro superstizioni pagane e abbracciare il cattolicesimo. Poco dopo tolse ogni contributo statale per il culto dei templi e vietò per Roma ogni cerimonia pubblica pagana, minacciando gravi per contro le autorità che le tollerassero (ibid., XVI, 10, 10); lo stesso decreto fu esteso all'Egitto (ibid., XVI, 10, 11) e nel 392 per tutto l'Impero stabilendo multe e confische contro i trasgressori (ibid., XVI, 10, 12). Finalmente dopo la vittoria sull'usurpatore Eugenio applicò con più rigore tutte le leggi precedentemente emanate contro il paganesimo.
Questa azione svolta da T. contro l'idolatria oltre che ispirata dal suo sentimento di cristiano convinto scaturiva anche dalla constatazione che il paganesimo non poteva più sorreggere il vecchio Impero da ogni parte minacciato dai barbari; solo il cristianesimo poteva infondergli una nuova linea e permanendo della sua cattolicità ne avrebbe potuto salvare e conservare la perennità. Il vero ed unico cristianesimo di T. perciò non poteva essere che quello cattolico, lo stesso che Pietro aveva preservato a Roma e che insegnava il suo successore Damaso (ibid., XVI, 1, 2). Da ciò deriva tutta la sua politica religiosa nel combattere le eresie ed in modo particolare quella che nel sec. IV più di tutte aveva attenato all'ortodossia cattolica: l'arianesimo. Già fin dall'inizio del suo governo, essendosi ammalato a Tessalonica, chiese il Battesimo dal vescovo locale, ma prima di riceverlo volle accertarsi che egli fosse ortodosso. Stabilitosi a Costantinopoli nel 380, prima sua cura fu quella di indurre l'ariano patriarca Demofilo ad aderire alla fede cattolica, e poiché questi si rifiutò riconobbe il cattolico s. Gregorio al quale restituì tutte le chiese della città (ibid., XVI, 5, 6). Partecipò al Concilio del 381 e ne confermò le decisioni contro gli eretici (ibid., XVI, 1, 3). Nel 383 volle tentare una pacificazione tra le varie scelte, e convoce a Costantinopoli i capi per esaminare le rispettive professioni di fede; le discussioni non approdarono a nulla ed allora T. accettata quella cattolica, fece bruciare tutte le altre, e promulgò diversi editti vietando ogni adunanza di eretici (ibid., XVI, 5, 11-13).
La molteplice attività legislativa di T. condusse così presto alla totale scomparsa dell'arianesimo nell'Impero.