TOLSTÓJ, LEV NIKOLÁEVIČ. - Scrittore russo, n. a Jásnaja Poljána il 26 ag. 1828, m. a Astápovo il 7 nov. 1910. Rimasto orfano, venne affidato alle cure di una parente, F. A. Ergólskaia, che ebbe un notevole influsso sulla formazione del suo carattere.
Trascorse la fanciullezza tra Jásnaja e Mosca dove compì i primi studi; nel 1844 si iscrisse all'Università di Kazán ma, distratto da una brillante vita mondana, seguì i corsi con scarso interesse e li abbandonò del tutto nel 1847 allorché, spartita l'eredità con i fratelli e avuta in sua parte Jásnaja, tornò a stabilirsi colà. Ancora adolescente si era allontanato dalla fede, « appresa dalla nutrice », nella convinzione che « la dottrina religiosa non partecipa della vita... è a professa lontano dalla vita e indipendentemente da essa » (Confessione), e l'aveva sostituita con un principio di autoperfezionamento morale, intellettuale e fisico, tendente a conseguire la condizione socialmente esemplare, secondo la sua stessa definizione, di uomo comme il faut. Il Diario (iniziato a 19 anni e condotto quasi ininterrottamente fino alla morte) attesta il vasto programma di lavoro impostosi come quotidiana disciplina, per raggiungere tale perfezione. Le sue letture preferite sono la Bibbia e le opere di J. J. Rousseau, e ad esse, forse più che alle correnti democratiche del tempo, va attribuito il tentativo di affrancare i propri contadini dalla servitù della gleba; che fu un insuccesso per l'atteggiamento negativo assunto da questi ultimi (cf. il Mattino di un proprietario, 1852). Una autobiografia ideale dei primi venti anni di vita si ha nei romanzi Infanzia (1852), Adolescenza (1854), Giovinezza (1857), nel cui protagonista, Irtenev, T. ha adombrato se stesso, e in Irtenev e Nechljúdov gli ambiziosi principi dell'uomo comme il faut. Ma si accorse che sotto di essi, anziché « il desiderio di essere migliore dinanzi a se medesimo o dinanzi a Dio », si celava la vanità di essere migliore « dinanzi agli altri uomini ». E ben presto la tendenza ad essere migliore dinanzi agli altri si mutò in desiderio di essere... « più glorioso, più influente, più ricco » (Confessione). Nel 1851, accettando il consiglio del fratello Nicola, si arruolò e partì per il Caucaso. Cominciò allora con lo scrivere il romanzo Infanzia, che gli fu pubblicato dalla rivista Sovreménnik (« Il Contemporaneo »), e con una
serie di racconti tratti dalle sue esperienze di guerra: Il taglio del bosco, L'incursione, ecc. Promosso alfiere nel genn. 1854, venne poi trasferito a Sebastopoli, ove combatté durante l'assedio e ricavò le impressioni che gli dettarono la trilogia Sebastopoli nel dic. 1854, Sebastopoli nel maggio 1855 e Sebastopoli nell'ag. 1855. Congedatosi nel 1856 col grado di tenente, si stabilì a Pietroburgo dove per la sua posizione sociale, e per la sua fama di scrittore, gli furono aperte le porte dei circoli letterari e mondani; ma dopo meno di un anno, stanco di ogni cosa, partì per l'estero con una fede profonda nella evoluzione sociale e individuale dell'umanità, nel «progresso»: «Allora mi sembrava che questa parola esprimesse qualcosa» (Confessione). Ma il 6 apr. 1857, dopo aver assistito a Parigi a una esecuzione capitale, anche questo suo nuovo convincimento crollava: «Capii non con la ragione, ma con tutto il mio essere, che nessuna teoria della razionalità del progresso poteva giustificare quell'atto» (ibid.). L'Europa occidentale trovò in lui tutt'altro che un am-
miratore: l'impressione che egli ne ritrasse fu anzi, nel complesso, negativa. Del suo soggiorno all'estero (1857 e 1860-61) approfittò tuttavia per studiare alcuni sistemi pedagogici, grazie ai quali (il suo metodo però fu di non avere alcun metodo e seguire il principio della «educazione libera») organizzò a Jásnaja Poljána una scuola popolare, e se ne fece maestro. A partire dal 1862 T. cominciò a pubblicare una rivista pedagogica, Jásnaja Poljána, dove, oltre ad articoli teorici, prese a stampare racconti e favole per i ragazzi. Un articolo molto importante, in quanto prepara e giustifica il futuro abbandono da parte di T. dello stile cosiddetto d'arte per uno stile popolareggiante, è Chi ha da imparare a scrivere, e da chi: i ragazzi dei contadini da noi, o noi dai ragazzi dei contadini?, in cui mostra la sua ammirazione per le composizioni dei suoi allievi. Nel 1862 T. si sposò con Sófija A. Behrs, e per alcuni anni la felicità coniugale lo assorbì completamente; risale a questo periodo Guerra e pace (1864-69), romanzo condotto a termine con straordinaria rapidità se si pensa alla sua ampiezza ed alla straordinaria accuratezza con cui lavorava T. (di alcuni capitoli si hanno fino a 7 redazioni). Dal 1873 al 1877 scrive Anna Karénina, opera che, per la perfetta architettura, la costante tensione dello stile e dell'indagine psicologica dovrebbe essere considerata il suo capolavoro in confronto anche con Guerra e pace, di concezione geniale ma di ineguale vigore poetico, e di costruzione difettosa e pletorica. Tema centrale dei due romanzi è la ricerca del fine della umana esistenza che T. individua nel vivere «secondo Dio» e nell'amore del prossimo, formale tuttavia in ambo i romanzi di contenuto non chiaro. Perduta la fede nel «progresso» T. si era riproposto il problema religioso: «Attraverso un tormento intellettuale di due anni scoprii una verità vecchia e semplice... che esiste l'immortalità, che esiste l'amore e che bisogna vivere per gli altri se si vuole essere felici eternamente. Queste scoperte mi sorpresero per la loro analogia con la religione cristiana... cominciai a ricercarle nel Vangelo, ma trovai poco. Non ho trovato né Dio, né il Redentore, né i misteri: nulla» (lettera ad A. Tolstája, 3 maggio 1859). Alquanto tempo dopo,
a Hyères, nel 1860, egli aveva assistito alla agonia del fratello Nicola, e si era chiesto quale scopo avesse la vita stessa: o aveva un perché, un senso che sfuggiva, o, se aveva per unico fine l'annientamento, era un male, e in tal caso non valeva «ingannare se stessi: è preferibile la morte alla vita — bisogna liberarsi da quest'ultima» (Confessione; ct. in Anna Karénina i pensieri suicidi di Lévin). Il pessimismo tolstoiano (di tinta schopenauriana) è caratteristico del primo periodo, allorché T. tenta di giungere a Dio attraverso la ragione, con

contrarsi con Čechov e Gör'kij. Tornato a Jásnaja, vi risiede ininterrottamente sino al giorno in cui, incapace ormai di sopportare il dissidio tra i principi professati e la vita che conduceva, risolve di abbandonare famiglia e casa. La morte lo sorprese alla stazione di Astápovo, durante quella fuga, il 7 nov. 1910.
È difficile rassegnarsi a spiegare la diversità di stile che corre fra le opere tolstoiane con le stesse parole di T.: «So che ogni grande artista deve creare anche i suoi mezzi di espressione. Se il contenuto delle opere d'arte può essere infinitamente vario, tale può essere anche il mezzo d'espressione di esse». È nondimeno evidente che se egli scrive i suoi tre primi romanzi con uno stile di squisita ambizione letteraria che non troverà più riscontro in altra sua opera, scrive contemporaneamente i racconti di Sebastopoli dove una contenuta liberalità guida la scelta dei mezzi espressivi, e dove accanto a maggiore asciuttezza fa riscontro una minor sorveglianza. Così, ancora, dopo un romanzo come Guerra e pace, nel quale la mancanza di un continuo dominio della forma fa sì che pagine perfette si alternino ad altre angolose, e perfino di scrittura cancelleresca (come ebbe a notare lo Šklovskij), Anna Karčinina ci trasporta in un clima stilistico in cui la semplicità, l'apparente asciuttezza e quasi schematicità dell'espressione acquistano un sapore di immediatezza e schietto miracolo. Più tardi (p. es., nel racconto Di che vivono gli uomini, 1881) T. si muoverà egualmente a suo agio fra le cadenze del narrar popolaresco, valendosi senza affettazione o sforzo degli umili materiali del discorso quotidiano, di una sintassi scarna e elementare, riuscendo a trasformare quel modo di porgere, così come il popolo, in modo e mondo di poesia. Questo aspetto proteiforme della sua scrittura è tuttavia un fenomeno assai più di superficie che non di sostanza. L'unità dello stile tolstoiano risiede in una unità di temperamento anziché di gusto; in una particolare disposizione nell'accettare le cose, anzi che nel cambiarle e ricrearle a propria misura ed immagine. T. non rifecce l'universo a propria somiglianza, lo limitò a quegli aspetti che più gli assomigliavano, e in essi si rispecchiò da ogni angolo di incidenza. Ma ciò che lo distolse dal cristallizzare la propria sensibilità in uno stile verbale fu anche una preconcetta avversione che egli ebbe per ogni aspetto «letterario» della letteratura; poiché egli non considerò mai quest'ultima come qualcosa che appagasse e si appagasse in se stessa, ma come mezzo per comunicare una sua problematica interiore, di fronte alla gravità della quale ogni decoro stilistico gli appariva frivolezza. Per l'interesse verso quella sua problematica, T. può essere considerato uno scrittore essenzialmente autobiografico e di contenuto, pur togliendo da questa asserzione quanto di premeditato e programmatico essa possa far sospettare a tutto danno dell'arte; che non ebbe quasi mai tesi già risolte da esemplificare, ma problemi allo stato di dramma. Le stesse formole del «vivere secondo Dio» e del «sacrificio di sé» per amore del prossimo, che sembrano rappresentare dei punti di arrivo, soluzioni al quesito proposto, anche a giudicare dall'insistenza con cui egli tornò a riproporsele ad ogni nuova sua opera, si rivelano di un convincimento parziale, e assai più razionale che non profondo e assoluto. Ma furono proprio questa impossibilità di catarsi, e il conseguente perdurare dei suoi problemi allo stato emotivo, a impedirgli di decadere in una letteratura programmatica e a tesi; così come, al contempo, fu proprio il contenutismo a condizionargli il distacco dai modi del romanzo d'arte tradizionale, inteso come biografia di un eroe. La vera trama di ogni sua opera non è mai, infatti, o assai raramente, una umana peripezia, ma una interna corrente di pensiero che muove tutta l'azione. Tipico esempio è Anna Karčinina, dove la vicenda di Lévin finisce col riportare una preponderanza, perfino spaziale, sulla biografia della eroina eponima.
In Lévin e Anna è adombrato il medesimo problema (che è poi quello in cui si assomma tutta la ideologia tolstoiana) della ricerca della felicità; ma, di fronte al vero interesse di T., l'esperienza negativa di Anna, ri-
volta a una soluzione egoistica, ha finito col passare in secondo piano rispetto a quella di Lévin, giunto alla vera chiave di soluzione: l'esistenza «secondo Dio». La particolare natura dei romanzi tolstoiani, sostanzialmente diversi così dai romanzi biografici, come da quelli a tesi; il fatto che la loro trama reale non sia mai scoperta, ma vada articolandosi per tanti canali segreti quanti sono i destini dei personaggi — principali e secondari — che li frequentano, sono stati causa di un errato giudizio circa la loro costruzione, trovata difettosa, o addirittura mancata. Ancora un altro fattore precluse a T. le vie del romanzo biografico: la sua filosofia non concepiva l'«eroe». Egli sapeva che la vita ha una sua ragione, ma che questa ragione è la legge di essa; e, giunto o no che fosse a scoprirla, l'uomo vi restava egualmente asservito. La scoperta lo riscattava dalla sua condizione di «bruto», illuminando la coscienza, ma non lo conduceva alla libertà. Ecco perché in Guerra e pace (e non certo per un suo stravagante atteggiamento di fronte alla storia) egli considerò gli uomini che, alla pari di Napoleone, si reputano fattori di destino, «eroi», semplicemente strumenti di una volontà che trascende la loro. Per T. l'uomo non solo non è creatore di destini, ma entro certi limiti neppure del proprio destino; così, ogni volta che tenta di attuare il suo libero arbitrio, la «legge» (o, come è stato detto da alcuni per Anna Karčinina, il «fato») si affretta a colpirlo. È forse da tale concezione della umana non eroicità che traggono origine i modi della psicologia tolstoiana, mai intesi a tessere un epos dei sentimenti, a organizzarli in sistema solare attorno a cui nuoti il mondo e da cui traggano luce le cose; la loro storia non si svolge mai conseguente, ordinata su un filo continuo, che T. ci comunica l'animo di un personaggio non attraverso i risultati del suo processo psicologico, già decantati e chiariti, ma attraverso il processo stesso al suo stato grezzo, nel suo divenire discontinuo, caotico. Questo ardito realismo, che riconduce le passioni da un'aura sublimata e romanzesca a una verità quotidiana, costituisce una delle più grosse innovazioni introdotte da T. nel romanzo moderno. Profondamente realista T. si dimostrò anche nelle descrizioni di natura che rappresentano uno degli aspetti più caratteristici della sua opera. T. non romanticiava mai il paesaggio, né mai lo rende antropomorfico, anche se a volte ne fa specchio di un pathos, o, all'inverso, se ne serve come di uno stimolo per provocarlo. Nella natura egli percepisce una bontà primigenia in cui l'uomo ritrova e rinnova la propria innocenza, l'armonia con tutte le cose create, e la diretta comunione con Dio. La percepisce come qualcosa di misteriosamente vivo, animato, consonante con lui stesso e a lui stesso spiritualmente e fisicamente confusa. Tutti gli aggettivi che egli usa in tali descrizioni, più che definire l'oggetto rappresentato, mediano un'aderenza quasi sensuale con esso. Ed è in queste descrizioni che T., più che altrove, tradisce la sua natura fondamentalmente, istintivamente pagana; è in esse, inoltre, che il suo stile immancabilmente ritrova e conserva un registro e un lessico perfettamente costanti.
Bari 1938; A. Bounine, La délivrance de T., Parigi 1939; E. Gasparini, L'esordio di T., Milano 1942; id., Il vigore di T., ivi 1943; N. Gourfinkel, T. sans tolstolisme, Parigi 1946; E. I. Simmons, L. T., Londra 1946; L. Derrick, T. la vita e le opere, Milano 1947; B. Gabba, Dottrine religiose e sociali del conte L. N. T., ivi s. d.; L. Šestov, Le rivelazioni della morte, Firenze 1948; M. Gorki, Colloqui con L. Andreieff e L. T., Milano 1949; F. Porché, Portrait psychologique de T., Parigi 1949; P. Boyer, Chez T., ivi 1950; B. Metzel, T., ivi 1950; L. Šestov, La filosofia della tragedia, Napoli 1950.
LA RELIGIONE DI T. - T. non creò un nuovo sistema religioso; la sua religione è una mescolanza di Vangelo, soprattutto del discorso della Montagna, con forti dosi di agnosticismo, di fideismo, di razionalismo e il più sovente di panteismo. Non fu, però, un panteista coerente con se stesso, che si spingesse nelle applicazioni pratiche fino alle estreme conseguenze; né poteva essere altrimenti, perché il suo razionalismo quando si trattava di dire qualcosa di positivo in materia religiosa andava congiunto con una profonda avversione per la logica.
Ecco i principali aforismi delle sue credenze religiose: la vera religione è la relazione dell'anima con la vita universale, in cui è immersa, con Dio che è vita e bontà infinita e impersonale. L'uomo ha il dovere di risvegliare in sé la divinità. Bisogna prendere coscienza di questo fatto, che la vita terrena non è che un momento nella serie infinita delle vite. Asserire che Dio è il creatore del mondo è una bestemmia; equivale a negare che Dio è l'amore infinito, di cui io faccio parte. Bisogna amare tutto: «il cane, l'erba, vostra madre». Lo scopo della vita è annegare la propria volontà in quella di Dio. Ciò che importa nella religione è la morale, la condotta, le relazioni con il prossimo, conformi ai precetti del Vangelo. La dottrina cristiana e i dogmi sono da ripudiare; la stessa personalità storica di Gesù Cristo importa assai poco, i dogmi cristologici sono assurdità; basta per tutto la dottrina morale esposta nel Vangelo. Tutti gli uomini sono uguali; perciò nessuno ha il diritto di punire il suo prossimo. Non conviene resistere al male con la violenza. La Chiesa, ogni Chiesa è nociva; lo stesso deve dirsi di tutto quello che essa offre: definizioni dogmatiche, sacramenti, riti. Nessuno può intromettersi tra l'uomo e Dio. Il culto delle immagini e delle reliquie è immorale. I sacerdoti non servono che i propri interessi. L'autorità in materia religiosa è assolutamente inammissibile.
L'errore capitale di T. consiste in questo, che confonde gli abusi del cristianesimo storico con la Chiesa e non riflette che ciò che lo urta - e con ragione - non è la Chiesa, ma sono invece le infedeltà verso di essa. La tragedia di lui è quella stessa di tutti i dissidenti: scalzando la base soprannaturale del cristianesimo T. ha reso un grande servizio all'ateismo sovietico, che, pur mostrandogli riconoscente, ironizza la sua dottrina morale.