TORTONA, DIOCESI di. - Città in provincia di Alessandria, nel Piemonte. Ha una superfice di 2120 kmq. con una popolazione di 280.000 ab. dei quali 279.000 cattolici distribuiti in 317 parrocchie, alcune delle quali sono nel territorio delle province civili di Pavia e di Genova; conta 490 sacerdoti diocesani 130 regolari: ha due seminari, il minore sui colli di Stazzano in Val Scrivia, il maggiore in T.; ha 23 comunità religiose maschili e 125 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 427).
La città è situata sulla destra del torrente Scrivia, ai piedi del colle che mostra ancora superstiti sacri, rovine di origine romana e medievale, e la torre dell'antico Castello. È l'antica Dertona, ritenuta da alcuni città dei Liguri, da altri, meno esattamente, dei Taurini. Con Genova, Piacenza, Torino ed Acqui era collegata da importanti strade, tra cui la Via Postumia ed un braccio dell'Emilia. Era già forse colonia romana (Velleio Parcello) ca. il 120 a. C., vide il campo di Decimo Bruto nel 43 a. C., divenne poi colonia augusta, con il nome di Iulia Dertona, e fu retta da duumviri, ascritta alla tribù Pontina e compresa nella IX Regio. In virtù della sua posizione geografica, alla confusione obbligata di importanti strade consolari, ebbe successivi felici sviluppi e floridezza economica; per questo fu terra contesa, coinvolta nell'urto dei popoli e nelle vicende delle fazioni. Con la caduta dell'Impero di Occidente (494) passava successivamente sotto il dominio dei Goti, dei Greci (553), dei Longobardi (624), dei Franchi (774). I suoi vescovi ebbero uffici di importanza alla corte dei re d'Italia e degli Ottoni. Il vescovo Ottone nel 1080 fu a Brixen fra gli elettori dell'antipapa Clemente III; dal principio del sec. XII il vescovo di T. riveste anche autorità di conte. Ma di fronte a questa aderenza al partito imperiale, sta, durante questa stessa età, il costituirsi di T. a libero comune. Essa si trovò per conseguenza in lotta con Pavia, città imperiale, e sperimentò, sino alla distruzione, l'ira del Barbarossa (1154). Risorta dalle rovine e collegatasi con le città guele della Lega lombarda, ebbe parte nelle lotte successive contro il Barbarossa, onde, dopo Legnano (1176), in seguito ai Trattati di Venezia (1177) e di Costanza (1183), riebbe possese, e potenza. Poi, rinascendo nei Comuni, con le nuove, le antiche fazioni di guelfi e ghibellini, cadde sotto i Visconti (1313-1447), indi, per breve parentesi, sotto la Francia, poi sotto gli Sforza sino al 1530; né più si rialzò come città libera. Divenne infatti successivamente, con il Trattato di Cateau-Cambrésis, possesso della Spagna (1535-1700) e dell'Austria sino al 1738, quando fu in corposa al Piemonte e, con esso, alla Francia, (1796) per ritornare, con il Piemonte, ai re di Sardegna. La sua storia entra così nella fase risorgimentale. T. ha per stemma il leone rampante, in campo rosso e rosa bianca, con la leggenda: «Pro tribus donis similis Dertona leonis»; tre doni, fortezza fierezza generosità, fanno T. simile a un leone («ter dona-dertona-Tortona»).
Ezio Riccardi
Sul primo diffondersi del cristianesimo in T. mancano notizie particolari e conviene riferirsi a quanto Piemonte (v.). Le iscrizioni cristiane appartengono ai secc. v-vi e tracce di un cimitero cristiano si sono ritrovate fuori l'antica Porta Ticinese. Un'antica tradizione indica in un Marziano, santo martire locale, il primo vescovo di T. Probabilmente la «plebs» di T. era una di quelle comprese sotto la giurisdizione di s. Eusebio di Vercelli, ed i primi vescovi locali furono s. Innocenzo e s. Esuperanzio, il quale fu presente ad Aquileia nel 381. Quinto o Quinziano era vescovo nel 451, un ignoto vescovo è ricordato da s. Gregorio Magno nel 599. Ma la serie dei vescovi ha molte incertezze e lacune (F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia: Il Piemonte, Torino 1899, p. 377 sgg.; Lanzoni, II, pp. 820-28).
La diocesi di T. conobbe la soppressione nel 1803, quando dovette passare sotto la giurisdizione dei vescovi di Casal Monferrato, di Alessandria e, in minor parte, di altre sedi. Ricostituita nel 1817 fu fatta suffraganca di Genova.
La città dovette un tempo essere ricca di monumenti e di abbazie; ma le devastazioni dei barbari e del Barbarossa, e le guerre successive le hanno distrutto l'intero patrimonio artistico. Quel che rimane è troppo poco in confronto della sua antichità e della sua storia: qualche bronzo, oggetti vari, alcuni marmi (tra cui il sarcofago di Elio Sabino [sec. III]), raccolti nel Museo civico, insieme con una collezione di lapidi paleocristiane, che è la più ricca del Piemonte. Scarsi anche i ruderi, per lo più incorporati in altre costruzioni. Tra le chiese medievali rimane, in città, quella romanica di S. Maria dei Canali, ricordata in documenti del 1154 e del 1196, mentre le altre, pur con il titolo delle antiche, sono tardive. Il Duomo, stile del tardo Cinquecento, restaurato nel 1938, risale al 1583 e sostituì la superba cattedrale innocenziana di S. Lorenzo, del sec. IV, edificata sul Castello dal vescovo s. Innocenzo, e dagli Spagnoli adibita a fortezza che una folgore, caduta tra le polveri, distrusse nel 1607. Interessante, nella frazione Rivalta Scrivia, l'abbazia cistercense con la chiesa abbaziale di S. Maria Assunta, caratteristica costruzione gotico-romanica (1180) con affreschi cinquecenteschi di Francesco Chisbali, e con annessi fabbricati monastici di varia età e stile, tra cui la sala capitolare in gotico antico. In città, nella chiesa parrocchiale di S. Matteo, una tavola trenetese della Madonna con il Bambino di Barnaba da Modena; in episcopio, un trittico di Macrino d'Alba (1499); in S. Maria dei Canali, una Natività di scuola leonardesca. Notevoli, fuori città, le antiche collegiate di Sale (S. Maria), di Casei Gerola, di Castelnuovo Scrivia (con una Cena leonardesca di Aless. Berri), tutte di stile romanico; di Pontecurone (S. Maria Assunta), in gotico-romanico, con affreschi in parte soltanto scoperti. La collegata di Broni conserva antichi arazzi di valore e ricca biblioteca con edizioni rare e incunaboli preziosi. Sarezzano possiede il «Codex purpureus» di valore inestimabile (sec. v-vi) contenente il vangelo di s. Giovanni (cod. j). Del duomo di Voghera era il celebre ciborio gotico cinquecentesco in argento cesellato, oggi conservato nel Museo Storzesco di Milano.
Figli illustri di T. sono p. Michele da Carbonara, d. ORAZIONE (v.), il maestro Lorenzo Perosi e il p. A. Vaccari. - Vedi tav. XXXIII.