UBALDINI, OTTAVIANO, cardinale. - N. certamente dopo il 1210, m. nel 1273. Usci dalla famiglia

Era arcidiacono di Bologna, suddiacono e cappellano apostolico, quando il Capitolo lo postulò a vescovo (21 febbr. 1240); ma non avendo egli ancora 30 anni, Gregorio IX il 17 giugno 1240 lo costituì amministratore in temporatibus et spiritualibus. Fu creato cardinale diacono di s. Maria in Via Lata il 28 maggio 1244 da Innocenzo IV che lo inviò legato in Lombardia nel 1247; favorì Ottone Visconti di Milano; dopo la sconfitta di Federico II sotto Parma (18 febbr. 1248) entrò in questa città; ma messosi in discordia con l'altro legato Gregorio di Montelongo, guelfo, passò in Romagna; e con le genti dei Bolognesi dal maggio in poi ebbe Forlì, Forlimpopoli, Cesena, Imola, Cervia, Ravenna e, nel giugno, Ferrara e Rimini. Nel maggio 1251 era a Genova e persuadeva Innocenzo IV a fermarsi in Lombardia. Egli riuscì a dominare sull'animo di Alessandro IV che nel maggio 1255 lo costituì legato per condurre la spedizione contro Manfredi: occupò Barletta e Monopoli, ma assediato in Foggia da Manfredi strinse con lui un trattato che il Papa non poté accettare per cui l'U. fu accusato di aver tradito la causa della Chiesa. Fu amico di Brancaleone degli Andalò, senatore di Roma che operava in favore di Manfredi; non esitò a sacrificare la Chiesa stessa agli interessi della sua famiglia o di un gruppo di ghibellini di Firenze ed ebbe parte nell'ordine quella spedizione militare che procurò ai ghibellini, con l'aiuto di Siena e di Manfredi, la vittoria di Monteaperti (1260) ed il dominio di Firenze (cf. Dante, Inf., X, 83 sgg.). Dopo la vittoria di Carlo d'Angiò a Benevento (1266) non esitò a sostenere in Roma le parti del senatore Arrigo di Castiglia contro Carlo; ma dopo la sconfitta di Corradino (1268) e durante la lunga vacanza del papato non ebbero più esito i suoi maneggi. Fu «mondano uomo» anzi «epicureo» per cui si poté dire che non credesse all'immortalità dell'anima e gli fu attribuito il detto «Se anima è, per li ghibellini io l'ho perduta» (ibid., X, 120). Fra Salimbene non gli risparmiò amari rimbrotti.

(da P. Cenci, op. cit., p. 49)