UPPSALA, SCUOLA ESERCITA di. - Scuola d'essegsi luterana, affiorata durante e dopo l'ultima guerra mondiale, capeggiata da Ivan Engnell dell'Univ. di U., la quale, per il singolare fascino del suo «messaggio» centrale, continua ad aumentare la sua influenza internazionale, nonostante le critiche anche severe cui fu sottoposta. L'espressione sua più completa e più aggiornata è il dizionario biblico Svensk Biblist Uppslagsverk (2 voll., Gävle 1948 e 1952).
Con molta enfasi la s. e. di U. si professa «realistica», e persino «spregiudicata». Abbandonando l'interpretazione europea moderna, vuole ritornare ai semplici fatti antico-orientali. Considera nemico numero WELLHAUSEN, JULIUS (v.), ripetutamente condannata quale «evoluzionistica», lanciata, come fu, dallo leggero, il 1866-82; essa avrebbe nefastamente traviato tutto nell'esegesi biblica, introducendo una concezione moderna di «libro», legando i fatti osservati ad un sistema aprioristico di valori, a capo dei quali fu posto il «monoteismo etico dei profeti», mescolando l'esegesi con fantasmagorie «anacronistiche», che non hanno fondamento anteriore al sec. XIX. Oltre Wellhausen, deve essere «disocedentalizzato» anche il suo critico H. Gunkel, che generi letterari (v.) del Vecchio Testamento «secondo una concezione del libro tipicamente occidentale» (I, col. 558).
I. Engnell si sforza di arrivare ad un'esegesi orientale della Bibbia, e su tale punto esalta i meriti della Scuola comparatista delle religioni di W. Bousset e H. Gressmann, benché, non avendo neppure essa rispettato sempre il carattere speciale della religione antico-orientale, non esuli dalla schiera dei nemici della «rivoluzione contro l'evoluzionismo» (II, col. 888). Per giungere, secondo Engnell, ad un'esegesi realistica, che cioè si sforzi di leggere i testi sacri alla maniera dei primi ascoltatori e lettori, non basta l'analisi filologica accurata. Bisogna farsi chiarissima la concezione del libro di allora, ancora accompagnato dalla tradizione orale, la quale persino poteva servire per correggere il libro; non si tratta di una tradizione di volgo, ma di specialisti, nei templi: la tradizione orale e scritta, nell'Oriente, è nata nel tempio, quale «libretto» o «leggenda» letta o rappresentata durante un rito. Oltre l'analisi filologica del testo e delle «forme» o generi, deve farsi l'analisi della «storia delle idee» e quella della «storia religiosa» di quel mondo, creduto omogeneo, antico-orientale: l'antico Oriente quale unità di morfologia culturale è il concetto fondamentale dell'ermeneutica uppsaliana.
La s. c. di U. giunge a tale concetto rilevando l'esistenza di somiglianze notevoli tra tutti i componenti di quella sfera culturale religiosissima, ad es., tra l'Egitto del Regno Antico e la Mesopotamia del III millennio a. C. Ma nell'interpretazione di quelle somiglianze usa un metodo intuitivo, non quello causale che ci sembra ovvio, il quale procede ammettendo «contatti» preistorici, come relazioni commerciali, in occasione delle quali si sarebbe diffusa la cultura o uno stimolo equivalente. Se le convergenze sono numerose per quantità o spiccano per qualità in parecchi punti, si potrebbe pensare che entrambe le culture simili derivino, come figlie della stessa madre, da una cultura più remota nei tempi. Se tali convergenze si verificano per alcune cose elementari presso popoli in condizioni di vita simili (ad es., in campi irrigati), si può pensare che la natura umana in uguali condizioni produca cose simili, e dopo vastissime ricerche condotte con rigido metodo sui fatti che stabiliscono tali relazioni, si potrà tentare l'abbocco della vera «storia culturale».
Engnell giunge però alla sua concezione più che per via causale per un'intuizione viva a partire da tutto il materiale archeologico e filologico rimasto dell'Oriente antico. Chiama in aiuto quattro scienze: storia della religione, che raccoglie un vasto materiale; sociologia religiosa, che si occupa delle strutture sociali corrispondenti a certi «tipi» di religione; psicologia religiosa, che con i suoi esperimenti o le sue analisi esamina le relazioni tipiche tra la religione e la vita; l'ultima è la più importante: la fenomenologia religiosa, che descrive i fenomeni religiosi, fra cui anche le «idee» in sé, senza badare a relazioni d'origine, a conseguenze, a valutazioni. L'intuizione di Engnell raggiunge in tal modo un contenuto semplicissimo di tutta la religione antico-orientale, chiamato «l'idea reale». Il re dell'Oriente antico ha significato religioso, cioè è il protagonista del massimo rito: la rinnovazione della vita fertile al Capodanno. In tale occasione, in una liturgia in 5 atti, il re impra era effettuato l'abbondanza e la benedizione dal cielo: si attua la morte della antica vita corrotta con la rappresentazione drammatica della morte e risurrezione del dio (Tammuz); si recita o si rappresenta scenicamente la creazione del mondo, con un combattimento rituale in cui sono vinti mostri primordiali e il loro seguito: i nemici attuali; per ottenere la fertilità si compie il rito del matrimonio sacro; si conducono gli dèi in processione trionfale, che significa il trionfo del dio risorto. Attorno a tale rito si aggira, secondo Engnell, tutta la vita antico-orientale: secondo è il «mito», nato dal «testo» di tale rito, secondo le feste nel corso dell'anno (ripetono qualche tratto particolare del rito del Capodanno), secondarie le funzioni sociali del re divinizzato, ad es., le opere che fa per promuovere il benessere del popolo, i suoi giudizi, la guerra contro i nemici; tutto rispecchia l'azione rituale celebratasi al Capodanno. Letteratura o scritta o orale, con tutti i generi: racconti di storie e di storia, inni, lamentazioni, sono derivati di quel grande rito del re divinizzato; nel qual rito la s. e. di U. pone l'origine delle leggi, delle concezioni religiose, del profetismo originale d'Israele (visionari che vedono i destini fissati al Capodanno, e secondariamente durante l'anno), persino della fede messianica: la speranza nel re che recherà la rinnovazione totale della vita. Però Engnell concede che vi fu in Israele un movimento «anticananeo», durante il quale i riti e la posizione del re furono teologizzati dapprima dai sacerdoti (già nel «Tetrateuco», prima opera di storia «tradizione» in Israele: Gen., Ex., Lev., Num.) e poi, più radical-
mente, nell'opera unitaria del « Deuteronomista » (tutti i libri storici dal Deuteronomio fino ai Re inclusi), in cui si trovano non di rado passi sfavorevoli al re e in fine, con più veemenza ancora, nei libri profetici, con la loro lotta accanita antibaicale, e nell'opera del Cronista, mentre molti salmi evocano ancora lo « schema » originario del rito del Capodanno. Nelle altre opere del Vecchio Testamento il rito e la corrispondente ideologia del re divinizzato si trovano nello stadio « disintegrato ». Compito dell'ermeneutica biblica è di ricomporlo e reintegrarlo, con tutti i mezzi della scienza moderna, anzitutto filologia ed archeologia, dell'Oriente antico.
Occorre riconoscere i meriti considerevoli della s. e. di U., che utilmente invita ad approfondire la scienza dell'Oriente antico: SPIRITO (v.), bisogna immergersi nella conoscenza delle cose dell'Oriente, al punto di non correre il pericolo di cadere in un'interpretazione solamente europea. Deve inoltre lordarsi per aver reintrodotto Pentateuco (v.) e degli altri libri biblici il concetto di « tradizione orale », e per aver mostrato che una « redazione » stabile di qualche testo è possibile anche usando solo mezzi orali.
D'altra parte non è lecito associarsi al parziale positivismo o scetticismo della scuola. L'etnografia, anche preistorica, procedendo per la via causale sopra indicata, ha elaborato una logica, che con moderata fiducia può essere adoperata Trattando del concetto di monotismo primitivo, ad es., Engnell (II, col. 88g) qualifica il p. W. Schmidt « apriorista », senza riconoscergli il merito di aver fissato un metodo e raccolto dati concreti per la storia culturale, che presentano probabilità o certezza ben superiore a quella del problema speciale e difficilissimo del monoteismo primitivo.
Quel ritualismo quasi universale, esteso a tutta la cultura del Vecchio e perfino del Nuovo Testamento, appare basato su una grande esagerazione. La « reinterazione » dello schema nei testi in cui sarebbe molto « disintegrato » può prestarsi a incredibili arbitrarietà. Ciò dimostra che è stato commesso un difetto logico. Non può essere fine e termine dell'esegesi la reintegrazione di un rito sostanzialmente pagano nella Bibbia, la cui interpretazione si vuol sottrarre all'analogia della fede, praticata sin dai tempi preesistenti nella storia dell'esegesi. Né si può, in linea di principio, ridurre l'Oriente antico ad un'espressione « panirica » del rito solenne del Capodanno. Quel rito è davvero un centro importantissimo; ma Dio sta al centro della creazione in ogni senso. È quindi da negarsi l'importanza totale attribuita a quel rito, per cui la scuola, benché lo desideri, non valuta abbastanza le differenze fra i singoli popoli, periodi, testi, relitti dell'Oriente antico. Per chi tieni conto di tutte quelle differenze, l'intuizione unitaria della s. e. di U. non è necessaria; vi sono molte altre componenti della vita religiosa, civile, sociale autonoma.
Benché si dica « spregiudicata », la s. e. di U. è realmente di natura luterana. Engnell dovrebbe concedere che egli, come Lutero, vuol fare la sua « riforma » dell'esegesi moderna, reagendo all'idealismo germanico moderno, che si è infiltrato nell'esegesi, in maniera non del tutto dissimile da quella con cui Lutero reagì all'« elemento greco » introdotto specialmente mediante l'aristotelismo cristiano. Come Lutero, anche Engnell subì qualche « esperienza di conversione », cioè della realtà semplicissima del rito del re divinizzato al Capodanno, ammessa la quale l'esegesi è facilmente giustificata quale impregnata della realtà orientale; chi invece non l'ammette è accusato di introdurre principi gnoseologici e metafisici che Engnell dice « aprioristici » e che tutte le opere orientalistiche di tali esegesi non giustificheranno mai, mancando la fede « intuitiva » e « ritualistica », che per lui costituisce il solo organon lepticon della realtà esegética. L'esegesi di Engnell ha dunque il vantaggio di una fede forte in un messaggio semplificante di un rito commovente, ciò che spiega il suo successo, ma deve rendere cauti per il pericolo che sempre comporta una « rivoluzione » che, pur apportando molto bene, in qualche punto non rispetta la dignità della ragione umana. Molto più di quanto fa Engnell bisogna ammettere l'analogia della fede nella Scrittura e tradizione, e la storia dell'esegesi non deve ritenersi un semplice succedersi degli errori dell'umana ragione.
Predecessori della s. e. di U. furono la scuola Myth and ritual (S. H. Hooke e altri) in Inghilterra, oltre S. Mowinckel a Oslo ed altri in Scandinavia, che riferiscono tutto, specialmente i Salmi, ad un rituale naturistico sociale che si impromuova nel re.