UPANIŞAD. - U. significa «dottrina esoterica», segreta, da comunicare soltanto a pochi iniziati. È la comune denominazione di una serie di opere diverse di età, di mole e di carattere, ma egualmente Brahman (v.), il principio cosmico, e sulla sua identità con l'Atman, il «se stesso», il principio psichico, l'anima. Canoniche sono soltanto le U. composte nelle Scuole vediche (sākhā), di cui sono l'ultimo prodotto. Si chiamano perciò, collettivamente, anche Vedānta, «fine del Veda», nome che fu dato pure al monismo di Bādarāyaṇa e di Śaṅkara, fondato su le dottrine upaniṣadiche (v. VEDĀNTA).
Annesse ai Brāhmaṇa (v.) per mezzo degli Āraṇyaka (v. BRAHMANESIMO), le U. ne costituiscono l'epilogo sostituendo all'interpretazione allegorica del rituale, la filosofia. Alla formazione della nuova dottrina suol essere assegnato un periodo di ca. tre secoli (800-500 a. C.), ma non è possibile determinare l'età alla quale appartengono le singole U. Seguendo il prof. Deussen, si dividono in tre gruppi quelle che godono reputazione di testi canonici e son considerate rivelazione (truti). Sono citate in successione approssimativamente cronologica, e il primo gruppo di 6, in prosa, s'apre con l'importante «U. del grande Āraṇyaka», seguita dalla «Chāndogya-
U. « probabilmente coeva, dalla Taittiriya-U., dall'Aitareya-U., dalla Kausitaki-U. e dalla Kena-U. Il secondo gruppo comprende 5 U. in versi, fra le quali si segnala la prima, la Kāthaka-U. per il drammatico episodio introduttivo. Vengono poi l'Īśā-U., la Śvetāśvatara-U., la Muṇḍaka-U. e la Mahānārāśyana-U. Chiudono la serie altre tre U. in prosa, pure attribuite a determinate scuole vediche, ma evidentemente più tarde perché attingono largamente alle precedenti e sono più raffinate nella lingua e nello stile. Portano i titoli di Praśna-U., Maitrāśyana-U., e Māṇḍākyā-U. Queste 14 U., pur esponendo una dottrina non ancora ridotta a sistema e però non priva di discrepanze e contraddizioni, rispecchiano tutte l'originaria concezione cosmica impropriamente designata con il nome occidentale di panteismo, ma che meglio potrebbe esser definita teopanismo, la dottrina del Dio-Tutto. Questa culmina nel monismo idealistico, che si può riassumere in questi tre apoftegmi del brahmano Vāṭāvalkya: 1° L'Ātman è il soggetto della conoscenza. Bṛhadāraṇyaka-U., III, 8, 11: « In verità, o Gōrgī, quest'Indefettibile è il Veggente non veduto, l'Uditore non udito, l'Intelligente non compreso, il Conoscitore non conosciuto; non c'è altro veggente che lui, non c'è altro uditore che lui, non c'è altro intelligente che lui, non c'è altro conoscitore che lui. In verità in questo Indefettibile è intessuto e contesto lo spazio ». 2° L'Ātman come soggetto della conoscenza, è esso stesso inconoscibile: ibid., II, 4, 14: « Come si può conoscere colui dal quale emana la conoscenza di ogni cosa? Come si può conoscere il conoscitore? ». 3° L'Ātman è l'unica realtà, in lui si contesse ed intreccio lo spazio con quanto in esso si raccoglie: ibid., IV, 3, 23: « Non c'è un secondo oltre lui, non c'è cosa da lui diversa, che possa essere veduta ».
BIBLI.: P. Deussen, Sechzig Upanishad's des Veda, Lipsia 1897; id., Allgem. Gesch. der Philosophie, I, II, Die Philos. der Upanishad's, ivi 1899; F. Belloni-Filippi, Dne Upaniṣad, Lanciano 1912; V. Papesso, Chāndogyo-Upaniṣad, Bologna 1937. Ferdinando Belloni-Filippi