VEDA E VEDISMO

VEDA E VEDISMO. - Brahmanesimo (v.), è stato fatto cenno dei V. DEISMO. Ma occorre soffermarsi ulteriormente sugli dèi del pantheon vedico e sugli « inni lodativi » o rc (da cui Rg-veda « scienza degli inni lodativi ») i quali accompagnavano i sacrifici di soma, il succo deificato di una pianta sacra che serviva per le libazioni agli dèi.

Non è possibile fermarsi a trattare di questioni propedeutiche, come l'importanza dei V. per la storia delle religioni o i due metodi che si contesero il primatonell'esegesi vedica: quello etnografico e quello mitologico, il quale pose, ma non giunse a risolvere, la questione se

abbia maggiormente contribuito a destare il sentimento del divino, il radioso splendore del sole e dell'aurora, o lo scatenarsi dell'uragano. I maggiori dèi invocati negli inni del Rgveda sono indubbiamente deificazioni di fenomeni naturali, più o meno antropomorfe secondo la maggiore o minor trasparenza del sostrato naturalistico, che serve loro di base. Di Agni (ignis) si parla come del dio dai capelli d'oro, dalle mille corna, dalle forti ganasce, ma i passi che attribuiscono al Fuoco forma umana, sono molto più rari che nel caso d'Indra, il dio della tempesta, armato di folgore. L'aspetto del fuoco era davanti agli occhi di tutti, e si vedeva che non era figura d'uomo, mentre nessun occhio mortale giungeva a scoprire l'effigie d'Indra. La fantasia del poeta restava perciò libera di prestare al dio le fattezze di un gigante che quando non era chiamato a elargire la pioggia squarciando le nubi, esercitava altrove la sua potenza. A lui son dedicati 250 inni, ad Agni 200. Col nome di Agni incominciano tanto il I che il II mandala o « ciclo » del Rgveda, ma il I è cronologicamente posteriore al II ch'è, a sua volta, il primo d'una serie di sette, attribuiti ad altrettante famiglie di rsi o « veggenti » i quali ne avrebbero avuto la rivelazione. Dei 12 cicli, che comprendono 1028 inni, l'VIII è pure attribuito a due famiglie di profeti, e il I, il IX e il X contengono inni, di cui è singolarmente indicato l'autore. Ma si tratta di personaggi mitici: gli autori restano sconosciuti. I cicli I e X, composti di parti eterogenee, sono i più recenti della raccolta. L'età del Rgveda è incerta e impossibile a determinare con sicurezza: ca. il 1800 a. C. è una delle date più probabili. Al tempo della composizione del Rgveda, gli Ario-indiani erano ancora insediati nel Panjab, la regione dei 5 fiumi (Burhti dell'Indo; dediti alla pastorizia, coltivavano l'orzo), non ancora il riso (srihi), e il lupo era per loro più feroce animale. Nel Rgveda l'elefante è ricordato un paio di volte soltanto, la tigre mai. La lingua degli inni, elaborata nelle scuole sacerdotali, rappresenta una fase arcaica del sanscrito, che rimase probabilmente una lingua dotta, ad uso dei brahmani e delle persone colte, accanto al volgare, parlato dal popolo. Gli inni erano in parte recitati e in parte cantati durante i sacrifici. Il corale del sacerdote cantore (udgitar) è il Sāma-veda o « V. delle melodie » che contiene 1540 strofe tutte, meno 75, desunte dal Rgveda, specialmente dal ciclo IX, dedicato al dio Soma. Manca la notazione musicale, ma la costante associazione delle strofe con le loro melodie suppliva a cotesta mancanza. Anche oggi, nelle chiese cattoliche, le parole di un inno come Tantum ergo o Te Deum, bastano a far ricordare ai fedeli « l'aria » del canto. Ab Iove principium, ma Dyaus pitar (Diespiter, Iuppiter), « il Cielo padre », è una divinità secondaria nel Rgveda, il primato spetta a Vārūna, il dio del cielo sidereo, che vede e punisce le colpe degli uomini. In compagnia di Mitra, deità solare, sale, all'alba, sopra un trono sostenuto da colonne di bronzo e osserva, con l'occhio del sole, le azioni, palesi ed occulte, dei suoi sudditi. I due dèi sono i custodi del rta, « l'ordine » tanto morale che cosmico. « O re Mitra e Vārūna », dice l'inno V, 62, st. 3, « voi sostenete la terra e il cielo con la vostra potenza; voi fate crescere le erbe e affluire il latte alle giovenche; pronti donatori, fate cadere la pioggia a torrenti ». Vārūna regna anche su gli dèi, ma uno di essi gli contende il primato: Indra, il dio delle battaglie, armato di folgore, signore del cielo atmosferico. La sua figura è completamente antropomorfa, con qualche tratto comico, di schietta origine popolare. L'inno rgvedico I, 32, 1-8. 15, celebra così la liberazione delle acque (le fiumane del Panjab) che il drago Vṛtra teneva prigioniere nelle caverne dei monti: « Voglio celebrare le imprese d'Indra, le prime ch'egli ha compiuto armato di folgore: uccise il drago, aprì il varco alle acque, squarciò il ventre alle montagne. — Uccise il drago che giaceva sul monte; il fulmine tonante glielo aveva fabbricato Tvaṣṭar. Come vacche muggenti, le acque corsero tosto a precipitarsi in mare. — Con l'avidità di un toro, brambì il soma: bevve (il succo) spremuto nei tre mastell

i. Il Munifico afferrò l'arma da getto, il fulmine; uccise quel primonato dei draghi

Quando uccidesti, o Indra, il primonato dei draghi e di-

struggesti pure le malie dei fattucchieri, allora creando il sole, il cielo, l'aurora, non trovasti davvero più nemici. — Col fulmine, la grande sua arma, Indra colpì Vṛtra fierissimo nemico (e) Vyamsa. Giace il drago, disteso in terra come ramaglia tagliata con la scure. — Come un ebbro incapace di combattere, sfidò il grande eroe sterminatore, pronto all'assalto. Il nemico d'Indra non sostenne l'urto dei colpi di lui; schiacciò (nel cadere) le fiumane. — Senza piedi né mani, combatté contro Indra; (questi) gli scagliò il fulmine nel dorso. Castrato che voleva tener testa a un toro, Vṛtra giacque qua e là, fatto a pezzi. — Sopra lui, che così giaceva come una canna rotta, passano le acque, facendosi coraggio. Giacque il drago Vṛtra a piè di quelle che teneva rinchiuse con la sua potenza. — Indra ceraunoforo regna su ciò che cammina e su ciò che sta fermo, sul (bestiame) cornuto e su quello sprovvisto di corna. Da re, egli governa gli uomini; ha abbracciato queste cose come il cerchio (della ruota) i raggi. Gli esegeti non sono d'accordo sull'interpretazione del mito; per alcuni le montagne simboleggiano i cumuli di nubi, e le acque scarcerate sono le piogge.

All'aurora, la figlia del cielo, che ridona ogni giorno agli uomini la benefica luce del giorno, dedica il Rgveda una trentina d'inni. Questo (VII, 77) è uno dei più caratteristici: « Raggiante si appressò come giovane sposa, incitando a muoversi ogni vivente. Agni diventò fiamma per gli uomini; essa portò la luce volgendo in fuga le tenebre. — Ampiamente estendendosi, salì rivolta all'universo; portando una luminosa, splendida veste, rifulse. Color d'oro, di bell'aspetto, brillò la madre delle vacche, conduttrice dei giorni. — La benedetta che porta l'occhio degli d.i (il sole), che guida il bel cavallo bianco (il sole), l'Aurora adorna di raggi, è apparsa e si è diffusa per tutto (l'universo) con i suoi doni risplendenti. — Stando vicina con i beni, allontana il nemico mediante i tuoi raggi; procuraci un ampio, sicuro pascolo. Rimuovi l'ostilità, portaci ricchezze, affretta il dono al cantore, o generosa! — Per noi risplendi, dea Aurora, con i più fulgidi raggi, prolungando la nostra vita e concedendoci (tu che possiedi ogni bene) cibo e doni di vacche, di cavalli e di carri. — O Aurora, bonnata figlia del Cielo, tu che i Vasiṣṭha esaltano con le preghiere, concedici alta, grande ricchezza. Voi (dèi), proteggeteci sempre col benessere ».

Nella religione vedica i sacrifici agli dèi erano di due specie: domestici, ai quali accudiva il padre di famiglia servendosi del focolare domestico, e « conformi alla rivelazione (irauta) », che richiedevano tre fuochi e l'opera di quattro sacerdoti principali: il Hotar o « Invocatore » che recitava gl'inni lodativi e invitava gli dèi al banchetto sacrificale; l'Udgitar o « Cantore » che accompagnava con canti (āna) le libazioni; l'Adhvaryu o « Esecutore » che curava la parte manuale del rito e recitava le forme le sacrificali (yajus) e il Brahmān, l'ispettore del sacrificio, che doveva curare il perfetto andamento delle cerimonie. Mentre ai tre primi sacerdoti era sufficiente la conoscenza del solo V. relativo al proprio ufficio (quella del Rgveda al Hotar, del Sāma-veda all'Udgitar e del Yajur-veda all'Adhvaryu), il Brahmān doveva esser profondo conoscitore di tutti e tre i V., della travidyā o « triplice scienza », considerata come un'unità ed equiparata al Brahmān (v.). Il quarto V., di contenuto magico, non aveva alcun rapporto col sacrificio propriamente detto. Non esistevano nell'età vedica templi né immagini, né v'era un sacerdozio di Stato, malgrado l'importanza del culto. I sacrifici pubblici si facevano all'aria aperta, in comunione con la natura, ma non pro populo né a spese pubbliche. Avevano carattere privato anche se celebrate per ordine e in vantaggio del re. Il sacrificio primaverile di soma era particolarmente solenne e così costoso, che solo un ricco yajamina, « patrono del sacrificio », se lo poteva permettere. La cerimonia, alla quale attendevano sedici sacerdoti, è così descritta. Tre fuochi vengono accesi sopra un'altura: quello del « padron di casa », che rappresenta il fuoco domestico; quello che riceve le oblazioni e quello meridionale, destinato a tener lontani gli spiriti maligni. I fuochi ricingono la vadi, un luogo quadrilatero scavato nel terreno e tappezzato di erba kula, i cui lati maggiori, rientranti, s'incurvano a guisa di mezzaluna.

È il pulvinare degli dèi (barhis), su cui essi, invisibili, si adageranno per partecipare al banchetto. Tutte le divinità sono invitate; le maggiori a nome, le minori collettivamente. La prima libazione spetta al Vento, il dio più veloce. Mentre il Hotar recita le sue litanie, e il coro dei cantori l'accompagna, l'Adhvarya accudisce, con i suoi assistenti, alle opere manuali: immolazione di 11 capri ad altrettante divinità, cottura delle focacce, spremitura del soma. Delle tre spremute e mattutina, meridiana e serale, quella di mezzo spetta unicamente a Indra, gran bevitore. Sotto l'occhio del Brahmān, che tutto vede dall'alto suo seggio, si susseguono le offerte sacrificali, che dopo avere allietato la mensa degli dèi, rallegreranno quella dei sacerdoti. Finito infatti il sacrificio, carni, focacce e soma vengono ripartiti fra gli officianti insieme con l'onorario, consistente in oro, vesti e bestiame. Offerte di cibo e di bevande si facevano anche alle anime semimateriali dei morti, alle quali si attribuivano gli stessi bisogni dei vivi. Giornalmente il padre di famiglia offriva ai Mani piccole quantità di pasta e riso, e si credeva che durante il solenne sacrificio annuale in onore dei padri defunti, questi banchettassero, seduti sul barhis, insieme con Agni, inebriandosi di soma. Il Rgveda è povero di notizie escatologiche; consente tuttavia di affermare che in cielo vanno soltanto i giusti, i quali là ritrovano le buone opere compiute in vita. Per meriti straordinari, vengono promesse speciali ricompense; i donatori di cavalli «si uniscono col sole» (Rgv., X, 107, 2). Scarsissimi e vaghi sono anche i riferimenti a luoghi di pena. L'inno rgvedico VII, 104, 3, invoca Indra e Soma perché questi due dèi precipitino, nell'abisso senz'appiglio, i fattucchieri, i maldicenti, i bugiardi, gli odiatori dei brahmani, così che neppure uno possa di là ritornare. Alle ragazze senza fratelli (meretrici) e alle adultere, è destinato un «luogo profondo», che dev'essere un inferno, mentre non è certo che le vaghe allusioni a «cadute nella fossa» e «discese nelle profonde tenebre» si riferiscano a luoghi di pena ovvero a una fine tragica e alla morte.

BIBL.: H. Oldenberg, Die Religion des V., 2ª ed., Stoccarda e Berlino 1917; V. Papesso, Inni del Rigveda, 2 voll., Bologna 1929-31. Ferdinando Belloni Filippi
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“VEDA E VEDISMO.” Enciclopedia Cattolica, vol. XII (1954), p. 733. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/veda-e-vedismo.