VESTA e VESTALIA. - Le origini della dea V. a Roma risalgono a tempi antichissimi: la sua festa, Vestalia, figura nel calendario arcaico: il suo tempio rotondo sul Foro romano, più volte incendiatore e ricostruito, appartiene alla più antica fase edilizia della città; le sue sacerdotesse venivano elette con un procedimento sacrale (captio) di cui l'unica analogia è offerta dall'elezione del Flamen Dialis, sacerdote di Giove già nel periodo anteriore al culto capitolino.
Secondo la tradizione romana, le origini del culto risalirebbero anche a tempi più antichi dell'esistenza stessa di Roma: la madre di Romolo e Remo, Rea Silvia, sarebbe stata già una Vestale di Alba Longa; e, infatti, si può dimostrare l'esistenza del culto in questa città che è stata distrutta dai Romani all'inizio della loro storia.
A Roma, il tempio di V. aveva forma rotonda. Non conteneva alcuna immagine cultuale della dea, ma solo un fuoco perpetuo considerato come focolare dello Stato. Era inaccessibile al pubblico: solo durante i Vestalia vi potevano accedere le donne, gli uomini mai (non era, nei senso tecnico romano, un templum, vale a dire un edificio inaugurato dagli auguri in cui potesse riunirsi il Senato). Aveva un vano recinto detto penus: qui erano custoditi oggetti segreti ed ignoti al pubblico romano come a noi, considerati come garanzie (pignora) della potenza di Roma: di questi faceva parte ad ogni modo anche il Palladium, statua di Minerva ritenuta proveniente da Troia.
Il sacerdozio di V. tre, più tardi a sei vergini. Queste venivano eletti a sorte tra venti fanciulle patrizie tra i sei e i dieci anni e consacrate mediante il rito della captio da parte del pontefice massimo: una specie di presa di possesso dell'intera personalità del soggetto ai fini del culto. Le Vestali dovevano prestare un servizio di trent'anni, dopo i quali erano libere di lasciare o meno la loro carica. A capo del collegio stava la Virgo Vestalis Maxima che poteva rappresentare tutto il collegio nelle funzioni rituali. Le Vestali vivevano nell'atrium Vestae accanto al tempio, ma potevano uscire liberamente. Avevano diritti e doveri eccezionali. Dovevano sorvegliare soprattutto il fuoco perpetuo, il cui spensarsi era considerato come un prodigium particolarmente minaccioso per lo Stato. Per la perdita della sua verginità, la Vestale veniva sepolta viva con una modesta scorta di viveri, poiché l'esecuzione capitale era incompatibile con la sua posizione. A tale rigore corrispondono i privilegi delle Vestali che godevano dei più alti diritti e onori civili (uniche tra le donne romane, avevano anche il diritto di far testamento). L'incontro casuale con una Vestale comportava, per un condannato a morte, l'annullamento della sua condanna. I doveri sacrali delle Vestali non si limitavano al culto della dea stessa. Non solo esse dovevano presenziare a numerosi riti pubblici di alta importanza (Parilia, Argei, Parentalia, ecc.), ma preparavano con le proprie mani l'ingrediente indispensabile di qualsiasi sacrificio pubblico o privato, la mola salsa, farina tostata mista con sale, con cui si cospargeva (immolare) l'oggetto del sacrificio. Conservavano inoltre gli ingredienti del sufimen, mezzo di purificazione, che esse stesse dovevano preparare e distribuire al popolo nella festa dei Parilia. Insieme con i pignora del potere dello Stato, si può dire che le Vestali detenevano le chiavi stesse della sua esistenza sacrale in generale. Tale carattere generale e fondamentale si osserva anche nel culto della dea, poiché questa e Giano sono le uniche divinità obbligatoriamente invocate in tutte le preghiere, l'uno al principio, l'altra alla fine.
La festa Vestalia è fissata nel calendario al 9 giugno (in corrispondenza con la festa di Giano del 9 genn.). In questo giorno culmina il ciclo festivo che dura dal 7 al 15 del mese; in questo tempo si svolgono le operazioni di purificazione del tempio di V.; perciò il 15 porta nei calendari la sigla Q (quando) ST (erum) D (elatum) F (as): il carattere religioso della serie di giorni – in cui non

Vesta e Vestalia - Una Vestale, Scultura del sec. i d. C. Roma, Museo delle Terme.
(oltre quella già citata dal Waldseemüller) di diretta o indiretta provenienza vespucciana.
si poteva contrarre matrimonio, la Flaminica Dialis non poteva convivere con il marito, né pettinarsi e tagliarsi le unghie ecc. – viene abolito nel momento in cui le immondizie del tempio vengono portate via. Il giorno g è la festa vera e propria in cui tra l'altro s'incoronano gli asini, animali sacri alla dea soprattutto per la loro funzione presso il mulino (le Vestali stesse avevano un piccolo mulino nella loro dimora, probabilmente per la preparazione della farina adoperata nella mola salsa).
La teologia antica identificava la dea ora con il fuoco ora con la terra, vedendo in essa sempre come la base e il centro della vita cosmica. I poeti e scrittori la esaltavano come simbolo della castità, considerando le Vestali come sue rappresentanti o immagini vive, per quanto anche l'epiteto mater spettasse alla dea cui non mancano rapporti con la fecondità (da notare che le Vestali tributavano un culto al dio Fascinus, il phallos considerato di per sé come dio). Ma le speculazioni dei filosofi e dei poeti dotti non riflettono che la mentalità di un'epoca lontana ormai da quella della formazione del culto.
V. appare, benché scarsamente, anche nel culto privato. Secondo le testimonianze indirette della letteratura romana sembrerebbe che la dea fosse considerata presente nel focolare domestico (che, d'altra parte, risulta altare degli dèi Penati). Non è facile dire quanto in questa opinione dei letterati sia da ascrivere semplicemente alla cultura ellenistica: perché la dea Hestia – con cui V. ha del resto indubbiamente origini comuni (forse anche linguisticamente, benché la discussione sulla questione sia tuttora aperta) – in Grecia era effettivamente il focolare domestico, mentre gli scarsi documenti di un culto domestico di V. (ad es., nei dipinti delle case campane) limitano la sfera della dea alla cucina, al forno e simili locali funzionalmente ben definiti della casa.