Enciclopedia Cattolica vol. XII, 1954 Religioni non cristiane Particolari

VENERE

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VENERE. - Dea di indubbie origini italiche, estranea però al più antico pantheon romano dato che, secondo alcuni storici romani, essa non era nominata nell'antico carmen saliare, né era conosciuta ancora all'epoca dei re.

Anteriormente ad ogni influsso greco la figura di V. fu essenzialmente agreste, essendo la dea protettrice dei campi, dei giardini e dei loro coltivatori (Varrone, De lingua latina, VI, 20; Plinio, Nat. hist., XIX, 50). Per tali caratteristiche V. appartiene a quel tipo di divinità femminile della natura fiorente, della primavera, ecc., diffuso tra le popolazioni italiche, quali, ad es., Feronia e Flora. Le tracce più antiche del culto di V. si ritrovano ad Alba e a Gabi, mentre è noto che ad Ardea e a Lavinio alla dea erano eretti due templi assai importanti per le genti latine che quivi si radunavano.

In Roma la nuova dea fu interpretata e sostituita ad arcaiche divinità locali, come Murcia, Cloacina e Libitina; anzi il tempio di quest'ultima (in un bosco sacro presso il Circo Massimo), una volta avvenuta l'identificazione, fu dedicato anche a V.; e l'anniversario di questo tempio era celebrato nel giorno dei Vinalia rustica (19 ag.) quando gli ortolani (holitores) celebravano la loro festa (Varrone, loc. cit.).

L'identificazione con la greca Afrodite (v.), dea diffusa largamente sulle sponde mediterranee, sarebbe avvenuta con l'infiltrazione del culto di questa dea dal famoso santuario siciliano della Venus Erycina, il cui simulacro la tradizione voleva che fosse stato portato a Roma da Enea stesso (Solino, II, 14). In realtà, mentre i primi contatti col culto siciliano di Afrodite i Romani lo ebbero con la prima guerra punica (Diodoro, IV, 83), dopo la disfatta del Trasimeno del 217 a. C. i Libri sibillini ordinarono di votare alla Venus Erycina un tempio, che nei due anni seguenti fu costruito sul Campidoglio (Livio, XXII, 9, 10; Ovidio, Fasti, IV, 875); nel lectisternium tenutosi nella stessa epoca (217 a. C.) V. fu associata a Marte (v.). In seguito, sempre per il crescente influsso di Afrodite, si ebbe la V. Felix (cui fu particolarmente devoto Silla), la V. Victrix (=Nikephoros) alla quale Pompeo nel 55 a. C. eresse un tempio, la V. Salacia (patrona delle meretrici), ecc. Dopo Farsalo, Cesare costruisce il tempio alla Venus Genetrix, il quale culto, oltre a soddisfare le ambizioni del dittatore, divenne caro ai Romani che, attraverso Enea (tradizione troiana di Roma), si ritenevano discendenti di V., sicché tale culto divenne nazionale e finì col soppiantare gli altri. Nello stesso tempo V. fu più strettamente connessa con Marte, il padre di Romolo, e ad essi fu reso comune culto oltre che nel tempio eretto da Cesare, anche in quello di Mars Ultor consacrato da Augusto.

Bibliografia3 opere
BIBL.: L. Preller-H. Jordan, Römische Mythologie, Berlino 1881, pp. 434-50; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, Monaco 1912, pp. 288-93; F. Altheim, A history of Roman religion, Londra 1938, pp. 142-43.

Cesare D'Onofrio

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Di Cesare D'Onofrio

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Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. XII (1954), coll. 1182–1183.

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D'Onofrio, Cesare. “Venere.” In Enciclopedia Cattolica, vol. XII, coll. 1182–1183. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1954. https://azioneromana.com/it/article/venere.

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D'Onofrio, Cesare. “Venere.” Enciclopedia Cattolica, vol. XII, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1954, coll. 1182–1183. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/venere.

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