VEDĀNTA

VEDĀNTA. - Uno dei sei sistemi filosofici ortodossi e forse il più importante, perché conta tuttora milioni di seguaci fra gli Indiani delle classi colte. Si fonda sulle Upaniṣad (v.), la parte speculativa del Veda, e suol essere associato con un altro sistema di carattere teologico, la Mīmāṃsā o «Indagine» che si basa invece sulla parte rituale.

Il nesso fra i due sistemi, limitato alla comune appartenenza alla letteratura vedica, è allora indicato dai titoli: Pūrva-mīmāṃsā o «prima indagine», dato alla dottrina teologica, e Uttara-m. o «ulteriore indagine dato al V. o fine del Veda». È stato accennato alle contraddizioni esistenti fra le Upaniṣad che rappresentano una filosofia in formazione con tutto il rigoglio di una pianta, non ancora potata. Ma tale filosofia non si poteva toccare; era considerata rivelazione. Riusci a Badarāyaṇa, filosofo vissuto tra il 200 e il 450 d. C., di cui nulla si sa eccetto il nome, di mettere ordine nelle contrastanti teorie upaniṣadiche. Ma i 555 aforismi (sūtra) del suo trattato sistematico, dal titolo Brahma-sūtra, sono, per l'estrema concisione, così enigmatici, che hanno consentito ai commentatori, a distanza di secoli, due diverse interpretazioni del Brahma-sūtra: quella panteistica di Śāṅkara (ca. 800 d. C.) e quella teistica di Rāmānuja (m. il 22 genn. 1138 d. C.) e d'altri suoi epigoni.

Per dirimere i contrasti più gravi fra la sua interpretazione, il testo di Bādarāyaṇa e le Upaniṣad, Śāṅkara, formidabile dialettico, costruì sulla base dei sūtra, due sistemi filosofici; uno empirico, esoterico, per le menti grosse, l'altro metafisico, esoterico, per i pochi capaci d'intenderlo. Chiamò il primo aparā vidyā «sapere inferiore» e il secondo parā vidyā «sapere superiore», che egli condusse a trionfare dell'empirismo, e la cui sostanza è, in breve, questa. Il mondo vario e molteplice, la pluralità delle anime, il loro destino d'oltretomba, sono per Śāṅkara un'il-

lusione (māyā) perché esiste in realtà soltanto il Brahmān (Dio) che non è il demiurgo personificato e suscettibile di adorazione, ma l'Inconoscibile a cui si accede solo per mezzo dell'anubhava, «intuizione». Questa fa l'uomo partecipe dell'essenza divina nello stesso istante in cui egli riconosce: «Io sono il Brahmān». Da quel momento egli è jīvanmukta, «liberato in vita». Non ha desideri né passioni perché ha raggiunto l'appagamento supremo, e ama veramente il prossimo suo come se stesso riconoscendo in lui se medesimo. Vive nel mondo e nell'illusione di questo, ma senza esserne ingannato, e morendo non trasmigra ma entra in Brahmān (v.), «come fiume nel mare». Anche la trasmigrazione delle anime o sam-sāra, per effetto del karman (v.), è del resto una concezione che appartiene all'aparā vidyā; dal punto di vista esoterico si tratta soltanto di una verità metafisica, espressa in forma allegorica per renderla accessibile alla conoscenza empirica. Tutto è illusione fuorché l'Ātman, il se stesso, l'Io che si identifica col Brahmān, con cui l'anima umana ha comune gli attributi dell'onnipotenza, dell'eternità e dell'onnipresenza, sebbene queste qualità divine siano latenti «come il fuoco nel legno», fino a che la liberazione (wakṣa) non le renda manifeste. Questo, in nuce, il monismo idealistico, divulgato da Śāṅkara nel suo Brahmasutrabhāṣya (commento al Brahmāsūtra). L'opera, tenuta in gran conto dalla massima parte dei pandit indiani, ha carattere scolastico, e la distinzione tra le due vidyā è piuttosto artificiosa, malgrado l'ammirazione del Deussen per cotesto espediente.

BIBL.: P. Deussen, Das System des V., Lipsia 1906; id., Algemeine Geschichte der Philosophie, I, 3 (Die nachvedische Philosophie der Inder), ivi 1908, pp. 579-680.

Ferdinando Belloni Filippi

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“VEDĀNTA.” Enciclopedia Cattolica, vol. XII (1954), p. 739. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/vedanta.