iosa - che però volle mutare in "Giocosa" per meglio far capire che il gioco, cioè il ludus (preso nel senso di
diletto e insieme di scuola come disciplina della mente e dei costumi) doveva essere l'insegna del nuovo istituto - sia nelle due altre istituzioni da lui fondate, l'una per i figli delle più cospicue famiglie che accorrevano dall'Italia e dall'estero, l'altro per i giovani studiosi, privi di mezzi, che egli manteneva a sua spese. V. non lasciò scritti pedagogici d'importanza; ma il suo metodo e l'efficacia di esso si possono ampiamente raccogliere dalle memorie lasciate dagli alunni riconoscenti e dai dotti che visitarono la sua opera.
Primo tratto caratteristico della pedagogia vittoriana è la parte data alla educazione fisica, presa nel suo più ampio significato. Intanto, bandi radicalmente i cibi delicati, il lusso delle suppellettili d'oro e d'argento, la pesantezza dei vestiti, il sonno troppo prolungato, i servi e compagni di gioco spensierati; tutto volle improntato ad una signorile semplicità. Persuaso, poi, che un organismo sono e aitate esercita sull'animo una influenza saluta, diede una grande importanza a tutto quanto serve a sviluppare la forza muscolare, la snellezza, la grazia e la bellezza del corpo e insieme a ritemprare l'energia e la prontezza del carattere. Perciò lo studio veniva intercalato con gli esercizi fisici sviluppati all'aria aperta, al freddo e al caldo, al vento e alla pioggia: giochi, danza, equitazione, scherma, lotta, caccia, pesca, azioni e assalti guerri, ed egli volle anche curare il timbro e la dolcezza della voce e la scioltezza della lingua con letture a voce alta e con vivaci discussioni.
Nel campo intellettuale, il programma di studio improntato ad un sano enciclopedismo, nulla doveva trascurare (ed in questo V. ebbe a lottare contro acerbi avversari dalle idee assai retrives): latino e greco sui classici non solo cristiani, ma anche pagani (preferibili mente, ma senza esclusione degli altri, Virgilio, Cicerone, Quintiliano, Esiodo, Senofonte, Platone, Plutarco), matematica, di cui V. fu esimio cultore, astronomia, retorica e filosofia, scienza morale e musica. Il metodo era quanto di più didattico si possa desiderare: pronuncia esatta e voce chiara per i piccoli; per i più grandi: versioni, esercizi letterari in prosa e in versi, l'apprendere a memorare ampi tratti di autori (il che stimava di straordinaria efficacia anche per la vita), cambiamento di materia a toglire la noia della monotonia e a snellire l'intelligenza.
Però il miglior pregio di V. non è quello di essere stato un dottor umanista e un abile insegnante; ma quello di aver saputo permeare il suo umanesimo di un vivido spirito cristiano, che non lo mortificava affatto, e da una vigilanza assidua nel formare i caratteri per la vita e le varie circostanze, in cui gli alunni avrebbero poi dovuto percorrerli. Quindi la religione aveva il primo posto; egli stesso conduceva ogni giorno gli alunni alla Messa, cui assisteva in contegno raccolto e devoto; confessione e comunione mensili; riserbava a sé l'istruzione religiosa quotidiana, alla quale faceva servire anche i tratti degli stessi autori pagani, di cui dimostrava la scorrettezza e le insufficienze. Altrattanto premurosa la parte morale della educazione: studio dei caratteri per provocare la confidenza; studio pure delle famiglie, a cui gli alunni appartenevano, per individuare gli influssi ereditari e ambientali e meglio prevenire le conseguenze e orientarne le attività; disciplina fondata sulla comprensione e sull'efficacia dell'autocurazione e del dominio di sé, più che non sui castighi corporali, da evitarsi al possibile; stimolo della lode e di un sano amor proprio. Non discorsi scorretti, né modi trasandati e sconvenienti; ma sempre, da per tutto e con tutti, purezza di pensiero e di parola, disinvolta eleganza e distinzione di portamento.
Questi gli aspetti sotto cui si presentano l'opera e lo stile educativo di V.; per una parte: vibrante simpatia verso l'anima del fanciullo, sorridente freschezza nel tratto, pronta comprensione del bisogno che esso ha di moto, di gioco e di gioia; per l'altra: disciplina personale severa, alta concezione della vita, ricerca avvertita della perfezione morale, in quanto perfezione cristiana; aspetti che non si mortificavano a vicenda, ma si fondavano armoniosamente. Gli è che V. considerava l'apostolato educativo dell'insegnante come un sacerdote, una vocazione fissatagli da Dio, che imponeva a lui per primo una morigeratezza ineccepibile da trasformare in efficace missione di carità e di amore. Né va omesso il fatto che, nonostante la sua intensa attività di precettore e di educatore, V. trovava ancora tempo di visitare orfani e vedove, malati e carcerati, dispensando ovunque consolazioni e aiuti, così da morire con i suoi beni oberati da tanti debiti, che gli eredi ne rifiutarono l'eredità e dovette essere seppellito a spese dei marchesi di Mantova.
Del resto i buoni frutti della "Casa gioiosa" si videro non solo a Mantova, ma anche altrove, giacché per lungo tempo si riconobbero gli alunni di V. da una lealtà di carattere, che faceva singolare contrasto con la generale corruzione del tempo (P. Villari, N. Machiavelli e i suoi tempi, I, 3a ed., Milano 1912, p. 161).
La sua scuola infatti, continuata ancora per 20 anni sotto la guida dei suoi discepoli, Ognibene da Parma, prima, e poi da Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, fu una vera fucina dove si temporaneo uomini non tanto letterati, quanto preparati efficacemente alla vita, come mostrarono di essere i Gonzaga e i Montefeltro, capi di Stato; Sassolo da Prato, Nicolò Perotto, Giov. Andrea Bussi, prelati; e altri, condottieri, umanisti, scienziati (cf. Gerini, op. cit. in bibl., pp. 67-73). Il Pisanello sulla medaglia in onore di V. scrisse: "Victorinus Feltrensis summus mathematicus et omnis humanitatis Pater". Nel 1868 fu eretto a Feltre un monumento a V. con la iscrizione: "Al suo V. principe degli educatori".