XENITEIA. - Termine greco (ξενιτεία « soggiorno in terra straniera », onde « esilio ») indicante il distacco dalla terra d'origine, poi la rinunzia ascetica di chi trasforma la sua vita in un « pellegrinaggio ».
Sull'esempio di Abramo (Gen. 21, 23; 23, 4), di Mosé (Ex. 2, 22; Act. 7, 29), d'Israele sottratto da Dio al mondo pagano (Sap. 18, 3; Hab. 3, 16; παράνοια è sincrino di x., ogni cristiano è e deve sentirsi « straniero » (ξένος) e « forestiero » (παρανοίας) : I Pt. 1, 1; 2, 11; Hebr. 11, 13; 13, 14); la sua patria è la città di Dio e dei santi (Eph. 2, 19; Phil., 3, 20). Molti asceti dell'antichità praticarono la X. volontaria, peregrinando sempre. Era una penitenza gravosa, tanto più che nel mondo antico lo straniero era di solito considerato nemico, privo di diritti, « in miseria » (egens = ex-gens secondo Festo; cf. Platone, Leg., V, 729 e). S. Giovanni Climaco (Scala Par. : PG 88, 664) spiega che la x., privazione di tutte le comodità che ci fanno dimenticare « la patria », è la madre della indifferenza, ma esorta a « evitare il demone vagabondo e voluttuoso », a non toccare più il mondo abbandonato. Ambrogio Autperto (m. nel 781) risponde a quanti affermano, citando Mt. 13, 57, che nessuno può santificarsi nella propria patria (Conf. vit. et virt., 28 : Pl. 40, 1104-1106); documenta così la tendenza del monachismo benedettino alla « stabilita loci », da differenza del monachismo celtico che favoriva l'emigrare lontano. S. Nilo di Rossano (m. nel 1005) qualificava la sua vita una continua x., e, morendo, volle ciò ricordato sulla sua tomba (Vita s. Nili jun. : PG 120, 130 e 161).