XEROFAGIA (ξηροφαγία). - Alimentazione con solo cibo secco (ξηρός) e sola acqua. È una varietà del digiuno, secondo s. Isidoro (Etymol. VI, 19, 70, ed. W. M. Lindsay, Oxford 1911): «X. dicunt, abstinentiam scil. ciborum humentium; unde nomen hoc datum, eo quod siccis quidam escis utantur».
La X. era praticata tra i pagani antichi (Ateneo, Deipnosophia, III, 79). I terapeuti digiunavano con acqua, pane e issopo (Eusebio, Hist. ccl., XVII, 22). Clemente Aless. la raccomanda alla gioventù (Paedag., II, 2) e a tutti, affinché «l'anima sia pura, secca, e luminosa; l'anima secca è sapientissima, ottima, atta alla contemplazione (ἐποπτική)» (id., ibid.: PG 8, 413, 424 sg.). I montanisti si imponevano la x., privandosi di carne, brodi, frutti succosi e vino e astenendosi dal bagno, due settimane all'anno, senza i sabati e le domeniche (Tertulliano, De ieiun. 15); con la X. («siccantes cibum ab omni carne et omni iurulentia et uvidioribus quibusque pomis, ne quid vinositatis vel edamus vel potemus» (id., ibid., 1), si procuravano le «rivelazioni» (id., ibid., 12). Digiuno ridotto, la X. si venne identificando (sec. III) con il digiuno a pane ed acqua, che i cristiani praticavano già nel sec. II (Erma, Pastor, sim. V, 3 e 7), e che s. Girolamo (Ep. ad Nepotianum, 12) raccomanda come «fortissimum iciunium». S. Epifanio (Haer., 70, 12, e 75, 3) afferma che la V. era d'obbligo nella settimana prima di Pasqua; il vitto vi si limitava a pane, acqua e sale (Didascalia, V, 18; le Constit. Apost. aggiungono i legumi: ed. F. X. Funk, Paderborn 1935, pp. 288-89). Il Sinodo di Laodicea (can. 50) prescrisse la X. per l'intera Quaresima; s. Giov. Crisostomo (Hom. ad pop. Antioch., 4, 6: PG 49, 68) attesta che parecchi trascorrevano tutta la Quaresima a pane ed acqua. Molti asceti dei secc. IV e V praticarono la X. (con la ὀδροποσία) durante l'anno, limitando al minimo il pane stesso (Rufino, Hist. mon., 27; Cassiano, Collat., II, 19-21). Affine era la omofagia (ὠμοφαγία): uso di sole erbe e legumi non cotti, talora con un po' d'olio, e, specie in Palestina, con esclusione del pane (Palladio, Hist. Laus., 11, 18, 38, 52, 57; Cassiano, De inst. coenob., IV, 22). Non mancarono eccessi (Cassiano, Collat., V, 5). Oggi in Oriente X. designa l'uso dei cibi quaresimali.
