ABIATHAR (ebr. 'Ebhithār « padre di abbondanza »). - Sommo sacerdote, pronipote di Heli per Fines, figlio del sommo sacerdote Achimelech, scampò alla strage che Saul fece del padre, dei sacerdoti e degli abitanti di Nob per aver ospitato David perseguitato dal manisco re, e si rifughi a Maspha (Moab) presso David. Rimase poi fedele a fianco di David ramingo, e con l'ephod che aveva portato seco gli significava la volontà divina (I Sam. 23, 6-13). Presenziò e diresse, con Sadoc, il solenne trasferimento dell'arca a Cerusalemme (I Por. 15, 11 sg.).
La simultaneità di due sommi sacerdoti costituisce un problema singolare. Quando David, durante l'insurrezione di Absalom, dovette abbandonare la capitale, A. vi restò con Sadoc e fornì al re preziose notizie (II Sam. 15, 24-29, 35-37; 17, 15). Negli ultimi anni della vita di David appoggiò Adonia nel suo tentativo di usurpazione del trono (I Reg. 1, 7, 19); ma Salomone, succeduto a David, fu generoso col traditore e si limitò, in ricordo dei servizi prestati a suo padre, a confinarlo (I Reg. 2, 26 sg.).
In Mc. 2, 26 l'episodio dei pani della proposizione mangiati da David è riferito al tempo di A. ACHIMELEK (v.) o per errore di copista, o perché A. portava due nomi, o perché il nome di A. domina tutto il tempo di David.
'ABIB (Settanta: μὴν τῶν νεῶν; Volgata: mensis novorum frugum). - Primo mese dell'antico calendario ebraico (Ex. 13, 4; 23, 15; 34, 18; Deut. 16, 1), detto 'abib « spiga » (Ex. 9, 31; Lev. 2, 14; Ex. 3, 15: « Tell Abib »): coincideva con l'inizio della primavera. Cominciava alla nuova luna di marzo e durava 30 giorni. Fu poi denominato nīsān (v.), alla babilonese. In questo mese avvenne la liberazione degli Ebrei dall'Egitto e l'istituzione della Pasqua.
ABIDJAN, PREFETTURA APOSTOLICA. - La missione della Costa d'Avorio, nell'Africa Occidentale, affidata alla Società per le Missioni africane di Lione ed eretta in prefettura apostolica il 28 giugno 1895, per Costa d'Oro (v.), fu elevata a vicariato il 17 nov. 1911. Alla rettifica di confini (decreto 18 sett. 1905) con il vicariato del Sahara nel Sudan francese (v. EHARTUM) seguirono due importanti mutazioni territoriali: venne, cioè, staccata la parte settentrionale della Costa d'Avorio per Korhogo (v.); indi la parte occidentale Sassandra (v.), mentre la residua missione-madre assumeva la denominazione di A. (dalla sede dell'ordinario), come dal breve Quo intra fines, del 9 apr. 1940. La superficie del territorio è di kmq. 200.000; e la popolazione totale (computo approssimativo del 1941) di circa 680 mila ab., tra cui oltre 500.000 pagani, 75.100 cattolici (4.500 europei, con pochi siro-libanesi) e 36.976 catecumeni; 48.000 protestanti, circa 25.000 musulmani. Le 18 quasi-parrocchie sono coadiuvate da 391 catechisti sparsi nelle 507 stazioni secondarie; chiese e cappelle 523.
Il personale consta di un sacerdote secolare e 33 missionari, compresi due fratelli delle Missioni africane della provincia di Lione, con 54 auore di N. S. degli Apostoli (Venissieux). L'istruzione, affidata a religiose e a 103 insegnanti laici, si svolge in scuole distrettuali ufficialmente riconosciute e in altre libere e presso gli orfanotrofi e collegi: complessivamente in 91 elementari (3.095 alunni) e 19 secondarie (3.291). Oltre un seminario preparatorio, esiste quello minore, istituito nel 1936 e passato in nuova sede a Birgerville (28 alunni).
Dalla tipografia embrionale di Grand-Bassam esce il periodico La Côte d'Ivoire Chrétienne (1.500 copie). Quasi tutti i villaggi sono stati evangelizzati, eccetto nei distretti di Bouaké e Dimbokro; il movimento di conversioni si accentua rapidamente, anche tra i Baule, prima refrattari.
Scuole e opere caritative e sociali (specie nel centro operaio di Treicheville) e associazioni giovanili di azione cattolica concorrono al progresso spirituale, pur tra difficoltà e ostacoli (scarsezza di personale, distanze enormi, mancanza di comunicazioni, proselitismo musulmano, dovuto specialmente ai commercianti di razza Dule, provenienti dal nord).
ABIEZIONE. - In ascetica, secondo l'etimologia del termine (abicere), significa la generosa rinuncia alla propria personalità o dignità, non solo procurandosi o accettando umiliazioni, ma ricercando uno stato abituale di vita tenuto in dispregio dagli uomini. Così intesa l'a. è pertanto un atteggiamento di umiltà eccellente, anzi eroica. Ne è stimolo l'esempio di Cristo (Phil. 2, 6-7), quindi la si incontra spesso nella vita dei santi e viene proposta dalla dottrina di perfezione (Imit. di Cristo, I, 2, 9; II, 2; III, 13, 20, ecc.).
A formare lo stato d'a. concorre di frequente Dio, specie per le anime da lui chiamate all'unione mistica. Queste vengono sottoposte a prove particolarmente penose e indipendenti dalla loro libera elezione: prove esterne (malattie ripugnanti per cure assai incomode e disgustose al prossimo, persecuzioni degli uomini, calunnie, privazione dei beni temporali o della libertà, ecc.) e prove interne (tentazioni veementi, oscurità di coscienza, vivo sentimento dei propri peccati o difetti, desolazione e tristezza, ripugnanza al bene, dubbi d'illusione circa i doni divini, timore della propria dannazione, ecc.). « Sono stati nei quali l'anima sembra soccombere, decomposi, andare in rovina o svanire. Le sue potenze divengono inerti, tutte le molle della sua vita sono afflosciate: è come una paralisi spirituale. L'anima ha solo il sentimento di un annullamento totale » (C. Gay). Cf. purificazioni passive, notti dei sensi e dello spirito, nella dottrina di s. Giovanni della Croce. In tale stato però l'anima dev'essere ben lungi dall'inerzia volontaria: deve anzi più che mai lottare corrispondendo alla grazia attuale e rimanere con Gesù nelle tribolazioni (cf. Lc. 22, 28). Come nell'a. essa muore ed è sepolta con Cristo, così con lui risorgerà libera dai molti impedimenti all'unione con Dio, specialmente dalla vanità e dall'orgoglio.
A questo proposito non sono mancati in passato gravi e funestissimi errori: così Lutero, per la sua concezione pessimista della natura decaduta e per aver confuso il peccato originale con la concupiscenza, affermò che tutti i movimenti di questa son già peccati: e siccome tali movimenti sono inevitabili, sarebbe pure inevitabile il peccato. Così i quietisti, il cui MOLINISMO (v.), facendo consistere la vita perfetta in uno stato di totale annientamento delle potenze dell'anima e di volontaria inattività (« voler agire è offender Dio, mentre Egli vuol da solo agire in noi »; chi è giunto alla morte mistica « non ha più volontà e Dio gliel'ha tolta ») sono giunti alla irresponsabilità morale, traendone apertamente la conseguenza che è lecito abbandonarsi alla tentazione e compiere azioni nefande, giovando questo alla umiliazione (Propp. 1-4, 41-52, 55-57, 61, ecc., condannate da Innocenzo XI). Tali enormità non hanno nulla a che fare con lo stato di a. nella concezione della dottrina cattolica: perciò la Chiesa ha condannato il quietismo sotto le diverse forme in cui s'è presentato, specialmente quella di passività nelle tentazioni.
Nel sec. XVII il p. Giov. Crisostomo di Saint-Lô, del Terz'ordine francescano, fondò in Francia la Società della santa a.

(fot. Alinari)