ALFANO (Alphanus), arcivescovo di Salerno. - Teologo, filosofo, medico, poeta. N. a Salerno da famiglia nobilissima, tra il 1015 e il 1020, m. il 9 ott. 1085, visse nel periodo d'oro della sua patria, testimone della grandezza cui elevò quel principato Guai-maro V. Quando una congiura di palazzo, in cui furono compromessi i suoi stessi fratelli (cf. Chron. Casin., III, 7), spense nel sangue quel principe longobardo (3 giugno 1052), egli ne pianse la tragica fine come la perdita del «pater patriae» e «d'ogni decoro della vita» (cf. l'elegia ad Guidonem: PL 147, 1257).
Fu avviato al sacerdozio, e studiò nella celebre scuola medica locale, divenendone una delle glorie migliori. «Medicus et clericus», strinse a Salerno amicizia con Desiderio, che curò da esaurimento e da debolezza di stomaco; e attratto da esso all'ideale monastico, entrò con lui nel monastero di S. Sofia in Benevento (1054). Passò poi a Montecassino (1056), ove con Desiderio e Federico di Lorena, parimenti doti e letterati, contribuì alla gloria dell'abbazia. Ma la collaborazione dei tre amici fu breve, ché Federico (1057) divenne papa Stefano X (IX), e Desiderio (il futuro papa Vittore III) gli successe come abate; mentre A., sollecitato da Gisulfo II, principe di Salerno, ritornò alla città natale per reggervi il monastero benedettino e, nel 1058, l'arcidiocesi. Fu consacrato dall'augusto amico, Stefano X.
Il suo episcopato segnò per la Chiesa di Salerno un periodo di splendore. Riorganizzò il Capitolo, arricchendolo di numerosi privilegi ottenuti dal Papa e dal principe. Nel 1059 intervenne ai concili di Roma, di Melfi e di Benevento. In queste solenni assise si legò d'amicizia con Ildebrando, il futuro Gregorio VII, di cui condivideva i disegni di riforma ecclesiastica, e ne assecondò gli sforzi nella lotta per la libertà della Chiesa (cf. il carme Ad Hildebrandum).
Prese parte ai grandi avvenimenti del suo tempo agitato. Nel 1062 accompagnò il suo principe Gisulfo
II che, simulando un pellegrinaggio a Gerusalemme, si recò a Costantinopoli per patteggiare con l'imperatore bizantino contro gli invadenti Normanni. A proseguì, col vescovo di Palestrina, per la Palestina. Tornato a Costantinopoli, da Gisulfo vi fu lasciato, con sua triste sorpresa, in ostaggio. Evaso, si rifugiò presso Roberto il Guiscardo. Riconciliatosi con Gisulfo, tornò a Salerno. Partecipò di nuovo ai concili di Melfi (1067), di Salerno (1068) e a quello importantissimo del 1074 in Roma, sotto il nuovo papa Gregorio VII.
Costretto il Papa ad allearsi coi Normanni, quando questi assediarono Salerno (1076) l'arcivescovo dovette uscirne, e potè rientrare nella città nel dic. di quello stesso anno, quando, tramontato il principio longobardo, essa divenne capitale del dominio di Roberto il Guiscardo. E con l'aiuto di Roberto innalzò la monumentale basilica in onore di s. Matteo Apostolo, di cui poco prima aveva ritrovato le reliquie: basilica consacrata poi dall'esule pontefice Gregorio VII, che A. accolse e confortò. Entrambi morirono nel 1085: Gregorio il 25 maggio, A. nell'ott., ed entrambi riposano nella stessa cattedrale.
Ad A. successe Alfano II (1086), ch'era, come sembra, suo parente.
Opere (alcune in PL 147, 1213-82). — A., attesta il cronista cassinese (Chron., III, 35), fu « vir in Scripturis sanctis eruditissimus et notitia ecclesiasticorum dogmatum ad plenum instructus»; aveva «medicinae artis scientiam non parvam» e «miramenta cantandi peritiam» (ibid., III, 7). E lasciò, in tutte queste scienze, degli scritti, la cui maggior parte purtroppo è perduta.
1. Teologia e aigografia
Si conservano la Vita et passio s. Christinae, un passo della quale (PL 147, 1275 B) ci rivela anche la seria formazione giuridica di A.; e un Sermone sulla vocazione dell'apostolo s. Matteo.Il suo trattato De unione Verbi Dei et hominis, di cui anticamente si conservava copia a Montecassino, è andato smarrito. Parimenti perduta sembra una Vita s. Sabinae.
2. Medicina
Possediamo la sua traduzione dal greco del trattato di Nemesio d'Emesa Sulla natura dell'uomo (Περί φύσεως ἀνθρώπου: PG 40, 503-518; in parte tra le opere di s. Gregorio Nieseno, De anima: PG 45, 187-222), cui aggiunse un Prologus nel quale dà all'opera di Nemesio il titolo di Premnon physicon, «hoc est Stipes naturalium»: trattato filosofico e di fisiologia, la cui dottrina medica fu analizzata da R. Creutz. Questa elegante versione di A. — una delle varie che il trattato ebbe nel medioevo — manca nel Migne; edita nel 1887 da Holzinger, uscì nel 1917 in nuova edizione critica, tra i classici «Teubner» di Lipsia, a cura di Carlo Burkhard.Pietro Capparoni ci ha ridato il Tractatus de pulsibus secondo il ms. 1024 della Bibl. dell'Arsenal di Parigi (segnalato nel 1930 da Ernesto Wickersheimer) e il ms. lat. 1143 del Vaticano (Roma 1936, con commento e fascicoli e dei codici). Prezioso documento della primitiva scuola Salernitana, l'opuscolo — probabilmente integro, più che un semplice transunto scolastico — è un'epitome «sui polsi» secondo gli scritti sfoghi di Galeno: influì molto su Egidio di Corbeil.
A. scrisse anche un lavoro di clinica e di terapeutica, De quattuor humoribus corporis humani: ampio trattato, di almeno sette parti, di cui il cod. 73 della Bibl. Laurentiana di Firenze conserva un frammento assai importante (noto a S. Renzi, Coll. Salernitana, II, Napoli 1854, p. 411 sg., e ripubblicato da R. Creutz in Stud. u. Mitt. z. Gesch. des Bened. Ordens, 47 [1929], pp. 420-22), mentre il ms. F 86 (sec. XIII-XIV) della Bibl. Vallecilliana di Roma ne dà una specie di sintesi, rinvenuta da P. Capparoni, e da lui edita con commento e facsimile (Roma 1928). Questo punto, fatto da scolari sulla fine del sec. XIII o all'inizio del XIV, dimostra come dopo oltre due secoli dalla morte di A. i suoi scritti fossero ancora usati quali libri di testo.
Il Capparoni crede che il De unione corporis et animae, ritenuto perduto, non sia altro che l'omonimo capitolo della sua traduzione di Nemesio.
Siamo quindi ora edotti sulla figura medica di A., uno dei principali maestri precostantiniani della Scuola, e sulla sua attività scientifica, svolta nel solco della tradizione classica greco-latina, per cui Salerno poté nominarsi Civitas Hippocratica.
3. Ma la sua maggiore celebrità A. la deve alla poesia. Compose, dice Pietro Diacono (Chron. Casin., III, 35), librum hymnomum et versuum: versi redatti tutti in metri classici (particolarità notevole in un periodo in cui ovunque prevalgono i versi ritmici).
I suoi carmi, per la maggior parte contenuti nei cod. 47 e 280 di Montecassino, si possono distinguere in due gruppi: quelli a soggetto sacro o edificante (la Vergine, i ss. Innocenti, l'eroismo dei Martiri) e quelli di carattere personale o occasionale (epitaffi, epistole, dediche, ecc.). Vanno particolarmente ricordati: la lunga ode, in trimetri dattili, a Montecassino; le saffiche in onore di s. Matteo e di s. Mauro; l'inno a s. Sabina, in versi gliccini e asclepiadei alternati, con una soave descrizione del paradiso, eterna primavera; il poema in esametri in onore dei XII fratelli di Benevento, definito un romanzo in versi; l'odc a Ildebrando, in ritmo gliccino, in cui si esalta la grandezza di Roma, signora del mondo (cf. Pietro Diacono, De viris ill. casin., 19).
A. è «uno dei pochi caratteri letterari del medioevo» (Prampolini). Come poeta ed erudito, come pastore ed uomo politico, è una delle figure più rappresentative del sec. XI. La sua vita benefica e penitente gli ha meritato, sebbene senza culto, il titolo di santo.