ALFIERI, VITTORIO. - Poeta tragico, n. in Asti il 16 genn. 1749, « di nobili, agiati ed onesti parenti », Antonio e Monica Maillard di Tournon, m. a Firenze
l'8 ott. 1803. Dopo gli anni di collegio nell'Accademia di Torino (1758-66), si diede a viaggiare, prima per circa un anno in Italia, poi per tutta Europa, fino al 1772. Nel genn. del 1774, a Torino, cominciò un giorno per passatempo a scrivere alcune scene di una tragedia, Cleopatra. La riprese e la terminò circa un anno dopo, e insieme con una farsa, I Poeti, la fece rappresentare nel giugno 1775. Indulgentemente applaudito, formò il proposito di diventare un grande poeta tragico, e cominciò a procurarsene gli strumenti, dandosi allo studio dell'italiano prima, poi anche del latino. Nel 1777 abbandonò definitivamente il Piemonte, e si stabilì in Toscana, dove nell'autunno di quell'anno, a Firenze, conobbe la contessa Luisa Stolberg d'Albany, giovane moglie di Carlo Odoardo Stuart, pretendente al trono di Scozia, che gli fu poi compagna finché visse. Nel 1778 fece donazione del suo, contro il pagamento d'un vitalizio, alla sorella Giulia, a fine di « disvassallarsi », ossia liberarsi da ogni dipendenza dal re sardo. Ebbe varie dimore, a Roma, in Toscana, in Inghilterra, a Parigi, in Alsazia. Nel 1789 era con la d'Albany a Parigi quando scoppiò la rivoluzione. Dapprima la salutò con gioia ma, vedutine gli orrori, scrisse il Misogallo. Dopo la catastrofe del 10 ag. 1792 fuggì da Parigi, non senza difficoltà e pericoli; gli furono confiscati cavalli, mobili, libri, e sequestrate le entrate. Il 3 nov. rientrò a Firenze, dove rimase fino alla morte.
Opere. - Le opere a cui volle affidata la sua fama sono le 19 tragedie: Filippo, Polinice, Antigone, Virginia, Agamennone, Oreste, Rosmunda, Ottavia, Timoleone, Merope, Maria Stuarda, Agide, Sofonisba, La Congiura dei Pazzi,

Pensiero. - L'A. volle essere poeta e profeta di libertà: inculcò sempre che non già l'obbedienza alla legge, ma la soggezione dell'uomo all'uomo è mortifera ad ogni altezza di sentire. Non ebbe la fede, e si mostrò avverso alla religione cattolica: perciò meritò che alcune sue opere fossero condannate dalla Chiesa: Le Satire, Della tirannide, Vita (20 genn. 1823), Il panegirico di Plinio a Traiano, Del Principe e delle Lettere (11 giugno 1827). Tuttavia non ci mancano testimonianze e indizi che ad essa il suo pensiero si andò sempre più accostando. Nel trattato Della tirannide, scritto nel 1777, un capitolo tratta Della religione: ivi la religione cristiana in generale è detta «non per se stessa favorevole al viver libero», e in particolare la religione cattolica «incompatibile quasi con esso»,
non per effetto della sua dottrina, ma di taluni suoi istituti. Esclude espressamente dal biasimo il culto delle immagini e il dogma della presenza reale nell'Eucaristia.
Confrontando questa riserva con un passo della satira settima L'antireligioneria, dove loda appunto il cristiano sacrificio della Messa, perché «devota riverenza infonde», e poi col famoso sonetto che incomincia «Alto, devoto, mistico, ingegnoso... E' il nostro culto», sonetto scritto nel 1795, è facile concludere che in ogni tempo l'A. non si sottrasse a quel senso di riverenza ispiratogli dalle forme e dai misteri del culto cattolico. Inoltre, sempre in quel capitolo sulla religione, non teme di osservare che la credenza nel tiranno, imposta modernamente con la forza delle milizie, è «molto più vile e assai meno consolatoria» che l'antica credenza in Dio; e riconosce che la religione cristiana ha addolcito i costumi, e introdotto «una certa urbanità nella tirannide».
Nel trattato Del principe e delle lettere, scritto fra il 1785 e il 1786, contraddicendo in parte quello che aveva detto nel trattato Della tirannide, loda l'opera liberatrice di quelli ch'egli chiama capi-setta religiosi, Mosè, Gesù Cristo, Maometto; loda la sublimità dei santi e martiri cristiani, osserva che la religione cristiana riformata (non la cattolica) è compatibile col vivere libero. Ma nel sonetto ricordato dianzi si dichiara risolutamente in favore della religione cattolica: «Dell'uon gli arcani appieu sol Roma intende»; pure augurando sempre, anche in questa, una riforma. Nello stesso capitolo del trattato Del principe e delle lettere esprime un giudizio, ardito in quel tempo e profondo, ripetuto poi nella satira settima e nel Misogallo, sulla negatrice filosofia settecentesca, chiamandola semifilosofia superficiale e non vera. Tutta la Satira VII è violentissima contro il Voltaire «disinventore od inventor del nulla» i cui frizzò «non dan base a virtute» come fanno le religioni, e scatenano la licenza e il delitto. In una lettera del 1796 a Teresa Mocenni, per consolarla della morte di un comune amico, la esorta a credere nella immortalità dell'anima, anche se tale credenza ripugna alla fisica e all'evidenza matematica: «Il primo pregio dell'uomo è il sentire, e le scienze insegnano a non sentire».
Con queste parole l'A. si colloca a capo di quella schiera d'uomini che il pensiero del secolo trascinò seco nella miscredenza, ma ne piansero, e più o meno chiaramente invocarono il ritorno alla fede o di qualche cosa che bene o male ne tenesse il posto, le illusioni, la poesia. La contessa d'Albany disse al Capponi che, se l'A. fosse vissuto di più, sarebbe morto con il rosario in mano. Il D'Azeglio racconta che negli ultimi anni l'A. fu visto un giorno in chiesa a prender pasqua. L'abate Caluso attesta che quando morì fu chiamato il confessore, ma non giunse a tempo. La contessa d'Albany, impetuosa miscredente, non era persona da avere tali premure se non avesse saputo che tale era il desiderio dell'A.