Enciclopedia Cattolica vol. I, 1948 Teologia morale Morale generale

AMORE (PROPRIO)

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Noto anche come: inglese: inordinate self-love; latino: amor sui

AMORE (PROPRIO). - Nel senso familiare agli autori spirituali, è l'amore sregolato di se stesso, per cui si è portati a ricercare un proprio bene senza subordinarlo a Dio e senza sufficiente cura del bene del prossimo, come esigono la retta ragione e la legge divina. Secondo s. Agostino, l'amor sui è un residuo del peccato in tutti (De Civ. Dei, V, 14); da esso derivano la laudis aviditas nimia e la libido dominandi (ibid., I, 19, 30). Come dimostra s. Tommaso (Sum. Theol. 1ᵃ-2ⁿᵈ, q. 77, a. 5), da questo amore sregolato di sé, chiamato spesso egoismo (v.), in latino cupiditas, derivano « la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, la superbia della vita » (Io. 2, 16), poi i sette peccati capitali. Affermando: « Radix autem totius iniquitatis est amor sui ipsius » il Dottore angelico (In II Tim. 3,2: cap. 3, lect. 1) ripete s. Bernardo, secondo cui l'a. p., divenuto volontà propria, o non conforme a quella di Dio, è la radice di tutti i peccati (Sermo in Resurrect. Dom., 3). L'a. p. può anzi crescere fino al disprezzo o odio di Dio: « Civitates duas fecerunt amores duo: amor sui usque ad contemptum Dei, amor Dei usque ad contemptum sui » (s. Agostino, De Civ. Dei, XIV, 28).

Mentre la retta ragione ci porta ad amare ogni bene ragionevole, compreso il bene personale, rispettando la subordinazione dei fini o scala dei valori, la parte inferiore dell'uomo ricerca solo il proprio bene sensibile, dilettevole o utile, e tale inclinazione fu accentuata dal peccato originale.

Le conseguenze di questo peccato furono esagerate dai primi protestanti e dai giansenisti, in opposizione ai pelagiani e semi-pelagiani che le negavano o le sminuivano. Le esagerazioni giansenistiche affiorano nelle Pensées di Pascal a proposito dell'io: « Ogni io è il nemico e vorrebbe essere il tiranno di tutti gli altri ». Similmente La Rochefoucald nelle Maximes: « Le virtù si perdono nell'interesse come i fiumi nel mare ».

Due altre dottrine si oppongono, utilitarismo e quietismo, tra e sopra le quali la morale cristiana e cattolica appare come una vetta. L'utilitarismo, chiamato dagli autori spirituali naturalismo pratico, non riconosce quanto vi è di disordinato nell'a. p., in cui scorge piuttosto una forza da utilizzare, ma che bisogna moderare. Questo sistema riduce all'utile e al dilettevole il bene onesto, oggetto della virtù e del dovere, meritevole d'essere amato per se stesso e più di noi indipendentemente dai vantaggi e dal diletto che ne conseguono: « Fai ciò che devi, avvenga ciò che può ». L'utilitarismo conduce alla superbia, che porta a costituirsi centro di quanti vivono intorno a noi. Il quietismo invece, in opposizione alla teoria dell'interesse, volle condannare ogni amore interessato, anche quello della retribuzione eterna, come se vi fosse un disordino nella speranza cristiana per il fatto che è meno perfetta della carità. Era mal compresa la speranza cristiana, per cui non subordiniamo Dio a noi, ma desideriamo Dio a noi come al prossimo, subordinandoci a Dio, fine ultimo dell'atto di speranza.

S. Tommaso formula in modo preciso e profondo la dottrina cattolica, osservando (Sum. Theol., 1ª, q. 60, a. 5) che ogni creatura è certamente incline ad amare il bene proprio, ma è naturalmente incline anche ad amare Dio più di se stessa, come nel nostro organismo la parte ama il tutto più di se stessa e la mano si espone naturalmente per preservare la testa. Se fosse diversamente, l'inclinazione naturale della nostra volontà, quale proviene da Dio autore della nostra natura, non sarebbe più retta, e la carità infusa dovrebbe non perfezionarla ma distruggerla. Indubbiamente il peccato originale ha attenuato questa felice inclinazione della nostra natura, ma non l'ha soppressa. Ne risulta che, amando bene la parte superiore di se stesso, l'uomo ama più ancora il suo Creatore. Secondo s. Tommaso (Sum. Theol., 2ª 2ª, q. 19, a. 6), bisogna distinguere un amore di sé riprovevole e uno legittimo: « l'amore di sé può concepirsi in tre modi rispetto alla carità: 1) è contrario alla carità, se si ripone il fine ultimo nel bene proprio preferito a Dio; 2) è incluso nella carità, quando l'uomo in stato di grazia si ama per e in Dio (onde glorificarlo nel tempo e nell'eternità); 3) è distinto dalla carità, senza opporvisi, quando uno si ama considerando formalmente il suo bene proprio senza peccato, o almeno senza peccare mortalmente, cioè senza distogliersi da Dio ». Il Vangelo stesso c'insegna che vi è un amore di sé legittimo, poiché ci comanda di amare il prossimo come noi stessi. Gli autori spirituali hanno lungamente trattato dell'a. p., per mostrare come sussiste, nonostante lo stato di grazia, nei principianti e anche nei progredienti e nei provetti, particolarmente sotto la forma di orgoglio spirituale o di ricerca smoderata di consolazioni spirituali. Il che dimostra la necessità dell'abnegazione e dell'umiltà, delle purificazioni attive della sensibilità, dell'intelligenza, della memoria, della volontà, e anche la necessità di purificazioni passive per eliminare la ruggine depositata in fondo alle nostre facoltà, che impedisce la contemplazione delle cose divine e l'unione intima con Dio. I grandi dottori ascetici illustrano tale dottrina. S. Francesco di Sales mostra ottimamente che l'a. p. c'inganna spesso, esercitando le proprie passioni sotto il nome di zelo; è spesso violento, turbolento, precipitoso; accieca la ragione; si nasconde sotto parole umili. Per vincerlo bisogna non consentire ai suoi attacchi e reprimere i suoi impulsi (v. ABNEGAZIONE).

Bibliografia19 opere
BIBL.: S. Basilio, Regulus brevus tractatus, interr. 7, 41, 138; PG 31, 932, 1021, 1120; s. Giovanni Climaco, Scala Paradisi, grad. 4, 25; PG 88, 724, 999; s. Bernardo, De diligendo Deo, cap. 8; PL 182, 988, 112; De Imitatione Christi, III, cap. 27; s. Caterina da Siena, Dialogo, passim; Alvarez de Paz, Opera, II, parte III, cap. 3; s. Giovanni della Croce, Noche obscura, I, capp. 1, 3, 6; II, capp. 2 e 4; s. Francesco di Sales, Introd. à la vie dévote, III, cap. 6; V, cap. 5; id., Traité de l'amour de Dieu, I, cap. 6; IV, capp. 3 e 10; IX, capp. 10 e 11; s. Ignazio, Exercitia spiritualia, nn. 97, 189; J.-B. Bossuet, Traité de la concupiscence, cap. 2 agg.; J. N. Grou, Manuel des ames intérieures, nuova ed., Parigi 1925, pp. 153-58 (Du moi humain).

Reginaldo Garrigou-Lagrange

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Di Reginaldo Garrigou-Lagrange

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Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. I (1948), coll. 1104–1106.

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Garrigou-Lagrange, Reginaldo. “Amore (Proprio).” In Enciclopedia Cattolica, vol. I, coll. 1104–1106. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1948. https://azioneromana.com/it/article/amore-proprio.

MLA

Garrigou-Lagrange, Reginaldo. “Amore (Proprio).” Enciclopedia Cattolica, vol. I, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1948, coll. 1104–1106. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/amore-proprio.

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