ANGIÒ, dinastia di NAPOLI. - La casa d'Angiò, ramo della famiglia regnante in Francia, già potente per i domini al di là delle Alpi e già avviata ad una politica italiana per il possesso di importanti passi nelle Alpi Marittime e di grosse terre nel Piemonte nonché per le intese negoziate col comune di Asti, con i marchesi di Saluzzo e del Monferrato, venne invitata ad assumere la corona del regno di Sicilia, feudo della Chiesa, nel 1263 da Urbano IV; e ne fece di fatto la conquista, patteggiando l'amicizia dei Savoia e dei Torriani di Milano, che le assicurarono alle spalle le comunicazioni con la Francia e, col potente appoggio di Clemente IV e dei Guelfi, vincendo re Manfredi a Benevento e Corradino di Svevia a Tagliacozzo.
Fattasi padrona dell'Italia meridionale (Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Molise, Abruzzi) e della Sicilia, la casa d'Angiò, italianizzatasi rapidamente, ebbe due mire: assicurarsi la preponderanza in Italia ed espandersi nel vicino Oriente. Il suo governo, nonostante le convulsioni che lo conturbarono, si può ritenere tra i migliori del Mezzogiorno, che allora ebbe importanza mediterranea ed europea, e fu nobilitato da una fioritura artistica, letteraria, giuridica e medica.
CARLO I, fondatore della dinastia, n. da Luigi VIII di Francia e da Bianca di Castiglia nel 1220, fratello quindi di s. Luigi IX, ebbe in appannaggio l'Angiò ed il Maine, la Provenza in dote dalla moglie Beatrice di Provenza, l'Hainaut per conquista, per sottomissione Alba, Cuneo, Savigliano, Mondovì ed altre terre del Piemonte meridionale, che gli dettero pretesto di mantenere aperti i valichi delle Marittime (Col di Nava e Tenda). Nel 1263, dopo laboriose trattative, accettò l'offerta del feudo della Sicilia da Urbano IV e quasi nello stesso tempo la nomina a senatore di Roma; nel 1265, ricevuta l'investitura del regno, raccolto un potente esercito, mosse contro Manfredi, che sbaragliò ed uccise a Benevento (1266), batté Corradino a Tagliacozzo (1268) facendolo decapitare a Napoli e, assunta la corona, si affezionò il popolo largendo privilegi e si circondò di feudatari fedeli, venuti in gran parte con lui all'impresa come ad una avventura cavalleresca. Perseguì quindi una politica di espansione: in Toscana e nel Lazio, come capo dei guelfi; nel Mediterraneo meridionale ed orientale con la conquista di Tunisi, della Grecia (principato di Acaia) e di S. Giovanni d'Acri (col titolo di re di Gerusalemme); nell'Adriatico con la conquista dell'Albania (con titolo di re). Tentò anche di impadronirsi della Sardegna e di Costantinopoli; ma i Vespri Siciliani troncarono le sue velleità di espansione e lo privarono della Sicilia, che, sebbene soccorso dal Papato, dalla Francia e da Firenze, non riuscì più a riavere.
CARLO II, lo Zoppo, suo figlio, n. nel 1248, alla morte del padre nel 1285 non poté salire al trono, perché si trovava prigioniero del re d'Aragona, essendo stato catturato nella battaglia navale nel golfo di Napoli del 1284, che decise della sorte della Sicilia. Liberato nel nov. 1288, incoronato l'anno seguente a Rieti, riprese la lotta per la riconquista della Sicilia;
ma i rovesci subiti lo costrinsero alla pace di Caltabellotta del 1302, che della Sicilia, caduta nella signoria di Federico II d'Aragona, non gli lasciò che il mero titolo di re. La Sicilia, tuttavia, avrebbe dovuto ritornare agli A. alla morte dell'Aragonese. Invano si rivolse allora alle cose d'Oriente, nelle quali non ebbe miglior fortuna: la Palestina e parte della Grecia perdute, l'Albania ridotta al possesso di Durazzo. Miglior successo ottenne in Piemonte e, fuori dei confini italiani, in Ungheria: in Piemonte mantenne i possessi e l'ascendente politico, nominandone conte il figlio Raimondo Berengario ed alla costui morte assumendone egli il titolo per il figlio Roberto; in Ungheria, facendo valere i diritti che su quel trono provenivano alla sua discendenza dalla moglie Maria, figlia ed erede di Stefano V, pose il figlio Carlo Martello quando nel 1290 venne a morte Ladislao IV, successore e genero di Stefano V. Fu attivo, come capo e protettore dei Comuni guelfi, in Toscana e nella media Italia. Al figlio Filippo, principe di Taranto, ottenne il titolo ed il regno dell'Acaia nel 1305, quando la regina Elisabetta di Villardouin passò a seconde nozze.
ROBERTO I, n. nel 1278, terzogenito di Carlo II, salì al trono nel 1309, perché gli era premorto il fratello maggiore Carlo Martello (m. nel 1295) ed il secondogenito Ludovico (v.) si era fatto francescano. Già bene esperimentato nelle cose di governo per la parte presa all'impresa di Sicilia ed alle vicende della Toscana, si trovò presto di fronte ad una situazione che poteva essere molto pericolosa per la corona, quando scesero successivamente in Italia a rinvigorire il partito ghibellino Enrico VII di Lussemburgo e Ludovico il Bavaro. Gli riuscì tuttavia, tra patteggiamenti ed incertezze, di salvare il regno e di capeggiare i guelfi contro quegli imperatori. Appoggiato vigorosamente da Giovanni XXIII, poté anche fare una politica italiana con qualche fortuna: acquistò Genova (1318), avversò i Visconti, dominò in Firenze e nel centro della penisola. Persistette pure tenace nell'impresa di Sicilia e riuscì a porvi piede con la riconquista di Milazzo; ma non poté conseguire altri successi. Morì nel 1343. Fu, secondo alcuni, il «re da sermone» di Dante (Paradiso, VIII, 147). Il Petrarca, suo amico, dettò per la sua splendida sepoltura di S. Chiara, oggi pressoché perduta, un elogio degno di un imperatore.
GIOVANNA I, n. nel 1326 da Carlo, figlio di Roberto I, alla costui morte (1328) rimase l'unica erede diretta del trono napoletano; e re Roberto, allo scopo di assicurarle più agevolmente la successione, la diede in isposa ad Andrea d'Angiò, figlio di Caroberto re d'Ungheria, figlio a sua volta di Carlo Martello. Salita al trono all'età di 17 anni alla morte di Roberto I, nel 1343, si trovò impigliata in una camarilla di palazzo, assai avversa al suo sposo Andrea, al quale fu impedito di essere incoronato con la regina nel 1344; e poiché il Papa impose che anche Andrea venisse incoronato, quest'infelice venne strangolato nel castello di Aversa. Luigi re d'Ungheria, fratello di Andrea, ne trasse pretesto per invadere il regno, e ne dominò in realtà le tristi vicende. Giovanna cercò di destreggiarsi: col secondo marito, Luigi d'Angiò del ramo di Taranto, fuggì ad Avignone e ritornò per essere incoronata; ebbe un terzo marito, Giacomo d'Aragona, e poi un quarto, Ottone di Brunswick, e li tenne tutti e due lontani dal governo; infine adottò come successore Luigi d'Angiò, fratello del re di Francia. Ma Giovanna aveva aderito all'antipapa Clemente VII ed era perciò stata scomunicata da Urbano
VI. Questi sostenne le parti di Carlo III di Durazzo (un angioino anch'egli) che invase il regno e fu incoronato da Urbano VI il 2 giugno 1381. Carlo invase il regno, e Giovanna, riparatasi in Castelnuovo, venne catturata per resa e, internata nel castello di Muro Lucano, vi fu strangolata nel 1382.
CARLO III di Durazzo, n. nel 1345, aveva sposato la cugina Margherita, erede legittima della corona di Napoli, e rimasto padrone del regno, resse all'invasione del concorrente di Francia e governò sino al 1385, cioè per soli tre anni. Nel 1385 fu chiamato in Ungheria per succedere a quel re, Luigi il Grande; ma l'anno dopo venne strangolato a Buda. Anche Carlo III si era infine rivolto contro Urbano VI e lo aveva stretto d'assedio in Nocera, costringendolo alla fuga.
LADISLAO, figlio di Carlo III di Durazzo, salì al trono in età di 9 anni, essendo nato nel 1377: in suo nome governò la madre, donna di grande capacità. Ladislao ebbe torto a lottare contro Luigi II d'Angiò, del ramo di Francia, venuto ben due volte a strappargli la corona, nel 1391 e nel 1409. Profittando delle vicende dello scisma tentò di allargare il suo dominio contro lo Stato papale e riuscì ad occupare Roma per ben due volte. Morì ancor giovane, nel 1414 a Napoli, dove era stato recato sofferente di un'infermità che lo aveva colpito a Narni, mentre inseguiva il papa Giovanni XXIII, che riparava a Bologna.
GIOVANNA II, sorella di Ladislao, salita sul trono, trasse all'estrema rovina il regno angioino, affidando le sue sorti a due favoriti: dapprima e Pandolfo Alopò contro cui la nobiltà l'obbligò a prendere un marito, che ella scelse in Giacomo di Borbone, e poi a Gianni Caracciolo, avversato da Attendolo Sforza e sostenuto invece da Braccio di Montone. A togliere lo scandalo ed a porre fine ai disordini, i nobili, il Papa e lo Sforza invitarono Luigi III d'Angiò ad occupare il regno; ma Giovanna adottò come successore Alfonso V d'Aragona, che riuscì a prendere Napoli. Ne nacquero due fazioni, l'angioina e l'aragonese, che rovinarono lo Stato. Giovanna ondeggiò tra l'una e l'altra: abbandonò Alfonso V e adottò Luigi III di Angiò prima, quindi ritornò agli Aragonesi e adottò Alfonso d'Aragona, infine abbandonò ancora una volta l'Aragonese e proclamò suo successore di nuovo Luigi III d'Angiò, e alla sua morte, avvenuta nel 1434, il di lui fratello Renato. L'anno dopo morì, e gli A. furono allontanati dal regno per sempre. Durante quelle lotte intestine scomparvero due dei maggiori condottieri italiani, Muzio Attendolo Sforza, che perì nel Pescara nel 1424, e Braccio di Montone, che per opera di Francesco Sforza venne ucciso nella battaglia dell'Aquila dello stesso anno.
Per i nomi dei membri di casa d'A. saliti al trono di Francia, V. le singole voci.