ARALDICA. - Scienza sussidiaria della storia. Deriva dalla parola «araldo», perché era degli araldi appunto riconoscere gli stemmi dei cavalieri nei tornei, stabilire l'autenticità e gridarli nel campo. Storicamente essa fa derivare gli stemmi dalle bandiere. Come le bandiere, infatti, gli stemmi furono in origine segni a colori di distinzione di capi e di schiere. Se ne può far risalire l'origine al sec. XII quando dalle insegne e dai vessilli quei segni apparvero sulle persone costituendone le «divise», sulle diverse armature, donde il nome araldicamente più proprio di «arme», invece di stemma. Da contrassegno personale sullo scudo o sul sigillo, l'«arme» diventò poi contrassegno di famiglia e di territorio. Appunto per questo
la presenza di uno stemma in avanzi archeologici e su edifici può indicare – come un nome o una lapide – un'epoca, un avvenimento, un'impresa, un dominio. Ma l'a. è altresì la scienza della composizione, interpretazione e lettura degli stemmi, ed è per questo più propriamente detta «blasone», secondo alcuni dal tedesco blasen: suono del corno per l'appello dei cavalieri; secondo altri dalla voce antica francese blason: elogiare, descrivere le virtù.
L'a., pertanto, intesa come blasone, è la scienza di un vero e proprio linguaggio figurato: con grammatica, per così dire, e sintassi particolari circa l'uso dei colori e delle figure, paragonabili alle parole, e per la loro espressione d'insieme nello scudo, paragonabile ad una proposizione o ad un periodo.
Questo linguaggio si compendia nell'arme. L'arme può essere personale, di persona o famiglia, e sociale, di enti, province, città, istituzioni e di associazioni. Nell'arme si distinguono: lo scudo e gli ornamenti.
I. Lo scudo
Ebbe varie forme; oggi è comunemente usato quello sannitico, cioè un rettangolo verticale con il lato inferiore descritto a mo' di graffa orizzontale. Il suo campo, cioè l'intero suo spazio, contiene l'espressione araldica dell'arme. E quindi lo scudo può essere semplice, se esprime una sola impresa araldica, composto se costituito da più stemmi riuniti in unico scudo, per dominio, matrimonio, concessione, ecc. Può essere pieno se non porta figure e si esprime cioè con un solo smalto; figurato, se porta figure.Gli smalti si distinguono in metalli, oro e argento (giallo e bianco; figg. 18, 20); colori, rosso, azzurro, nero, verde, porpora (figg. 21, 25); e pelli, l'ermellino, il controermellino, il vaio, il controvaio (figg. 26, 29). Metalli e colori si trascrivono anche in tratteggio, ciò che riguarda principalmente la riproduzione degli stemmi nei sigilli. Così l'oro si rende punteggiato (fig. 18), l'argento senza alcun tratteggio (fig. 20), il rosso con fitte linee perpendicolari (fig. 22), l'azzurro con orizzontali (fig. 23), il verde con diagonali da destra a sinistra (fig. 23), il nero con orizzontali e verticali incrociate (fig. 21), la porpora con diagonali da sinistra a destra (fig. 24). L'ermellino è d'argento con moscature nere (figg. 6, 26), il controermellino nero con moscature d'argento (figg. 8, 27); il vaio è d'azzurro a campanule accostate rovesciate di argento (figg. 14, 28), il controvaio è metallo contrometallo e colore controcolore (figg. 16, 29).
Lo scudo dicesi figurato se il suo campo è carico delle diverse figure del blasone. Queste si distinguono in araldiche cioè determinate figure geometriche, naturali, se tolte dalla natura, artificiali come castelli, ponti, strumenti, ecc., e chimerie come draghi, sirene, ecc. Anche tutte queste hanno nel blasone una particolare stilizzazione, nel senso che la riproduzione di qualsiasi figura nello scudo non segue i dettagli e gli sviluppi propri di qualsiasi pittura, ma avviene per disegno il più possibile schematico, il più delle volte già classificato in a. Sicché si hanno ad es.: il leone, l'aquila, il castello, il ponte, la stella, il sole araldici, e gli atteggiamenti di determinati animali e il modo di riprodurre altre figure naturali sono regolati da norme specifiche. Rispetto alla loro disposizione nello scudo le figure possono essere del campo e sul campo. Le figure del campo sono quelle araldiche che lo dividono e si disegnano nei più vari modi, dando rispettivi nomi allo scudo: e cioè le baritazioni che lo dividono mediante una o due linee donde lo scudo si dice «partito» (fig. 1), «spaccato», «tagliato», «trinciato», se diviso in due parti eguali a seconda della direzione dell'unica linea divisoria, o «interrato» (fig. 2) e «inquartato» (fig. 3) se diviso in tre o quattro parti con relative specificazioni per le direzioni diverse delle linee; le ripartizioni che suddividono le partizioni mediante una terza linea; le convenevoli partizioni che suddividono le partizioni mediante più linee, donde lo scudo «bandato», «facciato», «sbarrato», «palato»
(fig. 4), « scaccato » (fig. 5), « fusato », ecc. Le figure sul campo, araldiche, a lor volta, o generiche, sono quelle che lo caricano, sia che esso sia pieno oppure già carico di coteste figure su proprie. Le figure araldiche sul campo sono le pezze onorevoli e minori. Le prime occupano un terzo del campo, come il « capo » (fig. 6), il « palo » (fig. 7), la « fascia » (fig. 8), la « banda » (fig. 9), la « sbarra » (fig. 10), la « croce » (fig. 11), la « croce di s. Andrea » (fig. 12), il « capitolo » (fig. 13), la « punta » (fig. 14), la « pergola » (fig. 15), la « bordura » (lungo l’orlo dello scudo: (fig. 15). Se ridotte a meno di un terzo, hanno altri nomi, come « verghetta » invece di « palo », « burla », invece di « fascia », ecc. Le pezze minori sono le « palle », i « circoli », i « tortelli », le « losanghe », i « plinti », ecc. Tanto le figure araldiche, quanto quelle generiche sono ordinate con determinate regole che ne assegnano la « positura », per cui il campo è suddiviso idealmente in « moduli », sette in altezza e nove in larghezza, in guisa da precisare se una figura sia posta in « capo », in « punta », coi rispettivi « angoli » e « canoni » sinistri e destri, in « cuore » o « centro », in « fianco » del stero e sinistro. Regolano, altresì, la scrittura, cioè la composizione dello scudo, norme speciali circa l’uso degli smalti e colori delle figure rispetto a quelle del campo o di quelle figure, specialmente delle pezze onorevoli, che possono essere a lor volta caricate dall’arte figure araldiche o generiche. Così per la lettura è determinato da dove si comincia, come si svolge e si compie, con voci e termini caratteristici, particolarmente semplificatori di descrizioni altrimenti complicate se espresse con parole comuni. Ad es. : « Spaccato : al primo d’azzurro, al levriere nascente rivoltato d’argento, collarinato di rosso; al secondo d’argento » (fig. 17, Castracani). « Trinciato : d’azzurro e d’oro a tre stelle dall’uno all’altro, e il capo d’oro carico di un’aquila spiegata di nero » (fig. 19, Dandini).
Smalti e figure d’ogni specie hanno un loro significato, che vennero assumendo via via che l’a. da co-gnizione delle divise, come s’è detto, di schiere e di capi nei combattimenti, passò, per farvisi esclusiva, nella cavalleria a contrassegno di atti eroici compiuti o di propositi e aspirazioni, integrati spesso da « morti » o « imprese », inseriti fra gli ornamenti dello scudo. Il che ebbe probabilmente inizio nell’epoca del « dolce stil nuovo » e del suo poetico ermetismo, e in quella del suo fantastico incremento, anche qui secondo lo spirito dell’età, fra il Sei e Settecento, con vero e proprio vocabolario. È per ciò che le armi più antiche sono le più semplici, e che le figure generiche vengono dopo quelle araldiche più atte a indicare un puro contrassegno che un simbolo, benché più tardi anche ad esse siano stati attribuiti propri significati. Le cosiddette « arme par-lanti » e cioè quelle che accennano al cognome, sono le più recenti, quando non si tratti di cognome derivato dall’arme stessa, indicando in tal caso nobiltà antica così che dall’impresa ebbe nome la famiglia. E qui occorre osservare come l’abuso dell’arme parlante si noti nell’a. ecclesiastica, ove pure si rileva la diffusa applicazione della figura alla significazione che le vuol dare, all’infuori dei significati e simboli araldici, mentre è mediante questi che preferirebimene si esprime qualsiasi motto o impresa. Soprattutto si deve rilevare che nei simboli sacri, dei quali è dovuta in quelli catacombali e della liturgia, è sempre possibile attingere di che rendere nobilmente comprensibili al popolo ispirazioni e aspirazioni, specialmente della missione pastorale, senza per questo far dello stemma, come spesso accade, una composizione arbitraria, sovente tutt’altro che chiara, sempre antiaraldica; cioè in piena contraddizione col fatto stesso di fissarla in uno scudo.
2. Gli ornamenti dello scudo
Indicano nell’arme il grado di nobiltà, la dignità, l’ufficio di chi ne è insignito. E sono, pertanto, ereditari e personali. Sono ereditari l’elmo, con il cimiero, gli sclavazzi o lambrecchini e il cécine; la corona, il manto, il paglione.L’elmo. – È l’esclusivo ornamento degli stemmi maschili: sebbene non costituisca attualmente un preciso indice del grado nobiliare come la corona, né storicamente abbia sempre dato esattamente simile definizione, tuttavia dagli araldisti del Sei e Settecento in poi, figurò sugli scudi anche a tale scopo. Così l’elmo reale è d’oro arabesco posto di fronte con visiera alzata (fig. 1); quello del principe (fig. 2) e del duca (fig. 3) dello stesso metallo, medesima positura con visiera alzata a metà, con gorgiera e medaglia d’oro; quello del marchese (fig. 4) d’argento arabesco e orlato d’oro con gorgiera e medaglia dello stesso, visiera chiusa graticolata di 11 pezzi; l’elmo di conte (fig. 5) identico, graticolato di 17 pezzi, ma in profilo per un terzo; per due terzi quello di visconte (fig. 6) graticolato di 13, come quello di barone (fig. 7), ch’è liscio bordato d’oro; l’elmo di nobile (fig. 8) d’argento semplice di profilo pieno, graticolato di 9; lo stesso quello di cavaliere ereditario (fig. 9), ma graticolato di 3 pezzi; l’elmo di patriziò d’argento arabesco d’oro con visiera alzata a metà (fig. 10). Il cimiero orna la sommità dell’elmo con figure plastiche che di solito riproducono quelle principali dello scudo o altre differenti con la stessa origine e lo stesso fine di divisa e distinzione. Il cécine è una ciambella di stoffa dai colori dello scudo, usato per attutire i colpi e per coprire la saldatura del cimiero all’elmo; su di esso posa la corona quando è portata sull’elmo stesso. Gli sclavazzi furono in origine una copertura di stoffa unita scendente dal cécine per riparare dal calore solare, poi frastagliata sino ad assumere la foggia di fogliami e penne, anch’essi dai colori dello scudo.
La corona. – Le corone reali variano a seconda della tradizione d’ogni dinastia e regno. Comunemente formate dal cerchio d’oro gemmato con più vette cimare dalla croce ed entro cui è un tocco di velluto crémis (fig. 1). Nell’a. italiana la corona di principe (fig. 2) è un cerchio d’oro gemmato cimato da otto fioroni, su altrettante punte d’oro – cinque visibili –, alternati da otto perle (quattro visibili); la corona di duca (fig. 3) è la stessa senza le perle. Queste due usano anche il tocco di velluto rosso entro il cerchio, se di famiglie già sovrane o del Sacro Romano Impero. La corona di marchese (fig. 4) è cimata da quattro fioroni (tre visibili) sul cerchio, alternati da quattro gruppi piramidali di perle – due visibili – disposte per tre; quella di conte (fig. 5) è cimata da sedici perle – nove visibili –; quella di visconte (fig. 6) da quattro grosse perle – tre visibili – sostenute da altrettante punte alternata da quattro perle piccole – due visibili –; quella di barone (fig. 7) ha il cerchio accollato da una fila di perle di sei giri o porta dieci grosse perle – cinque visibili – sul cerchio; quella di nobile (fig. 8) è cimata da otto perle – cinque visibili –; quella di cavaliere ereditario da quattro – tre visibili –; quella di patriziò ha il solo cerchio d’oro gemmato, eccezione fatta per il patriziò veneto che lo cima di otto fioroni di giglio – cinque visibili – imperati, e otto punte sostenenti altrettante perle, mentre le famiglie dogali circondano così il corno dogale. I nobili titolati e i patriziò collocano la corona sopra l’elmo; le donne esclusivamente sullo scudo, affiancato – come unico ornamento – da due cordiglierie o, come in Italia, da due foglie di palma decussate e incrociate sotto la sua punta.
Il manto (fig. 2), proprio delle famiglie sovrane, principesche, ducali o di altre che ne abbiano il privilegio, scende dalla corona dietro l’arme ed è di velluto crémis foderato d’ermellino, orlato d’oro, rialzato con cordoni e fiocchi dello stesso. Il padiglione (fig. 1) è il manto che si raccoglie in un colmo d’argento cimato della corona, esclusivo della sovranità.
Gli ornamenti personali si distinguono in ecclesiastici, civili, militari e equestri. Quegli ecclesiastici in ornamenti di giurisdizione o d’ufficio, e di dignità.
Sono di giurisdizione e di ufficio la tiara, le chiavi, la croce, la mitra, il pastorale, il pallio, il bastone.
La tiara e le chiavi, una d’oro e l’altra d’argento, passate in croce di s. Andrea, legate con cordone e fiocchi di rosso scendenti ai lati dello scudo cimano lo stemma.
del Sommo Pontefice (fig. 11). La tiara è pure usata per tradizione, non di diritto, dal patriarca di Lisbona. La croce trifogliata accollata in palo, cioè verticalmente, nel centro, dietro lo stemma del cardinale legato e dei vescovi ed ordinari (fig. 12), è a due braccia per il patriarca e l'arcivescovo (fig. 13, 14). La mitra è gemmata per chi ha l'ordine vescovile, posta di fronte e cima lo scudo a destra della croce (fig. 14, 15); è bianca e posta di profilo per gli abati aventi giurisdizione (fig. 16), inclinata a sinistra per gli altri; è d'oro per i protonotari; bianca per gli altri che ne hanno il privilegio e posta al centro al luogo della croce. Il pastorale è d'oro per l'Ordine vescovile (fig. 14, 15), a sinistra della croce e volto all'infuori, d'argento nella stessa postura per gli abati generali e abati nullius dioeceses; volto all'interno per gli abati aventi giurisdizione nel proprio monastero (fig. 16); inclinato a sinistra per gli altri. Il pallio, araldicamente reso d'argento caricato di croci di nero, scende ai lati della croce dal bordo superiore dello scudo dei patriarchi, degli arcivescovi, come insegna di giurisdizione metropolitana, e degli altri che ne abbiano il privilegio (fig. 13). Il bastone (fig. 19), alla foggia del bordone da pellegrino, è accollato in palo allo scudo degli stemmi dei superiori generali la cui dignità si distingue dal «capo di religione» sull'impresa personale; dei priori degli Ordini mendicanti e delle congregazioni religiose; reggente, per le religione, una corona di pater-noster, detta «paternostro».
Sono ornamenti di dignità: il cappello e i fiocchi. Il cappello cima lo scudo, sostituendo l'elmo degli stemmi nobiliari; sovrastando agli ornamenti di giurisdizione e d'ufficio. I fiocchi scendono ai lati dello scudo disposti a cono. Per il cardinale il cappello – cimato della «basilica» – per il cardinale camerlengo – e i fiocchi sono di rosso e questi in numero di trenta, disposti quindici per parte, in cinque ordini di 1, 2, 3, 4, 5 (fig. 12). Per i patriarchi il cappello è verde ornato di nastro dello stesso colore e fili d'oro, e i fiocchi in numero di trenta con la stessa disposizione che per il cardinale (fig. 13); per gli arcivescovi e vescovi immediatamente soggetti è verde con cordone e fiocchi verdi in numero di venti, dieci per parte su quattro ordini (fig. 14); così per il vescovo, che ne ha dodici, sei per parte su tre ordini (fig. 15); per i protonotari partecipanti e ad instar è paonazzo con cordoni e fiocchi cremisi in numero di dodici, sei per parte, su tre ordini; mentre è nero con fiocchi neri per i protonotari onorari. Per i prelati di fiocchetto – maggiordomo, vice-camerlengo, uditore generale e tesoriere generale della rev. Camera apostolica – il cappello è paonazzo con venti fiocchi cremisi, dieci per parte, su quattro ordini (fig. 17); è paonazzo per i prelati domestici con dodici fiocchi dello stesso colore, sei per parte su tre ordini; e verdi per il reggente della cancelleria. Il cappello è nero per i camerieri e i cappellani segreti con fiocchi paonazzi in numero di dodici, sei per parte su tre ordini; neri, di egual numero e disposizione, per gli abati, vicari generali, arcipreti, vicari foranei (fig. 16); in numero di sei a due ordini per i benefi-ciati – con fili d'oro per i cappellani militari e di Corte – e per i priori, i guardiani, i rettori (fig. 19). L'arme ecclesia-stica si cima della corona nobiliare quando il titolo è inerente a una chiesa o concesso dal Sommo Pontefice, essendo tollerata quella del titolo familiare. La corona circonda la croce, mentre per i soli titoli principeschi l'elmo si colloca fra il pastorale e la croce stessa, il tutto cimato dal cappello (fig. 14), al quale sovrasta solo il manto, se il prelato è di famiglia regale, e in questo caso la corona regge il mantello. Tale eccezione vale anche per i cardinali, dei quali altrimenti è propria, sotto il cappello, esclusivamente la croce senza alcun altro ornamento di giurisdizione, di ufficio e di dignità, ritenendosi l'ufficio e dignità cardinalizia superiore ad ogni altra.
Gli ornamenti personali civili sono i contrassegni del grado nelle alte magistrature dello Stato, specie di quelle che elevavano all'Ordine nobiliare, come il tocco e le mazze per i giudici supremi, e insegne cavalleresche che pendono in punta dello scudo, talvolta circondandone col nastro i lati. Gli ornamenti militari sono anch'essi quelli propri dei supremi comandi nelle armi. Il maresciallo passa in croce
di S. ANDREA I BASTONI, insegna del comando, l'ammira-glio le àncore, il Gran Maestro dell'Artiglieria i cannoni. Gli ornamenti personali equestri sono degli appartenenti agli Ordini equestri nobili che accollano allo scudo la croce relativa.
A tutti gli ornamenti si aggiungono i moti, derivati dagli antichi gridi d'arme. Scritti di nero o di rosso su fettuccia d'argento o d'oro, si passano sopra lo stemma; per gli ecclesiastici sono annotati al palo uscente della croce, ove esista.