ARCA (DI NOÈ). - Grande ricettacolo galle-giante in legno, diluvio (v.) costruì per comando di Dio, come rifugio per sé, i familiari e tutte le specie animali (Gen. 6, 13-22).
L'ebraico têbhâh (che ricorre anche in Ex. 2, 3, 5: «cassetta» o «cesta» in cui fu salvato Mosè) è tradotto nelle versioni antiche anche «nave, bara, madia». Il la-tino arca corrisponde a «cassa, luogo o strumento desti-nato a custodire qualche cosa»; cf. Cicerone, Pro Milone, 2: l
uogo segreto e buio munito di assi di quercia per chiudervi i rei o gli schiavi; Vitruvio, 5, 12: impianto di tavole, come un vasto cassone senza fondo, per gettare le banchine dei porti.
Secondo l'ordine avuto, Noè la fece di legno resi-noso (Gen. 6, 14 ebr.), forse di cipresso, usato per re-cipienti destinati a contatti umidi (navi, bare), e la spalmò di bitume. Le dimensioni (Gen. 6, 15) di cu-biiti 300 di lunghezza per 50 di larghezza per 30 di altezza, se si tratta del cubito babilonese minore (di m. 0,45) equivalgono a m. 135 × 22,5 × 13,5 ca. (la Basilica Vaticana ha m. 187 × 25 × 45).
Per la forma complessiva di cassone l'a. era atta a galleggiare piut-tosto che a navigare, e aveva una capa-ciità superiore a quella di una nave di misure simili, in vista dello scopo cui doveva servire.
Aveva elementi non consentiti a una nave: una porta di fianco (Gen. 6, 16 b; per l'uso cf. Gen. 6, 18; 7, 1. 7; 8, 18), che Dio chiuse prima di inviare le acque (Gen. 7, 16), il tetto o coperchio (cf. Gen. 8, 13) per riparare dall'acqua. Una terza particolarità era il sôhar (Volgata e al-tre versioni antiche «finestra»), un'aper-tente sallato dei fianchi, per l'illuminazione e aerazione del-l'intero, alta un cubito, e «fatta completamente» (Gen. 6, 16) cioè condotta tutto in giro, naturalmente con interru-zione delle aste di sostegno del tetto. Che l'a. avesse poi una finestra - con un arnese di chiusura - appare da Gen. 8, 6, ove è usato hallon. Ma poiché risulta (Gen. 8, 6-11) che Noè non poteva vedere le condizioni esterne, se non ri-movendo il coperchio (Gen. 8, 13), si è spiegato sôhar in altri modi (abbaino sul tetto, o il tetto stesso, o la carena), con correzione della frase oscura e dubbia di Gen. 6, 16 a. Forse il processo di composizione del testo relativo al di-luvio può spiegare meglio questa e altre antologie.
L'interno era diviso in tre ripiani, ognuno alto 5 m. ca., sicché poteva accogliere anche grandi ani-mali (che vi siano entrati «tutti», deve intendersi a norma della soluzione adottata per il problema circa l'estensione del diluvio). Le vicende dell'a. seguono poi lo svolgersi del diluvio.
Nella narrazione babilonese (
V. GILGAMES), accanto a qualche somiglianza riguardo all'a
costruita per ordine divino, su misura data, fermatasi poi su un monte - si colgono importanti punti di distacco: in Babilonia l'a. è concepita come una nave, con pilota, accoglie molta gente, e molto più grande.Hebr. 11, 7 («Fide Noè... metuens aptavit arcam in salutem domus suae, per quam damnavit mundum») illustra l'a. come rifugio di salvezza per i credenti e segno di perdizione per il «mondo». Tale senso spiri-tuale, rilevato da I Pt. 3, 20, è stato sviluppato dai Padri, che illustrarono il «misero legno» (Sap. 10, 4), di-venuto oggetto di benedizione poiché vi si salvò «la speranza del mondo» (Sap. 14, 6-7), come simbolo della Chiesa (indì della Madonna e di Cristo stesso), fuor della quale non è salvezza (cf. Ambrogio, De Noe et arca, 6-9: PL 14, 368-74; Agostino, Contra Fau-stum M., 12, 39; Girolamo, Adv. Iovinianum, 2, 22).
