1) sacelli, in numero di 27 (o 24), distribuiti nella Roma «delle quattro regioni» e che poi furono centri del diffuso culto compilaticio tributato alle divinità protettrici dei compita o crocichì delle vie in cui la città era divisa, culto che da Augusto fu ridestato a nuova vita: il 17 marzo vi si faceva una processione;
2) fantocci di vimini, che il 15 maggio le Vestali gettavano nel Tevere dal ponte Sublicio, alla presenza dei pontefici. Era una cerimonia di profondo carattere espiatorio (Plutarco, Quaest. Rom., 86), cui le spiegazioni mitografiche non riescono a dare un significato esauriente.
La spiegazione più persuasiva è suggerita dall'etalon-gia religiosa, che vi vede un rito sacro-magico di provocazione della pioggia: rito che può considerarsi come sostituto di un altro antichissimo, in cui non fantocci, ma uomini vivi, forse i vecchi della comunità, venivano sacrificati per quello scopo (Festo, s. V. Sexagenarios de ponte; Ovidio, Fast., V, 621-62). Il nome a, cioè argivi e quindi greci, può esser venuto ai fantocci dal fatto che, in seguito, ai vecchi furono sostituiti i prigionieri di guerra; e, data l'origine mitica dei romani da Troia, questi prigionieri sarebbero stati chiamati argivi, che furono i nemici per eccellenza dei troiani (G. Wissowa, G. De Sanctis). Il rito era statale, come è dimostrato dalla presenza dei pontefici e delle Vestali, e dal fatto che gli a erano strettamente associati ai sacelli compilati della vecchia città.