ARETALOGIA. - Il significato di questa parola è molteplice in conseguenza del non preciso senso di ἀρετή, comunemente tradotta nei dizionari con virtù, coraggio e simili, e di ἀρεταλόγος nelle poche testimonianze letterarie giunte a noi corrotte ed interpolate. Infatti Filodemo di Gadara ravvicina ἀρεταλόγος, di non sicura lettura, al συγγραφέας. Un passo di Strabone (XVII, 1, 17) non è genuino, e si presenta con un senso accomodato dai moderni.
Due iscrizioni provenienti da un tempio di Serapide,
scoperte a Delo nel 1882 (Bull. de Corresp. hellén., 6 [1882], p. 327, n. 2, e p. 339, n. 43), ricordano ciascuna un aretalogo. Ma l'aretalogo della seconda iscrizione, Tolomeo, figlio di Dionisio, esercitava nello stesso tempo la funzione d'interprete di sogni, alla quale va riconosciuto un carattere prettamente sacerdotale (cf. M. Waddington, Inscriptions d'Asie Mineure, Parigi 1870, n. 419), poiché si ricordano anche da Strabone (loc. cit.) guarigioni operate per mezzo di sogni. Anche la funzione di aretalogo doveva rivestire carattere sacerdotale, risultando dall'iscrizione di Stratonicea (Inscriptions d'Asie Mineure, n. 519) l'uguaglianza di significato tra ἀρετή ed ἐνέργειο nel senso d'intervento degli dèi a favore degli uomini. Questo senso a sua volta conduce naturalmente a quello di miracolo, che nel greco dei Vangeli viene espresso con θύναμις e dalla Volgata con «virtus». È dunque certo che la parola ἀρετή è stata usata nel mondo greco, anche prima di Cristo, a significare miracolo, effetto sovranaturale, anche se i testi letterari non ne hanno serbata traccia. Si può allora convenire che a., almeno presso i templi di Iside e Serapide, significava la scienza che interpreta e svela le cose meravigliose, i presagi, i rumori improvvisi, le deformità degli uomini e degli animali, ecc. A tale significazione si riannoda l'altro senso di narrazione favolosa, denunciato specialmente da più tarde fonti della letteratura latina. Invero, secondo Svetonio (Oct., 74), Augusto amava contornarsi, a tavola, di istrioni, di triviali giucotatori di circo e più frequentemente di aretalogi. A sua volta Giovenale (Sat. 15, 15 sgg.) paragona al bugiardo aretalogo Ulisse, che racconta cose meravigliose alla tavola di Alcino. Porfirio (ad Horat. serm., I, 1, 120) dice che Plozio Crispino fu studioso di filosofia e scrisse versi così scurrili, da essere detto aretalogo. Comunque, non trovando conforto in nessun testo antico, deve essere rigettata come un controsenso etimologico la spiegazione di a. con filosofia burlesca, data dal Cassubon (Animadversiones ad Sueton., Parigi 1605, p. 150) e ripetuta in seguito anche in dizionari scientifici (cf. Ch. Morel, s. V. Aretalogi, in Dacemberg e Saglio, Dictionnaire d. ant., I, Parigi 1875, p. 404).