ASILO D'INFANZIA

ASILO D'INFANZIA. - Che l'educazione dell'uomo debba avere inizio fin dalla prima infanzia è un'esigenza che può essere avvertita in tutta la storia della pedagogia. Da Aristotele a Quintiliano ai pedagogisti dell'Umanesimo a Comenio a Rousseau, per dire dei maggiori, tutti pensano che sarebbe seriamente compromessa l'educazione del fanciullo se ad essa non si provvedesse fin dalla più tenera età. Però gli a. d'i. propriamente detti sono, si può dire, una istituzione del tutto moderna, comparendo essa in Europa sulla fine del Settecento e al principio dell'Ottocento. Ciò però non vuol dire che durante tutto il corso della storia dell'educazione e delle istituzioni educative non si possano registrare esigenze pedagogiche ed iniziative intese a raccogliere in appositi locali, e per meglio custodirli e per dar loro una qualche istruzione, bambini fino all'età dei sei o dei sette anni. Non c'è bisogno qui di notare come la cura dell'infanzia sia, sotto molti aspetti, un prodotto del cristianesimo; non che nel mondo antico non si avesse cura e amore nei fanciulli, ma soltanto Gesù sollevò i fanciulli fino a sé esaltando la loro purezza e il loro candore. «Chiunque accoglie uno di questi pargoli, dice Gesù, accoglie me stesso» (Mt. 18, 5). Così fin dal medioevo ci può essere dato di trovare buoni esempi che ci dicono di questa particolare cura che i cristiani posero nella educazione dell'infanzia. Il sacerdote Dateo nel 787 fondò a Milano un ospizio per i bambini poveri, ospizio che durò fino al 1456. In questo ospizio i più piccoli erano curati da nutrici e i più grandetti venivano ammaestrati nel canto e nelle nozioni. Altri benefattori dell'infanzia non mancarono di fondare via via nel corso degli anni altre istituzioni del genere, come s. Girolamo Miani nel primo Cinquecento a Venezia e in altre città; s. Giuseppe Calasanzio a Roma e nei dintorni nel 1597, il sacerdote Lorenzo Garaventa che fondò in Liguria nel 1770 un ospizio per i bambini abbandonati; senza dire dell'opera svolta a Parigi da s. Vincenzo de' Paoli attorno al 1638 e di quella, a Roma, di Tata Giovanni come era comunemente chiamato il caritatevole muratore romano Giovanni Borghi (1732-98). Comenio nel sec. XVII, tra le altre sue felici intuizioni, ebbe anche quella di concepire una vera e propria scuola materna «schola materni gremii» che aveva il compito di impartire in forma semplice e attraverso l'intuizione sensibile e i giuochi, i primi elementi di vita morale e religiosa e i primi rudimenti del sapere (cf. O. Cicogna Argentini, s. V. in Dizionario delle scienze pedag., Milano 1929). Il pensiero invalso che la prima educazione spetta alla madre ebbe la conseguenza di impedire che potesse sorgere, fino alle soglie dell'età contemporanea, una vera e propria organizzazione scolastica atta a raccogliere e ad educare i fanciulli fino ai sei anni. Ora non c'è dubbio che presso molte famiglie l'educazione dei piccoli si rendeva impossibile per il fatto che le madri o perché incappaci o perché occupate per l'intera giornata nel lavoro, spesso fuori e lontano dalla propria casa, non erano in grado di curare i figli, che, abbandonati a se stessi, erano costretti a vivere più nella strada che nella casa, esposti, naturalmente, a tutti i cattivi esempi che da quella potevano loro provenire. Ad evitare ciò sorsero qua e là, nei vari paesi d'Europa, sale di custodia che mentre cercavano di evitare un inconveniente ne creavano altri, perché quelle tenere creature venivano, per lo più, raccolte in sale non sempre igienicamente idonee, costrette in ambienti e in banchi angusti, governate da un personale non sempre preparato, che se anche era buono alla custodia; non lo era alla educazione.

Per aver in Europa l'a. d'i. che avesse nello stesso tempo la finalità dell'assistenza e quella dell'educazione dobbiamo arrivare alla fine del Settecento e al principio dell'Ottocento. La prima vera opera a carattere educativo è quella fondata GOBELIN (v.) di Strasburgo, pastore protestante, che, con la collaborazione di Luisa Schepler (1763-1837) istituì, fino dal 1769, vari a. nei villaggi della sua parrocchia di Waldersbach affidando la cura a donne, contadine dei villaggi stessi, però ammaestrate precedentemente al compito a cui venivano chiamate. Il primo a. fu inaugurato nel 1771. A mano a mano essi si vennero estendendo nei vari villaggi della parrocchia. In questi a. si impartiva ai fanciulli l'insegnamento del canto, facili elementi di storia e di geografia, si leggevano loro episodi della Bibbia e si addestravano in piccoli lavori. Le donne sedevano in mezzo ai fanciulli intrattenendoli col racconto di fiabe e storie, organizzando i loro giuochi, guidandoli nella costruzione di oggetti di carta, mostrando inoltre figure, animali, piante. L'Oberlin partiva dal principio che si doveva parlare ai fanciulli soltanto di quelle cose che cadevano sotto i loro sensi. La vita dei fanciulli poi si doveva svolgere, per quanto ciò fosse possibile, all'aperto in modo che fosse loro sempre

possible godere e osservare la natura nei suoi vari fenomeni. I fanciulli poi a contatto con le istitutrici e nel mutuo rapporto con i compagni dovevano imparare i modi di ben comportarsi in società e dovevano abituarsi a superare il dialetto per parlare la lingua nazionale.

Un altro filantropo a cui si deve all'inizio dell'800 la fondazione di a. Owen (v.), il quale nel 1800 istituì nella sua filanda di cotone a New-Lancashire il primo dei suoi a. (in fanti schools) per i bambini dai due anni in su e sussidiando quelle opere educative che a lui sembrava contribuissero a promuovere il progresso del popolo. L'Owen fu indotto alla fondazione dell'a. dal fatto che molte delle sue operaie erano costrette, per accudire al proprio lavoro nella fabbrica, a lasciare incustoditi a casa i propri teneri figlioli. L'istituzione dell'Owen nata perciò da un motivo umanitario sortì poi una finalità tutta educativa. Nell'a. dell'Owen non si impartiva nessun insegnamento religioso, e ciò perché si potesse, secondo l'Owen, permettere la frequenza a fanciulli di tutte le confessioni religiose. Allo scopo di prevenire nei fanciulli gli atti non buoni e al fine di far loro acquistare l'abito della gentilezza e della bontà, si esercitava sui fanciulli una continua sorveglianza. Nell'a. dell'Owen l'apprendimento era intuitivo. L'Owen, che aveva visitato la scuola del Pestalozzi, voleva che i corpi e le loro qualità fossero dai fanciulli appresi col mostrarsi loro gli oggetti o i loro modelli. Le conversazioni nell'a. dell'Owen perché meglio contribuissero all'apprendimento si svolgevano a carattere familiare. Il giuoco veniva coltivato come svago e passatempo. Nell'a. dell'Owen però, come più tardi in quello dell'Aporti, i maestri non riuscivano a liberarsi dall'uso dei libri e dall'insegnamento a carattere erudito, onde l'Owen sentì, ad un determinato momento, il bisogno di affidare (1815) l'a. ad un suo operaio, Giuseppe Buchanam, che, per la sua indole buona e per la sua intelligenza, meglio degli altri aveva compreso la natura dell'istituzione e le sue finalità. Il Buchanam che amava i fanciulli risolveva appunto nell'amore verso i fanciulli molti problemi dell'educazione infantile che fuori dell'amore e del sacrificio del maestro difficilmente possono trovare una soluzione. Il Buchanam più tardi (1810) fu mandato a Londra dove aperse il primo a. e subito dopo una scuola per la preparazione delle maestre d'a. Il metodo dell'Owen fu perfezionato da un altro apostolo dell'educazione infantile, Samuele Wilderspine. Intanto l'istituzione attecchi in Inghilterra ove si costituì una società per gli a. d'ì. il cui numero salì a 200. Nelle Infant Schools come, del resto, in tutte le istituzioni analoghe in Europa, prima del Fröbel, permaneva, in generale, il difetto di preoccuparsi un po' troppo dell'istituzione a danno della vera e propria educazione. Difetto questo, che un italiano, Pietro Giordani, doveva avvertire quando, scrivendo nel 1844 a Nicolò Puccini, notava che il fine degli a. è di 'moralità non di vanità' e a mezzo di essi si tratta di fare 'buoni i bambini poverelli', 'non di fari dottori o piuttosto pappagalli, caricando e opprimendo quelle intelligenze ancora chiuse con vanissime e inutilissime ciancie'.

L'iniziativa dell'Oberlin, e soprattutto, quella dell'Owen non rimase senza imitatori e si può dire che in tutte le parti dell'Europa e in vari paesi d'America, specialmente nella prima metà dell'Ottocento, si corse alla fondazione di a. che prendeva vari nomi, come Salles d'asile, in Francia, Scuole guardiane nel Belgio e in Danimarca, Bevar School in Olanda, Infant Schools in Inghilterra e negli Stati Uniti d'America, scuole e a. d'ì. in Italia. Inoltre non mancano istituzioni infantili in Russia, Austria, Prussia e Portogallo.

Le Salles d'asile francesi possono, in un primo tempo, essere considerate come una filiazione delle scuole dell'Owen sebbene poi se ne scostino per porre un qualche limite all'istituzione da darsi ai bambini. Il primo a. in Parigi fu fondato dalla Pastoret (1766-1843), la quale promosse un comitato femminile per l'istituzione di Salles d'asile, inviando una delle direttrici in Inghilterra per visitare l'istituto del Buchanan e per studiarne il metodo. Un altro francese in questo stesso tempo, il Cochin, sin-daco del 12° circondario di Parigi, si pose a studiare il metodo del Buchanan di cui curò la traduzione del Ma-

veniva indirizzata al re di Sardegna una domanda firmata, tra gli altri, dallo stesso Farina, da Camillo Cavour, da Cesare Alfieri, da Carlo Boncompagni per ottenere la licenza di costituire una società delle scuole infantili. La domanda, personalmente contrastata dal ricordato con della Margherita, fu nel 1839 personalmente accolta dal re disponendo però che la custodia e l'educazione dei bambini fossero affidate a corporazioni religiose. Sempre in riferimento alla istituzione degli a. in Piemonte non si può non ricordare brevemente l'opera spesa da Carlo Tancredi Falletti marchese di Barolo (1782-1838) e da suo moglie Giulietta Colbert de Manlevrier (1785-1864) che tentarono di aprire un a. nel 1825 riuscendovi, come testimonia Silvio Pellico, pienamente nel 1829, ispirandosi alle salles d'asile della Pastoret dai marchesi visitate a Parigi. Il Barolo, che aveva una visione realistica degli a. e della loro funzione nella prima formazione dei fanciulli, pubblicò a Torino nel 1832 un opuscolo Sull'educazione dell'infanzia nella classe indigente. Brevi cenni de' dicati alle persone caritatevoli. I Barolo vollero che la condotta degli a. fosse affidata a suore per lo spirito di sacrificio che tale missione richiede, e a questo fine fondarono la Congregazione delle Suore della Provvidenza poi dette di S. Anna. Sempre in Piemonte non mancarono altre istituzioni di a.: la contessa Eufrasia Valperga Masino, nel 1833, apri un a. nel suo palazzo a Torino e lo stesso Carlo Alberto nel 1838 apri un altro a. nelle adiacenze del Palazzo Reale affidandone la direzione alle suore di S. Anna.

A Napoli ogni tentativo di dar vita alla istituzione degli a. rimase, si può dire, infruttuoso per l'avversione che essa incontrava nel governo. Di questo stato di cose si lamenta Giacomo Savarese, quando scrivendo il 10 giugno 1840 al Vieusseux deve notare che agli a. venivano frapposti tutti gli opposti ostacoli, che la più insensata e balorda indifferenza per il bene pubblico possono porre ad una utile novità.

Anche in Sicilia non mancò da parte del principe di Scordia un tentativo, rimasto però infruttuoso, di aprire degli a., che poterono realizzarsi soltanto nel 1860.

Dopo l'insuccesso politico del 1849 gli a. vennero decadendo qua e là, ma il germe era stato gettato e non poteva non dare buoni frutti. Compiutasi di fatto l'unità nazionale gli a. infantili crebbero in tutta Italia estendendosi anche ai territori del vecchio regno delle Due Sicilie e nell'ex ducato di Modena ove meno l'istituzione aveva potuto mettere radici. Nell'anno 1871-72 si ebbero in Italia di soli a. pubblici 1099 con 130.806 iscritti. Nell'a. infantile intanto una riforma s'imponeva. In fondo, pur nei suoi vari aspetti l'istituzione aveva un fondamento comune che poteva essere individuato nella preoccupazione di impegnare le tenere menti dei piccoli nell'acquisto di un'istruzione che non può essere tutta la finalità di questa istituzione. Il giuoco anche se vi era tenuto in onore e notevolmente considerato vi restava sempre come svago e passatempo, non già come un atto, il solo, della vita del fanciullo. A una riforma del metodo negli a. infantili si accinse con successo Federico Guglielmo Augusto Fröbel, il quale dalla dottrina del Pestalozzi, che visitò ad Yverdon, trasse la profonda convinzione della libertà del fanciullo che si manifesta tutta nel giuoco come intimo atto della sua vita. La natura dell'uomo si realizza nel fare, e nel giuoco che è un modo, l'unico modo, del fare del fanciullo, il fanciullo si pone al centro del suo mondo e lo sente come sua creazione. Attraverso il suo fare egli si fa creatore, e, perciò, imita e può conoscere Dio, il creatore di tutte le cose. La vita del fanciullo poi si esplica meglio a contatto con la natura, e perciò l'istituzione fröbeliana si fonderà nel giardino e si chiamerà difatti Kindergarten. I giardini d'infanzia del Fröbel si diffusero rapidamente nei vari paesi d'Europa. In Italia il metodo fröbeliano si in

contrò con quello aportano contribuendo certamente a meglio intonarlo psicologicamente alla natura del fanciullo.

Banditrice del metodo fröbeliano si fece la baronessa Berta di Marenholtz Bülow (1810-93) che in varie sue opere spiegò il pensiero del maestro e indicò il giuoco come l'occupazione più idonea ai diversi gradi di sviluppo dei fanciulli, affermando anche l'esigenza di avviare il fanciullo al lavoro come alla migliore forma atta a sviluppare la sua spontaneità artistica. La Marenholtz dopo la morte del Fröbel fu a Londra, a Parigi, nel Belgio, nella Svizzera ovunque diffondendo le idee del suo maestro e promuovendo la fondazione di giardini di infanzia. In Italia l'interesse per i giardini d'infanzia non mancò; difatti SACCHEGGIO (v.) studiarono il nuovo metodo, mentre il pedagogista ab. Rayneri fu, attorno al 1858, dal governo piemontese, su proposta dell'Apporti, inviato all'estero per visitare alcuni giardini d'infanzia e riferirne, come ne riferì, al ministro sardo della P. I. del tempo. Qualche anno dopo (1863) Gaetano Cammarota si recava, per incarico del governo italiano, in Svizzera per visitare i due giardini d'infanzia colà esistenti, uno a Ginevra, l'altro a Losanna. Nel 1867 il sacerdote Carlo Uttini (v.) sperimentò con successo, nella sua scuola infantile di Piacenza, alcuni procedimenti del metodo fröbeliano opportunamente adattati alla mentalità italiana. Attorno al 1870 i giardini d'infanzia ebbero in Italia un notevole impulso soprattutto per l'opera piena di fervore di Adolfo Pick (v.), boom di nascita ma italiano di elezione, il quale si fece propugnatore del metodo fröbeliano in Italia. A Venezia nel 1871 inaugurò il giardino d'infanzia "Vittorino da Feltre", da cui uscirono anche le migliori maestre giardiniere del tempo. Sempre a Venezia nel 1868 la signora Adele Levi della Vida aveva fondato un a. d'ì. nel quale si preparavano anche le insegnanti. Ma negli ultimi anni del secolo scorso i giardini fröbeliani si vennero a poco a poco quasi irrigidendo in un formale meccanismo che sembrava che arrestasse piuttosto che promuovere la spontaneità e la libertà dei fanciulli; onde all'inizio del secolo si procedette ad una riforma dell'a. soprattutto per opera di Rosa Agazzi (v.) e di Maria Montessori (v.) questa con le sue Case dei bambini, quella col Nuovo a. di Mompiano (Brescia), coadiuvata, l'Agazzi, efficacemente dalla sorella Carolina e dal direttore delle scuole di Brescia P. Pasquali. Al principio fröbeliano dell'attività del fanciullo l'Agazzi aggiunge la necessità di mettere il fanciullo nella condizione di operare, riducendo la scuola ad un momento essenziale della vita, anzi ad un vero e proprio atto di vita che si estrinseca soprattutto nel lavoro. Al mondo meccanico fröbeliano si sostituisce tutto un mondo della realtà, quella che la scuola stessa ci presenta con il contatto tra fanciullo e fanciulli, tra questi e la maestra e l'ambiente. Una scuola che si fa società e quindi atto pratico e morale. Il metodo della Montessori, come la Montessori stessa lo espone nelle sue due opere: Il metodo della pedagogia scientifica applicato all'educazione infantile nelle case dei bambini, Città di Castello 1909 e L'autoddu-azione, Roma 1917, si fonda sulla «libertà», autodecuzione del bambino, virtualmente guidata dalla maestra, mediante l'ambiente proporzionato (case del bambino) dove esso può «polarizzare la sua attenzione» e conoscere da se stesso gli errori nell'uso dei vari oggetti, del «materiale» a tale scopo preparato (incastri, lettere intagliate ecc.). Il metodo montessoriano venne spesso interpretato in senso naturalistico, nel senso, cioè, del Rousseau, ma esso è invece suscettibile di retta interpretazione ed attuazione anche nell'istruzione religiosa (cf. M. Montessori, I bambini vivi-venti nella Chiesa, Napoli 1922) come sostiene il p. Mario Barbera (Le case dei bambini e il metodo Montessori, Roma 1927, e in La Civiltà Cattolica, 1919, 11, 37, 219, 430; 1922, IV, 451; 1930, 11, 238). Nell'ordinamento degli a. in Italia intervenne lo Stato, prima per mezzo del Ministero dell'interno poi del Ministero della P. I., prescrivendo con R. D. 10 ott. 1923, n. 2185 un titolo legale per le maestre giardiniere, dopo un corso triennale della «Scuola di metodo», e i programmi per il «grado preparatorio» o «scuola materna»: religione, preghiera, canti religiosi, disegno spon-

taneo, recitazione, giuochi ginnastici, abitudini igieniche, facili esercizi di lavori manuali, giardinaggio, rudimenti di nozioni e correzione di pregiudizi e superstizioni popolari.

Sono ancora da ricordare: le scuole infantili della Mon- tesea e di Rovigliano fondate per i figli degli agricoltori da Alice e L. Franchetti, scuole in cui regna il culto della natura e dove i fanciulli si esercitano al giardinaggio e al lavoro dei campi; l'a. annesso alla Scuola rinnovata di Giuseppina Pizzigoni a Milano, in cui mentre si eser- cita il giardinaggio si ha cura di promuovere lo sviluppo dello spirito di iniziativa e di autodisciplina dei fanciulli. Un'altra iniziativa è l'a. d'i. di Rina Nigrisoli a Portomag- giore (Ferrara), dove la natura vien sentita pascolianamente con giuochi all'aperto, cultura dei campi, ecc. Fuori d'Ita- lia sono da DEWEY, JOHN (v.) negli Stati DECROLY, OVIDE (v.) nel Belgio. Il giardino d'infanzia del Dewey trova il suo fon- damento nell'istinto di associazione e di fare dei fanciulli. Il Decroly mira a preparare il fanciullo alla vita creando al fanciullo stesso un ambiente naturale e non conven- zionale, in modo che tra scuola e vita non ci sia divario o discordanza.

Dal 1870 in poi, gli a. d'i. in Italia sono cresciuti via via e di numero e di frequentanti. Così se nel 1881-82 si ebbero in Italia 2516 a. con 243.972 iscritti e nel 1901-1902, 2314 a. con 355.594 iscritti, si ebbero nel 1921-22 5902 a. con 397.610 iscritti, per arrivare all'anno 1941-42 a. 10.633 a. con 755.489 iscritti (cf. La politica e la legislazione scolastica in Italia dal 1922 al 1943, Milano 1947, pp. 422-23). Per gli a. rurali,

V. SCUOLE RURALI

Vedi Tav. XVII.

BIBL.: Vedi alle singole voci: AGAZZI, APORTI, OBERLIN, ecc. Inol- tre: D. Sacchi, Sale d'a. in Torino, in Annali Universali di stati- stica, apr. 1835; id., A. di carità per l'infanzia in Milano, ibid., apr. 1837; G. Sacchi, Intorno alla fondazione ed allo stato attuale degli a. di carità per l'infanzia in Milano, Milano 1837; id., Cenni sulle scuole infantili di carità istituite nel Regno Lombardo- veneto, in Gazzetta privilegiata di Milano, 28 nov. 1836; G. So- leri, Ragionamento intorno all'istruzione del popolo, Brescia 1843; D. Michelotti, Rapporto sulle scuole infantili di Torino, Torino 1843; Scuole dei bambini, Sale d'a. in Giornale agrario, 1° trim. 1834; Rapporti sugli asili di Firenze, in Guida dell'educatore, 1836, pp. 110 e 366; G. M. De Gerando, Ragionamento intorno all'origine, ai principi e alle condizioni delle sale d'a. per l'infanzia; estratto dall'opera dello stesso autore sulla Pubblica beneficenza, tradotto e pubblicato da G. Saleri in appendice all'opera Ragionamento intorno all'istruzione specialmente del popolo, Brescia 1843. Il Sa- leri aggiunge alla trad. parecchie notizie intorno agli asili italiani e alle publ. relative; A. Anzilotti, Un amico napoletano di G. P. Viennessu, in Archivio storico ital., 1 (1921), p. 339. In 1842, G. Saleri e dei suoi rapporti con gli educatori della Toscana e del Piemonte e sull'opera svolta dal Savonese stesso per gli a. E. Mayer, Degli a. infantili considerati come istituzione sociale, in Frammenti di un viaggio pedagogico, Firenze 1867, pp. 96-110; C. Gioda, Rapporto sugli a. per l'infanzia in Italia, Roma 1889; E. P. Paolini, Lo Stato e l'educazione dell'infanzia all'estero e in Italia, Roma 1888; A. Mozzignelli, Sviluppi moderni dell'educazione infantile in Italia, in L'Educazione nazionale, 6 (ag. -sett. 1927), p. 523; G. Lombardo-Radice, Il metodo italiano nella educazione infantile, in L'Educazione nazionale, 9 (1927), p. 145; id., Il problema dell'educazione infantile in Italia, Firenze 1933. Nino Sammartano