BENEVENTANA, SCRITTURA E MINIA-TURA

BENEVENTANA, SCRITTURA e MINIA-TURA. -

I. SCRITTURA

È detta «b.» la scrittura, caratterizzata da particolari forme calligrafiche, che fu usata nei manoscritti latini dell'Italia meridionale e della Dalmazia dalla fine del sec. VIII al XIII.

Il nome, già attestato in antichi esempi ed ora comunemente accettato nella terminologia paleografica, vuole indicare che la scrittura sorse e si svolse nell'antico ducato longobardo di Benevento; essa però fu detta anche longobarda, langobardisca ed anche nea-politanisca per distinguere il suo carattere locale in opposizione alla minuscola carolina, diffusa dai Normanni, e perciò detta francisca. Il Mabillon la chiamò langobardica confondendola con altre scritture franche e, sulla sua autorità, molti autori antichi hanno ripetuto tale nome; fu detta pure longobardo-cassinese o addirittura cassinese dal centro scrittore in cui essa raggiunse forme di maggiore perfezione. Altri nomi (gotico cordellato e minuscola dell'Italia meridionale) non hanno avuto seguito.

La regione in cui essa si svolse può essere più precisamente determinata a sud di una linea che, partendo da Gaeta e passando per Fondi, Veroli, Sora e Sulmona, raggiunge l'Adriatico presso Chieti e Penne; comprendendo le isole Tremiti presso il Gargano e, sulle sponde dalmate, Ossero, Zara, Traù, Spalato e Ragusa. Restano escluse la Calabria e la Lucania, di cultura prevalentemente greca,

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e la Sicilia, di cultura greca e araba fino alla conquista normanna. I centri scrittori più importanti, da cui proviene la massima parte dei manoscritti rimasti, furono Montecassino, Napoli, Capua, Salerno, Benevento e Bari, dove si ebbe un tipo particolare.

Dagli ultimi decenni del sec. VIII, ai quali risalgono i primi esempi che presentano già elementi caratteristici, la scrittura venne acquistando forme sempre più regolari fino a raggiungere il massimo della perfezione calligrafica nel sec. XI; alla fine del sec. XIII cessa il suo uso normale. Nella sua evoluzione si distinguono quattro periodi: gli inizi (dalla fine del sec. VIII alla fine del IX), la formazione (dalla fine del sec. IX a tutto il X), la maturità (dal sec. XI alla fine del XII) e la decadenza (dalla fine del sec. XII a tutto il XIII).

Mettendo in relazione questi periodi con la storia di Montecassino, il maggior centro culturale e librario dell'Italia meridionale, il primo corrisponde ad un tempo di notevole attività letteraria del monastero, che però doveva manifestarsi prevalentemente nelle forme di scrittura ricevute dai secoli precedenti (specialmente l'oncia) e ad ogni modo restò stroncata nell'883 dalla distruzione saracena; il secondo periodo corrisponde al tempo in cui i monaci risiedevano provvisoriamente a Capua e, tornati nel 949 a Montecassino, ebbero ancora una vita difficile ed agitata; il terzo è il secolo d'oro che s'inizia con l'abate Adonolfo (1011-122) e Teobaldo (1022-135) e si chiude con Desiderio (1058-87) e Oderisio (1087-1105); il quarto è un tempo di decadenza anche per il monastero, dopo lo splendore precedente.

D'altra parte le vicende del monastero rispecchiano abbastanza fedelmente le condizioni culturali dell'intera regione tanto che, considerando il genere e il numero dei testi tramandati nei manoscritti in b., distinti secondo il tempo, si può avere una visione assai interessante delle condizioni culturali dell'Italia meridionale. Ed è significativa a questo riguardo l'importanza che hanno i codici meridionali per la conservazione dei classici latini, alcuni dei quali (Varrone, Tacito, Hist., II, 1-4 e Ann., II, 11-16; Apuleio, ecc.) sono noti solo per le copie eseguite a Montecassino, mentre altri hanno in esse il testo più autorevole (Ovidio, Cicerone).

Caratteri generali. Fin dagli esempi più antichi la scrittura b. presenta alcuni caratteri distintivi che tuttavia si osservano meglio nel loro pieno sviluppo nei manoscritti del sec. XI.
Derivata dalla minuscola corsiva, che era la scrittura dell'uso comune per lettere e documenti, già nel sec. IX mostra evidente il suo carattere essenziale librario con la tendenza verso forme regolari e costanti, che conserva anche quando è usata nel testo e nelle firme dei documenti.

Tipico è l'aspetto generale per il tratteggiamento accurato delle singole lettere, in cui si succedono regolarmente con uniformità costante tratti grossi e tratti sottili. Le aste verticali delle lettere piccole (i, u, m, n) sono spezzate al centro, richiamando forme e aspetto che si ebbero più tardi nella scrittura gotica.

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(propr. Enc. Catt.)
Beneventana, scrittura - Lettere caratteristiche (n. 1): legature d'uso costante (n. 2); legature facoltative (n. 3): e legatura t i sul suono duro e sibilante (n. 4).

Sono particolarmente caratteristiche (v. tabella, n. 1) alcune lettere: a (in un primo tempo aperta, simile a due c accostate, poi chiusa e simile ad una o accostata a c; e (con ampia testa che s'innalza sopra la riga); r (con testa alta e ripiegata ad angolo).

La i ha due forme: alta quando è semivocale e al principio di parola, piccola negli altri casi.

Numerose sono le legature, di cui alcune d'uso costante (ei, fi, gi, li, ri, ti: V. tabella, n. 2), altre facoltative (v. tabella, n. 3).

Nella legatura ti la prima forma esprime il suono duro, la seconda il suono sibilante del la consonante (v. ITALIA 4).

Le abbreviazioni sono pure numerose: oltre le forme comuni a tutte le scritture medievali ed altre derivate dal sistema irlandese, alcune si distinguono per la forma stessa del segno abbreviativo o per le lettere che compongono il compendio (ne sono soprattutto caratteristici

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l'apostrofe e un segno simile ed un 3 posti in alto a destra, e un segno simile ad un 2 posto sopra una lettera, che indicano rispettivamente = -s [us], -m, -r [er, ur]; oma, gloa, ama = omnia, gloria, anima).

È senz'altro caratteristico il sistema dei segni di punteggiatura. La pausa sospensiva del periodo è indicata di regola con un trattino sottile obliquo (virgula), qualche volta accompagnata da un punto; la pausa media con un semplice punto; la pausa finale con un segno triplice, due punti e una virgola posti a triangolo o in linea. Nelle frasi interrogative dirette o indirette c'è un segno speciale (un piccolo angolo acuto aperto a destra) sulla parola su cui poggia l'interrogazione; un altro segno speciale (trattino verticale con piccolo braccio a destra) indica le parole su cui poggia la voce in tono di asserzione. Accenti acuti (talvolta anche circonflessi nelle parole properispomene) segnano l'accento tonico e la pronuncia distinta di due vocali che non formano dittongo.

Il diverso grado del tratteggiamento (che determina l'aspetto generale della scrittura), la forma delle lettere, la forma e la frequenza delle legature e delle abbreviazioni, come pure l'uso dei segni di punteggiatura e degli accenti, sono elementi che permettono di valutare la datazione di un manoscritto.

Nella regione di Bari e nella Dalmazia la scrittura b. presenta una varietà detta tipo di Bari, che si distingue specialmente per il tratteggiamento più noto, senza le forti spezzature delle aste verticali e senza l'eccessivo contrasto fra tratti grossi e tratti sottili.

II. LA MINIATURA

I manoscritti dell'Italia meridionale presentano esempi magnifici dell'arte decorativa, quali poche altre regioni hanno raggiunto nell'alto medioevo.

Nel sec. IX l'ornamentazione libraria è ancora assai semplice e rozza, limitandosi a titoli a grandi lettere monocrone e policrome. Un passo notevole si ebbe già nel secolo seguente con lettere a disegno più complesso, con elementi floreali e intrecci, nei quali spesso si delinea una testa di uccello o di cane; le figure umane sono rare e riproducono modelli bizantini.

L'epoca gloriosa che s'iniziò per Montecassino con l'abate Teobaldo (1022-35) segna pure un tempo decisivo per lo sviluppo della decorazione dei manoscritti a Montecassino stesso e negli altri luoghi della regione, perché le rinnovate relazioni con i centri culturali della Germania (arte ottoniana) e dell'Inghilterra (arte irlandese e anglosassone), e insieme dell'Oriente, introdusse loro nuovi elementi che, per opera di valenti artisti, portarono alla formazione di uno stile originale e caratteristico.

Spicca soprattutto per lo splendore delle grandiniziali a pagina intera il monaco Grimoaldo (ms. 109 di Montecassino). Le rappresentazioni umane sono però ancora rozze, come nel ms. 132 di Montecassino, che contiene l'enciclopedia illustrata di Rabano Mauro.

La magnificenza dei colori e dell'oro usato a profusione con fine gusto, trova la sua espressione più viva nella decorazione del tempo di Desiderio e in particolare nelle opere del monaco Leone. I tre sontuosi manoscritti che vantano il suo nome (Montecassino 98 e 99, Vat. lat. 1202) sono quanto di meglio ha prodotto la scuola cassinese. I disegni sono sempre diversi, ma tuttavia i motivi decorativi seguono un modello fisso, con intrecci di nastri e di viticci dai quali si svolgono cani color rosa con unghie a mo' di cerchietti. Anche le figure disegnate dal monaco Leone mostrano un'evoluzione notevole che denota le sue doti personali di artista.

Dopo l'età desideriana non si fece che ripetere con monotonia, quasi con l'uniformità di stampiglie, i modelli precedenti, con pesantezza di colori e di disegno.

Un gruppo particolare di manoscritti miniati è costituito dai rotoli pasquali che, secondo l'uso dell'Italia meridionale, contenevano grandi figure ad illustrazione del testo liturgico. Esse erano dipinte in senso inverso alla scrittura perché destinate alla contemplazione del popolo mentre il diacono svolgeva il rotolo dall'alto dell'ambone. — Vedi Tav. LXXX.

BIBL.: Per lo studio della scrittura sono fondamentali: E. A. Lowe, The Beneventan Script. A History of the south Italian minuscula, Oxford 1914; id., Scriptura B., Facsimiles of south Italian and Dalmatian Miss. from the 8 to the 14 century, 2 voll., Oxford 1929. Cf. pure V. Novack, Scriptura B., Zagabria 1920; L. Schiaparelli, Influenze straniere nella scritura italiana dei secc. VIII e IX (Studi e Testi, 47), Roma 1927, pp. 38-63; M. Inguanez, La scrittura b. in codici e documenti dei secc. XIV e XV, in Scritti di Paleografia e Diplomatica in onore di Vincenzo Federico, Firenze 1945, pp. 309-14. Un'esposizione riassuntiva in G. Battelli, Lezioni di paleografia, 2a ed., Città del Vaticano 1939, pp. 12-132.

Per la miniatura, trattazioni in E. Bertaux, L'art dans l'Italie meridionale, I, Parigi 1904, pp. 155-67 e 193-212; P. Toesca, Storia dell'arte italiana, I: Il medioevo, Torino 1927, pp. 1047-1052. — Riproduzioni in O. Piscicelli-Taeggi, Le miniature nel

BENEVENTANA SCRITTURA – BENEVENTO

Tempi migliori riservava l'invasione longobarda: una colonna dei nuovi occupanti si spingeva fino nel Sannio, e vi dava vita, sotto la guida di un primo duca, Zottone, verso l'anno 571, ad un ducato longobardo, estesosi presto a gran parte dell'Italia meridionale, più tardi divisa in ventiquattro contee. Al pari di Alboino, Zottone era un barbaro; e prima che su di lui e i suoi si estendesse l'influsso della civiltà romana e della Chiesa, la violenza della barbarie si esercitò sui luoghi sacri e sui sacerdoti. Verso il 589 l'abbazia di Montecassino era distrutta e, negli stessi anni, Zottone avrebbe fatto uccidere ben ottanta cristiani per non essersi piegati a pratiche pagane.

I longobardi beneventani lasciarono l'arianesimo sotto il duca Arechi che del ducato fu il grande riorganizzatore. Poco avanti l'anno 600 col suo Battesimo apriva la via alla conversione in massa del suo popolo e il 15 dic. del 600 faceva consacrare la Cattedrale restaurata e ingrandita, dedicata alla Vergine; tanto egli stesso che il vescovo di B. Furono in relazione col pontefice Gregorio I. Nel 662 l'Imperatore Costante II assediava B. la leggenda, inserita nella liturgia beneventana, riferisce che un prete longobardo, di nome Barbato, si sarebbe fatto garante della liberazione dall'assedio se il duca Romualdo avesse posto fine alle superstiti forme di paganesimo. Costante II fu costretto a togliere da lì a poco l'assedio; e Barbato poté solo allora segnare la fine del culto del noce sacro e della vivera d'oro che lo stesso duca, ormai cristiano, venerava in segreto nel suo palazzo. Dal 663 Barbato fu vescovo e si unì al seggio di B. quello di Siponto (l'unione sarebbe durata quattro secoli) con tutela del celebre santuario di S. Michele del Gargano. Arechi aveva avviato il ducato ad una quasi indipendenza dalla corona longobarda; durante il sec. VII e l'VIII il prestigio dei duchi e la potenza dello Stato ancor più si accrebbe; animati da zelo di neofiti, Romualdo e la moglie, Teodorada, cresero chiese e conventi. Solo per breve tempo il re Liutprando riuscì a far valere la sua autorità perché ben presto B. riprese la sua autonomia; consacrata con l'erezione del chiostro di S. Sofia, iniziata verso la metà del sec. VIII dal duca Giulio e compiuta, con l'attigua chiesa, da Arechi II nel 760.

Secondo artefice della fortuna di B. fu Arechi II, sposo di Adelperga figlia di Desiderio, che dalla caduta del regno longobardo prese occasione di assumere il titolo di principe e radunare intorno al principato meridionale tutta la sua gente superstite, continuando la tradizione longobarda. L'importanza di B. non sfuggì a Carlomagno: ma i suoi tentativi non raggiunsero lo scopo e l'imperatore morì avanti che la sua signoria sul ducato potesse essere altro che nominale. B. tentò poi di destreggiarsi abilmente tra Bizantini, Saraceni, Franchi e

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(da Federici, La scrittura delle cancellerie italiane, ta

v. XXXI) Beneventana, scrittura

B. del tipo di Bari (fine sec. x). Donazione del diritto di pesca nell'isola di Teiego fatta dai nobili di Zara a favore del monastero di S. Crisogono ( 995 ca .) - Zara, arch. di Stam. S. Crisogono, caps. X