BERNETTI, TOMMASO

BERNETTI, TOMMASO. - Cardinale, n. a Fermo il 29 dic. 1779, m. ivi il 21 marzo 1852. Studiò legge nella città natale e si recò a Roma per farvi pratica sotto il Bartolucci. Intelligente ed attivo, seppe presto farsi notare ed ebbe nomina di segretario di Rota. Nipoté del card. Brancadoro, arcivescovo di Fermo, quando lo zio fu confinato a Reims da Napoleone, lo seguì, rimanendo con lui cinque anni. Nel 1813 Pio VII lo inviò a Maestricht con l'incarico di far recapitare lettere segrete all'imperatore d'Austria. Questo ed altre missioni di fiducia bene eseguite lo spersero in vista nella restaurata corte romana. Sconfitto il Murat, durante l'effimero governo del quale aveva dovuto abbandonare Roma, fu mandato a trattare lo sgombero delle Legazioni da parte degli Austriaci (1815). Molto stimato dal Consalvi, fu nominato delegato a Ferrara, dove dette prova di prontezza e di energia, non disgiunte da tatto, e successivamente assessore alle Armi e, dopo la fuga di mons. Pacca, direttore generale di polizia e governatore di Roma (1820-26). In questo duplice delicato ufficio si fece apprezzare per maturità di mente e sicurezza di giudizio, specie in occasione del tormentoso biennio 1820-1821 e del Conclave del 1823. Leone XII lo inviò a Mosca per l'incoronazione dello zar Nicolò I (1826) e lo incaricò di importanti negoziati a Vienna e a Parigi. Segno di gratitudine e di stima la sua creazione a cardinale dell'ordine dei diaconi, col titolo di S. Cesareo in Palatio, il 25 giugno 1827, che tenne fino al 22 genn. 1844, quando passò a quello di S. Lorenzo in Damaso. Nominato successivamente legato a Ravenna, non raggiunse mai la propria sede, parte per le non buone condizioni di salute (soffri acutamente di podagra), parte per la propria volontà di non andare in località ancora sotto l'impero di commissioni straordinarie. Conoscitore dei mali che travagliavano l'amministrazione pontificia, desiderava che fossero rimosse radicalmente le cause, piuttosto che rimediarvi saltuariamente ed inefficacemente. Nell'estate 1828 fu chiamato a succedere al Della Somaglia nella Segreteria di Stato, carica da cui fu allontanato all'avvento di Pio VIII, che lo sostituì con l'Albani (marzo 1829). «Il non essere stato richiamato al posto che occupavo due mesi indietro - scriveva con serena obiettività all'amicissimo mons. Amat, l'8 apr. - non mi ha fatto la più passeggera amarezza... Se tornavo da capo chi sa se avrei avuto la fortuna medesima? Temo anzi che sarebbe accaduto tutto il contrario per il cumulo, se non altro, delle circostanze». Alla morte di Pio VIII, capeggiò in conclave col Falzacappa la corrente contraria all'Albani. Dal nuovo pontefice, Gregorio XVI, fu richiamato alla Segreteria di Stato (febbr. 1831). Le sue doti d'intelligenza e di abilità furono subito messe a dura prova dalla rivoluzione che scosse lo Stato e dalla discorde e invadente politica delle grandi potenze. Diffidente della Francia di Luigi Filippo, dovette appoggiarsi all'Austria, pur cercando, appena possibile, di sottrarsi alla tutela di questa. L'«èra novella» da lui promessa non si avverò, ma fu suo merito un serio tentativo di riforme amministrative. Convinto sostenitore del

l'accertamento e dell'unità di governo, in contrasto anche con le idee del card. Oppizzoni, legato a latere per le quattro Legazioni, cercò di annullare praticamente i risultati della Conferenza e del Memorandum delle quattro potenze (21 maggio 1831), riaffermando la priorità dell'iniziativa pontificia, e mirando a segnare linee indipendenti di azione futura. Del dissidio austro-francese, culminato con l'occupazione di Ancona (1832), seppe giovarsi per ottenere un modus vivendi e un termine certo di sgombero. In pari tempo, accanto a notevoli riforme dell'esercito e della forza pubblica, cercò quei centurioni, milizia volontaria locale, che, nel suo concetto, doveva concorrere a liberare lo Stato dalla tutela straniera. E, per lo meno per il momento, riuscì a salvare lo Stato e a tutelare la dignità. «So bene - confidava all'Amat il 19 marzo 1831 - che si vorrebbe ora proporre conciliazioni, dare consigli, accomodare le cose con l'intervento morale ecc., e tutto ciò andrà bene; ma si rimettano prima le ossa al sesto loro». Alleggerito dal peso degli affari interni dalla nomina del Gamberini nel 1833, nel 1836, sotto pretesto di malattia, ma in realtà per imposizione dell'Austria che non ne amava il desiderio d'indipendenza e per recriminazioni di molti contro la sua politica di largo spendere, fu sostituito dal Lambruschini. Per molti anni in disparte, seguiva con intelligenza gli avvenimenti (del manifesto dei ribelli di Savigno, scriveva che «è una certa roba che non può non lasciare una impressione perché contiene delle verità che fanno sangue», 28 sett. 1843). Nel Concistoro del 22 genn. 1844 veniva elevato alla dignità di vicecancelliere di S. Chiesa e contemporaneamente fu chiamato a far parte di una commissione per l'ulteriore rafforzamento dell'esercito papale. Della sua capacità ebbe a giovarsi anche Pio IX nei primi suoi atti, assegnandolo con il Gizzi, con il Lambruschini e con l'Amat alla commissione provvisoria consultiva di governo. Ma la salute non buona lo tormentava. Nelle agitata vicende del 1848 conobbe l'amarezza di un temporaneo arresto (1 maggio) dopo l'allucuzione del 29 apr. Ucciso il Rossi, si ritirò a S. Elpidio, donde poi passò a Napoli, per raggiungere Pio IX a Gaeta. Restaurato il potere temporale, tornò a Fermo molto malandato in salute e quivi si spense in serenità. Buono, colto, spiritoso e attivo, è una delle figure più interessanti tra i porporati dell'800. Sue lettere inedite all'Amat si conservano nel museo centrale del Risorgimento a Roma.

BIBL.: Anon., Brevi memorie del card. T. B., Pesaro 1852; Anon., Elogio funebre del card. T. B., Loreto 1853; G. Belloni, Il card. B. e i fatti del 1843 in Romagna, in Giornale d'Italia, 7 marzo 1932; A. Zaro, Il card. B. in alcune sue lettere inedite a Tiberio Pacca (1834-37), in Sammiun, 19 (1946), pp. 204-10. In genere sul B. e sul suo tempo cfr. Gregorio XVI, Miscellanea commemorativa, 2 voll., Roma 1948.

Alberto Maria Ghisalberti