BERNI, FRANCESCO. - N. a Lamporecchio in Val di Nievole nel 1497, studiò a Firenze, vestì l'abito talare e nel 1517 venne nella Roma di Leone X fidando anche nella protezione d'un potente parente lontano, Dovizi da Bibbiena. Morto questi nel 1520 e il Papa nel 1521, venne Adriano VI, che durò poco e poco fu propizio ai letterati, ai poeti e ai fiorentini. Gli successe un altro Medici, Clemente VII, ma con poco vantaggio per il B. Il quale si mise allora ai servigi mal remunerati del card. Angelo Dovizi nipote del precedente; poi passò a quelli, remunerati anche meno, del datario Giberti vescovo di Verona e in questa città lo seguì. Ma fu in tempo di tornare a Roma per il sacco del 1527. Servi in ultimo il card. Ippolito de' Medici. Leggenda è un suo dissimulato luteranesimo. La inventò nel 1554 il Vergerio; e cercò d'accreditarla pubblicando in un opuscolo, come estratte dal Rifacimento dell'Orlando innamorato, diciotto stanze che in realtà non c'erano mai state e altri aveva fabbricato a questo scopo: un falso letterario. Vero è però che al falsificatore lo spunto era venuto da quattro autentiche ottave contro la corruzione romana e che nel Dialogo contro i poeti, il B. rimprovera il costume umanistico di confondere in una stessa venerazione e quasi in una stessa ragion religiosa, la poesia della Bibbia sacra e la poesia profana. Checché ne possa sembrare, il B. era facile al risentimento morale; e lo dimostrò in un famoso terribile sonetto caudato contro l'Aretino, che, per la qualità dello sdegno non ha proprio riscontro nella letteratura anti-aretinesca del Franco, dei Doni, ecc.
Nella restante opera poetica il genio della poesia occultò quasi sempre questo impulso morale nella parodia, nella caricatura, e magari anche nello scherzo; e ne vennero fuori i capitoli in lode delle cose meno lodevoli (la peste, il caldo del letto, i ghiozzi, le anguille, il debito ecc.) i quali, iniziarono un genere letterario nuovo e ricco d'avvenire, il capitolo bernesco, amore del '700, passione del Baretti, nostalgia dei romantici. Si regge il capitolo bernesco sull'ambigua grazia della parola e dello stile che riesce quasi sempre a galleggiare sulla volgarità e ad evitare le lungaggini. Lo stesso si dica dei sonetti caudati. Naturalmente non tutti sono capolavori. Al B. non manca la fantasia comica la quale, epurata dagli ultimi residui passionati, poteva generare il gran capitolo al Fracastoro in ricordo dell'ospitalità ricevuta da un prete bifolco. Guardati da questo poeta i fatti si profilano naturalmente nella prospettiva del grottesco. Per creare egli aveva bisogno di sapere e vedere le cose dalla cucina e dall'anticamera; il destino poetico gli fu propizio; lo fece vivere tra le quinte nel teatro della vita e nei sottordini del gran mondo. Vennero di là i sonetti caudati su Clemente VII, arguti nella loro volgarità. Restano di lui anche alcune lettere; ma non sono gran che e non ci sorprendiamo che il B., umanista malgrado tutto, continuasse a sentire poco la prosa volgare. Una sua commedia rusticana in versi la Catrina interessa quasi solo per lo scintillio della lingua popolare. Questo scapigliato insomma era un fine letterato; e fondamentale, nella sua ispirazione migliore, resta la
