CARISSIMI, GIACOMO

CARISSIMI, Giacomo. - Musicista, n. a Milano il 18 apr. 1605, m. a Roma il 12 genn. 1674. Nonostante la fama che ebbe ai suoi tempi scarseggiano le notizie e le testimonianze dirette sulla sua vita; la biografia resta assai lacunosa, anche dopo le ricerche degli ultimi decenni.
Diciottenne lo si trova cantore nella cappella del duomo di Tivoli (forse dal 15 ag. 1623, data della sua ricostruzione). Fu poi maestro di cappella nella cattedrale di S. Rufino in Assisi, ove rimase negli anni 1628-29. Nel 1630 si trasferì a Roma per assumere l'ufficio di maestro di cappella nella chiesa di S. Apollinare del Collegio generativo, con lo stipendio annuo di ottanta scudi, più vitto ed alloggio. La sicura posizione economica così raggiunta dal C. s'accrebbe ancora delle rendite procurateggi, in occasione del ricevimento degli ordini (marzo 1637), dal suo mecenate card. Colonna.
La fama del C. si diffuse rapidamente in Italia ed all'estero, come ne dànno preziosa testimonianza gli inviti ad assumere la direzione della cappella di S. Marco a Venezia, succedendo a Claudio Monteverdi. Anche l'arcidiocesi Leopoldo Guglielmo cercò di attirarlo al proprio servizio, valendosi dell'opera del langerario Federico d'Alessia, allievo e grande ammiratore del C. Fra i numerosi discepoli del C. spiccano alcuni stranieri, come i francesi Michel Farinel e Marc Antoine Charpentier, e i tedeschi Johann Kaspar Kerl, Bernhard Christoph, Johann Philipp Krieger; mentre degli italiani non è da escludere che alla scuola sia stato Marc'Antonio Cesti. Il C. fu sepolto nella stessa chiesa di S. Apollinare. Un ritratto di lui ed i monstruosi musicali andarono purtroppo perduti.
Accanto al Monteverdi ed al Frescobaldi, il C. è uno degli artisti più geniali del Seicento musicale italiano. Le forme che il C. predilige sono quelle dell'oratorio latino e della cantata religiosa e profana, nelle quali l'espressione vocale del nuovo stile seicentesco attinge per la prima volta quella perfezione che il Monteverdi, a sua volta, aveva conseguito nel dramma musicale e nel canto più propriamente profano. Ma il C. sovrasta su tutti con una sicura, esemplare nettezza di stile, e per tale ragione risulta forse più grande, anche se meno vario, degli stessi Luigi Rossi e M. A. Cesti che accanto a lui primeggiano nelle melodie intonazioni della lirica secentesca. La cantata del C. afferma ed accentua il desiderio di liberare la melodia dal limite della declamazione ed opera il risoluto distacco da quello che ormai resterà definito come vero e proprio «recitativo».
Ma il genio del C. poté mostrarsi in tutta la sua pienezza nell'oratorio su testo latino, da lui portato ad un alto grado di eccellenza artistica, in un certo senso non più eguagliata, per una specie di istintiva congenialità. Il suo temperamento, nonostante l'inclinazione all'effusione melodica, tutto raccolto in una religiosità intima e fervida, si dispiega con una varietà e profondità di espressione che anche le migliori cantate non lasciano forse intravedere. Il quadro drammatico è di una sobria efficacia e reca in pieno Seicento un'autentica aura di severa grandezza biblica, nella quale tuttavia l'umanità dei personaggi ha il suo più evidente rilievo. Poiché dei testi degli oratori non si conosce l'autore, può darsi ch'essi provengano dalla collaborazione dei padri gesuiti del Collegio, ma non è da escludere che siano stati composti dal C. stesso, e se ciò fosse avremmo un mirabile esempio di unitaria concezione drammatico-musicale. Di tale grandiosa ed efficace facoltà di sintesi creativa dànno testimonianza le parti corali, fra le più vigorose e schiette che la musica italiana del Sei e del Settecento possa contare; in alcuni esempi celebri, come la battaglia nello *Iette*, la tempesta nel *Gionata*, non si tratta di esteriori effetti descrittivi, ma di una concisa, possente rievocazione drammatica ottenuta con una rara semplicità di mezzi. Negli oratori il recitativo del C. giunge a penetranti risultati espressivi in quel suo tendere ad un movimento arioso, che si può comparare soltanto a quello del Monteverdi, e con ciò è detto senz'altro il valore ch'esso assume nella nuova espressione drammatico-vocale secentesca. Attraverso la geniale varietà delle figurazioni musicali, il personaggio si staglia di solito nell'oratorio del C. con un'evidenza più spesso vigorosa e robusta, talvolta incline ad accogliere accenti di delicato, intimo lirismo; tale evidenza è connaturata con la viva concretezza dell'espressione vocale, e perciò ben si comprende come le parti strumentali, scarsamente indicate nei manoscritti, siano state disposte in modo da serbare al canto, solistico o corale, il suo più genuino e compiuto rilievo.
Gli oratori, detti anche «istorici», giunti sino a noi sono: *Ionas*, *Iette*, *Ezechias*, *Baltazar*, *Iob*, *Abraham et Isaac*, *David et Ionathas*, *Historia divitiis* (*Dives malus*), *Diluvium universale*, *Extremum iudicium*, *Iudicium Salomonis*, *Vir frugi et pater familias*, *Lucifer*, quest'ultimo senza coro in forma di cantata solistica. Il C. compone anche altra musica religiosa, fra cui messe, mottetti, ecc. e i *Sacri concerti musicali* (Mascardi, Roma 1675); a lui viene altresì ascritta un'Ars cantandi, di cui esiste soltanto una traduzione tedesca pubblicata in un *Vermehter Wegweiser* (Koppmayer, Augusta 1689, più volte ristampato).

BIBL.: F. Chrysander, *Die Oratorien von G. C.*, in *Allgemeine musikalische Zeitung*, 9 (1876), p. 67; M. Brenet, *Les oratories de C.*, in *Riv. mus. it.*, 4 (1897), p. 460; D. Aialona, *Studi su la storia dell'Oratorio musicale in Italia*, Torino 1908; A. Schering, *Geschichte des Oratoriums*, Lipsia 1911; A. Cametti, *Primo contributo per una biografia di G. C.*, in *Riv. mus. it.*, 24 (1917), p. 370; F. Balilla Pratella, *G. C. ed i suoi oratori*, *ibid.*, 27 (1920), p. 1 seg.; id., *Gli oratori di S.C.*, in *Pensiero musicale*, 1 (Bologna 1924, III-IV); J. Loschelder, *Neue Beiträge zu einer Biographie G. C.*, in *Archiv für Musikforschung*, 5 (1940), p. 220; F. Glusi, *Due cantate del Giudizio universale* di G. C., in *Rassegna musicale*, 18 (1948), p. 199.