CAROLINA, SGRITTURA E MINIATURA

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CAROLINA, SGRITTURA e MINIATURA. - Con il nome di scrittura c. si indica in paleografia la rina la minuscola rotonda usata dalla fine del sec. viII a tutto il sec. xir in Francia, nella Germania, nella Svizzera e nell'Italia settentrionale e centrale e diffusasi anche nell'Inghilterra e nella Spagna. Essa offre il primo esempio di una scrittura di carattere universale nei territori dell'impero dopo il tramonto dell'età classica, e il suo processo di formazione va studiato attraverso l'evolversi di tipi particolari cui si dà generalmente il nome di «precaroline».

I. Le scritture precaroline

Il periodo che precede la formazione della c. è caratterizzato dalla presenza di forme intermedie i cui elementi sono difficilmente definibili e variano non soltanto in relazione all'epoca e al centro scrittorio, ma talora anche da individuo a individuo. Non si tratta infatti di una scrittura particolare con elementi costitutivi fissi, a parte il carattere comune di minuscola semicorsiva, ma del risultato, di volta in volta mutevole, di una duplice tendenza spontanea: quella di guadagnare tempo tracciando con ductus più libero le forme calligratiche delle scritture librarie, e quella di rendere più chiave, eseguendole con maggior cura, le forme corsive della documentaria. Data questa peculiarità, le scritture precaroline, se hanno un termine finale che è segnato appunto dal sorgere della minuscola c., mancano di un termine di inizio, poiché la tendenza verso un ductus più posato si manifesta naturalmente e immediatamente appena la minuscola corsiva ha raggiunto la sua completa formazione. A rigore si potrebbero quindi riconoscere i caratteri delle precaroline già in alcune scritture del sec. IV, ma i trattatisti in genere non attribuiscono questo nome ad esempi anteriori al sec. vir, classificando variamente quelli precedenti come «minuscola semicorsiva ", "minuscola rotonda ", o secondo i vari tipi di curiale. A volte si oscilla anche per l'attribuzione di uno stesso esempio alla precarolina o alla semionciale, e a questa confusione contribuisce il fatto che il giudizio sulla maggiore o minore corsività di una scrittura obbedisce a criteri in certo senso soggettivi. La grande varietà di tipi che scaturisce dalla natura stessa delle precaroline ha indotto lo Schiaparelli a farne una triplice classificazione, sulla via dei molti esempi offerti dal Cod. 490 della biblioteca Capitolare di Lucca: 1) tipo derivato dall'onciale, caratterizzato da forme rotonde e regolari; 2) tipo derivato dalla semionciale, di cui conserva le caratteristiche forme di a, g, r, ma se ne discosta per l'introduzione di vari elementi corsivi; 3) tipo derivato dalla minuscola corsiva, dal ductus particolarmente rapido e sciolto. E da notare però che l'elemento corsivo è presente, ove più ove meno, in tutti i tipi.
Con il sec. vir le forme tendono a stabilizzarsi, almeno entro certo limiti, sicché è possibile distinguerle secondo i vari paesi in cui hanno preso piede (quei paesi, cioè, in cui mancava una minuscola libraria) e spesso anche secondo i singoli centri scrittori.
1. La precarolina italiana, sviluppatasi essenzialmente nelle regioni settentrionali (onde il nome di «minuscola

CAROLINA SCRITTURA E MINIATURA

Amiens, Metz, Lionc, Corbie, St-Denis, Cluny), nella Germania (Aquisgrana, Treviri, Colonia, Magonza, Ratisbona, Reichenau, Fulda, Lorsch), nella Svizzera (Costanza, S. Gallo), nell'Italia settentrionale (Vercelli, Nonantola, Verona, Bobbio) e centrale (dove più tardi si sviluppa un tipo particolare, la «minuscola romana» o «romanesca», che ha i suoi centri a Roma, Farfa, Subiaco e Tivoli); poi nella Catalogna (sec. IX), nell'Inghilterra (sec. XI), nel resto della Spagna (sec. XII).
Una diffusione così rapida e così estesa ha dato origine ad uno dei problemi più appassionanti della palegrafia latina: l'origine della c., alla cui soluzione, per altro non ancora raggiunta, sono stati arrecati vari contributi, non scevri talora da interessi nazionalistici, che hanno però generalmente il torto di esaminare la questione nell'ambito di un solo centro scrittorio. Per vario tempo si è legata la «riforma» calligrafica alla rinascita della cultura sotto il regno e l'impero di Carlomagno, e particolarmente alla scuola Palatina di Aquisgrana e all'abbazia di S. Martino di Tours sotto il governo (796-804) Alcuino (v.): ma contro questa teoria, che dà al sorgere della c. un carattere artificioso troppo accentuato, si sono levate parecchie voci, e la tendenza stessa notata nelle minuscole precaroline, che pur sotto forme e influssi diversi è sostanzialmente unitaria, non permette di aderirvi totalmente. Senza poter stabilire la patria d'origine della nuova scrittura, si può dire che essa è il risultato di un processo spontaneo che, manifestatosi poco dopo lo stabilizzarsi della minuscola corsiva, ha portato, attraverso fasi diverse nel tempo e nello spazio, all'affermazione di una minuscola posata di forma rotonda, agile ed accurata nello stesso tempo, rispondente in pieno all'esigenza di una scrittura libraria che unisce ai pregi del ductus calligrafico quelli pratici di una rapida esecuzione. Che poi la rinascita carolingia sia stata efficace strumento del suo stabilizzarsi e della sua rapida diffusione, è innegabile: e in tal senso va inteso l'influsso esercitato da Alcuino sulle fortune di questa scrittura.
La c., di cui si considera come primo esempio il celebre Evangelario di Godescalco (781), ha come caratteri generali, in confronto alle precaroline, una più accentuata rotondità delle lettere, una più accurata proporzione fra il corpo e i tratti lunghi, sia verso l'alto che verso il basso, una più precisa separazione fra parola e parola. Nella sua evoluzione si sogliono distinguere quattro periodi: 1) dalla fine del sec. VIII a tutto il sec. IX, detto anche della c. in senso stretto: presenta ancora alcune legature di carattere corsivo (ct, et, rt, st), le aste alte ingrossate all'estremità in forma di clava, a di doppia forma (aperta, come nella corsiva, oppure di tipo onciale, con il tratto di destra molto obliquo), g con la pancia aperta, i, m, n, u con le aste semplici, senza i trattini di rafforzamento e talora con l'ultima asta (per m ed n) che ripiega verso sinistra, n a volte ancora di forma maiuscola; 2) sec. X, detto pure della neocarolina: coincide con una certa decadenza della cultura e manifesta quindi di solito minore accuratezza nell'esecuzione; tuttavia diminuiscono le legature di derivazione corsiva (ct, rt, st), la a è quasi sempre chiusa, e così pure la pancia della g; 3) sec. XI, o della c. perfezionata: presenta un notevole miglioramento nelle forme, che si fanno più dritte ma anche meno spontanee; rare le legature, più frequenti le abbeverazioni; a è sempre chiusa, s in fine di parola ha non di rado forma rotonda (maiuscola); i, m, m, p, t presentano un breve trattino iniziale, che la penna traccia nell'attaccare l'asta; 4) sec. XII, in cui si conclude il processo evolutivo della c.: i tratti si fanno meno rotondi, più angolosi, le aste acquistano un trattino di coronamento sia in alto che in basso, si introduce il segno diacritico sulla doppia ii (non ancora sulla i semplice, dove apparirà due secoli più tardi), si manifestano caratteri di differenziazione fra paese e paese, per cui in Italia conserva più tenacemente forme rotonde, in forza della tradizione classica, più viva che altrove, in Germania diviene pesante, con i tratti in grossati, GOTICA, ARTE (v.), in Inghilterra ha un tratteggio sottile e si sviluppa nel senso dell'altezza, in Francia acquista caratteri simili, pur mantenendosi più rotonda, in Spagna ha forme rotonde come in Francia, ma i suoi manoscritti si distinguono normalmente per l'uso di un inchiostro più nero.
Pur essendo una scrittura essenzialmente libraria, la c. entrò anche nell'uso documentario, sebbene con un certo ritardo e adattandosi alle tradizioni curiali (v. SCRITTURA).

III. LA MINIATURA C

Mentre nel periodo che corrisponde allo sviluppo delle precaroline, e fino a tutto il sec. VIII, l'ornamentazione dei codici è molto diversa e prescinde dalle illustrazioni, limitandosi alla decorazione delle sole iniziali (Italia) o anche dei titoli e di intere pagine (Francia), ma sempre con rozzezza di esecuzione e uniformità di temi, se pure con molta vivacità di colori, nel periodo successivo essa raggiunge un grande sviluppo. La storia della miniatura c. può dividersi in due periodi, uno carolingio, in cui fioriscono le scuole di Treviri, Aquisgrana, Reims, Metz, Tours, Corbie e la scuola franco-sassone, e uno ottomano in cui sono particolarmente celebri le scuole di Fulda, S. Gallo, Reichenau, Ratisbona, Salisburgo e le scuole d'Italia e della Catalogna.
È da notare che i prodotti di queste scuole si riferiscono quasi esclusivamente a testi sacri: quelli classici, anche quando sono miniati, ripetono per lo più le illustrazioni antiche che trovano nel modello. Senza esaminare particulari le caratteristiche di ciascun centro, basterà notare che la miniatura c., pur non abbandonando la decorazione dei titoli e delle iniziali, riporta in onore l'illustrazione (frequentissima negli Evangelii la figurazione dei quattro evangelisti, ciascuno con il proprio simbolo), manifestando nella prima influenze dell'ornamentazione merovingica e più ancora insulare, nella seconda imitazioni di modelli romano-bizantini; ricchissima è la varietà dei motivi, minore quella dei colori; la persona umana è trattata in genere con grande cura e levità di tratto; il panneggio abbondante reso con morbidezza di disegno e di colori; le scene sono spesso inquadrate in grandi cornici di ispirazione classica. Tornano in onore, con la miniatura c., le grandi composizioni, gli sfondi architettonici, le scene movimentate che avevano caratterizzato l'ornamentazione dei codici nell'età classica; ma gli artisti dell'età carolingia risalgono all'antico attraverso l'influsso e l'elaborazione bizantina: di qui la dote peculiare di questa miniatura, che alla profusione

orientaleggiante unisce nobiltà e compostezza di stile. L'Evangeliario di Godescalco e quello cosiddetto di Ada, provenienti dalla scuola di Treviri, ne offrono un esempio copicuo. Ma gioverà anche citare il Salterio di Dagulfo, l'Evangeliario di Aquisgrana, il Salterio di Utrecht, il Sacramentario di Drogone, le due Bibbie di Carlo il Calvo della Nazionale di Parigi, l'Evangeliario cosiddetto di Francesco II, la Bibbia di S. Paolo di Roma, il Sacramentario di Gottinga, il Salterio aureo di S. Gallo, l'Evangeliario di Egberto, quello di Enrico II, quello di Polirone, ecc. - Vedi Tav. LI.

BibL.: La bibliocrazia sulle precaroline e sulla c. è vastissima, soprattutto per quanto riguarda determinati centri scrittori. Si citano qui solo alcuni studi indicativi, rinviando per altri ai trattati di paleografia e alla raccolta di P. Sattler-G. von Selle, Bibliographie zur Geschichte der Schrift bis in das Jahr 1930, Line 1933, pp. 167 e 172-76. Sul nome di " precarolina", cf. F. Bartoloni, Semitarefen o precarolina?, in Bollettino dell'Arch. pallegrafico italiano, 12 (1943, 1), pp. 71-78. Per le precaroline italiane: C. Cipolla, Monumenta novaticensis vetustiora, 2 voll. (Fonti per la storia d'Italia, 31 e 32), Roma 1898 1901: V. LAZZARO, Scuola calligrafica veronese del sec. IX, in Memorie del R. Istituto veneto di scienze, lettere e arti, 27 (1904, III), e in Scritti di paleografia e diplomatica, Venezia 1938, pp. 11 31; L. Schiaparelli, Il codice CCCCXC della biblioteca Capitolare di Lucca, Roma 1924 (la prefaz. pubblicata anche in Studi e Testi, 36, ivi 1924); E. CarusiW. M. Lindsay, Monumenti paleografici veronesi, fasc. I e III, Roma 1928 e 1934; B. Pagnin, Contributo per lo studio dei manoscritti veronesi dei secc. VI-VIII, in Atti del R. Istituto veneto di scienze, lettere e arti, 17 (1935-36, II), pp. 421-34; id., Studio sulla formazione della precarolina italiana, in Scritti di paleografia e diplomatica in onore di V. FEDERICI, GIACOMO, Firenze 1945, pp. 21-46. Per le precaroline francesi: E. A. Loxw, Studia palaeographica, Monaco 1910, pp. 36-42; W. M. Lindsay, The old script of Corbie, in Revue des bibliothèques, 22 (1912), pp. 405-29; id., The Laon a-z type, ibid., 29 (1914), pp. 5-27; P. Liebaert, Some early script of the Corbie scriptorium, in Palaeographic latina, 1 (1922), pp. 62-66. Sul tipo cosiddetto di "Luxeuil" si veda ora F. Masai, Pour quelle église fut exécuté le lectionnaire de Luxeuil?, in Scriptorium, 2 (1948), pp. 37-46, e C. Charlier, Note sur les origines de l'écriture dite de Luxeuil, in Revue bénédictine, 58 (1948), pp. 149-57. Sulla precarolina svizzera: K. Löffler, Die Sanct-Galler Schreibschule in der s. Hälfte des z. Jahrhunderts, in Palaeographia latina, 6 (1929), pp. 5-66; A. Bruckner, Scriptoria medii aevi Hebastica, Ginevra 1925 sgg. (in continuazione; finora 5 voll.); id., Poldographische Studien zu den älteren Sanct-Galler Urbanden, Torino 1937, eccr. da Studi medioevali, 4 (1937, 1 e II). Sulla scrittura c.: T. Sichel, Prolegomena zum Liber Diurnus, in Sitzungsberichte d. Akademie d. Wissenschaften in Wien, 117 (1888), 7 Abhandl., pp. 12-17; L. Delisle, Mémoire sur l'école calligraphique de Tours au IXe eilele, in Mémoires de l'Institut, 32 (1895); L. Traube, Vorlesungen und Abhandlungen, III, ed. da S. Brandt, Monaco 1920, p. 243 sgg.; Ph. Lauer, La réforme carolingienne de l'écriture latine et l'école calligraphique de Corbie, Parigi 1924,
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(pt. bibl. Ambrosiana)
Carolina, scrittura - Epistolario e Evangeliarie proveniente da Bobbio (fine 12-x sec.), in scrittura c. bobbiese - Milano, biblioteca C. 228 int., f. 4'.

vate, sono ben abitate. La popolazione ( 39 mila ab., di cui 1/5 giapponesi) è formata da sanguonisti (malarion polinesiani), dediti alla agricoltura ed al commercio. Le C., già tedesche, furono affidate ai Giapponesi nel 1920, quale mandato di tipo C; ma dopo la loro sconfitta nella seconda guerra mondiale vennero trasferite all'amministrazione fiduciaria degli Stati Uniti (apr. 1947).

Bibl.: F. W. Christian, The Caroline Islands, Londra 1899; O. Lütje, Beiträge zu einer Landeshunde des Karolinen Archipel, Lipsia 1906; W. B. Harris, The South Sea Islands under Japanese Mandate (Foreign Affairs), Nuova York 1932, pp. 691-97; P. H. Clyde, Japan's Pacific Mandate, ivi 1933; A. Krämer-H. Damen, Zentralkarolinen, Amburgo 1937; T. Yanaihara, Pacific Islands under Japanese Mandate, Nuova York 1940. Giuseppe Caraci
Mediazione della S. Sene. - L'occupazione delle isole C. effettuata da parte della Germania il 25 ag. 1885 portò ad una notevole tensione diplomatica tra Madrid e Berlino. Sebbene la Spagna non avesse mai formalmente dichiarata la propria sovranità sulle C., tuttavia il fatto che l'arcipelago fosse stato scoperto da Spagnoli e che pure i vari tentativi di evangelizzazione fossero stati attuati da missionari di quella

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(p. 7 cortina di mors. A. P. Prutec)
Carolina, scrittura - Scrittura c. della fine del sec. XI. Registro di Gregorio VII, f. 38: - Archivio Vaticano

nazione, rafforzarono il governo e l'opinione pubblica spagnola nella convinzione di avere proclamata la contrastata sovranità perlomeno da un punto di vista morale, se non giuridico. Infine, Berlino e Madrid decisero di ricorrere alla mediazione (non all'arbitrato I) di Leone XIII. Il 22 ott. 1885 il card. Jacobini, segretario di Stato, sottopose al Papa il progetto di mediazione, che riconosceva da una parte la sovranità spagnola sulle isole, e concedeva dall'altra ai Tedeschi piena libertà di commercio, di navigazione e di pesca, con il diritto di costituire una base navale e carboniera nelle isole stesse. La Germania e la Spagna accolsero questi vari punti della mediazione papale, e con la firma di un protocollo a Roma, il 17 dic. 1885 , fu posto termine alla controversia.

Bibl.: M. V. Koschitzky, Deutsche Colonialgeschichte. II, Lipsia 1888, pp. 278-317; Fleischmann, Karolincastreit, in K. Strupp, Wörterbuch des Völkerrechts und der Diplomatie, I, Berlino-Lipsia 1924, pp. 621-23.
Silvio Furlani