CELLULARE, TEORIA. - Con la scoperta della cellula, si maturò l'idea della costituzione cellulare di tutti gli animali e le piante. Però solo nel 1838 Schlieden per i vegetali e nel 1839 Schwann per gli animali formulano questa concezione che fu definita teoria o dottrina cellulare, e cioè: i metozoi e i metafiti si debbono considerare costituiti da una colonia di organizzazioni semplici, le cellule, e la vita dell'insieme è data dalla somma delle vite elementari. I protozoi e i protofiti rappresentano organizzazioni formate da una sola cellula. Nel 1850 Milne-Edwar introduce il concetto di divisione del lavoro per cui le cellule dei vari tessuti si specializzano per un determinato lavoro assumendo la forma più adatta per il suo compimento (differenziamento istologico). Con la scoperta della divisione cellulare, fatta nel 1850 dal Mohl nelle alghe filamentosche e quindi confermata da Naegeli nelle piante superiori e di Vogt, Kolliker, Remak, ecc. negli animali, si intuì che la colonia aveva origine per divisione successiva di una cellula iniziale capostipite quale è l'uovo. Il Virchow, grande patologo tedesco, formula il noto aforisma: «Omnis cellula a cellula» e considera le malattie quali alterazioni cellulari che si manifesterebbero durante le divisioni.
La teoria c. così come è stata formulata, trova in Hackel un fervido sostenitore poiché essa si accordava assai bene alla idea evolutiva trasformata collegando sullo stesso piano costitutivo il protozoo e l'uomo.
La concezione coloniale delle forme superiori venne però ben presto criticata da grandi menti della biologia quali furono Wolfango Goethe e poi il Driesch. Infatti la vita dell'insieme che costituisce una individualità superiore è qualche cosa di più della somma delle vite dei componenti elementari. Vi è una vita di ordine superiore che non è costruita dalle parti ma che anzi si sovrappone ad esse, le domina e le regola. Il De Bary, tra i botanici, disse che non sono le cellule che fanno gli alberi, ma gli alberi che fanno le cellule, significando appunto il dominio dell'unità superiore sulle attività delle singole cellule che la compongono. Ma la teoria c., verso la fine dell'800, venne aggredita anche sul piano puramente strutturale. Si cominciarono innanzi tutto a criticare i vari organelli cellulari considerandoli artefatti dalla tecnica istologica e così si dimostrò che la struttura del citoplasma (granulare, filare, alveolare) assumeva i vari aspetti a seconda del fissativo usato (Hardy e Fischer, 1899). Infine venne attaccata l'unità stessa delle cellule arrivando però a degli eccessi. Così il Rhode, all'inizio di questo secolo, fa una istologia senza parlare mai di cellule. I plasmodesmi (ponti protoplasmatici tra cellula e cellula), i tessuti plasmodiali (in cui si ha divisione del nucleo senza divisione del citoplasma) i tessuti sinciziali (formati dalle fusioni di cellule in masse protoplasmatiche non suddivise), i tessuti in cui prevalgono le parti intercellulari (quali i connettivi), sono stati considerati quali documenti contro la dottrina cellulare.
Vengono inoltre descritti organismi non suddivisi in cellule, come alcune alghe (Caulerpa), e organismi acellulari vengono prodotti sperimentalmente, quali le larve di Caetopterus di Lillie.
Così i protozoo vengono considerati non una sola cellula ma una organizzazione ben più complessa non cellulare. Altre condizioni acellulari di viventi, quali i batteri e i virus, vengono a limitare il concetto universale di questa dottrina. Questo punto di vista estremista contro la t. c. è però oggi da considerarsi superato dalla evidenza di altri fatti.
Se non vi è più dubbio che esiste una vita superiore che è di gran lunga più che la somma delle vite delle cellule e che non è da queste formata ma che queste domina e governa, non vi è dubbio altresì che le cellule che compongono l'organismo hanno una loro vita indipendente che si manifesta soprattutto se cessano i rapporti con l'unità superiore.
Prime dimostrazioni in proposito si possono considerare quelle date nel 1897 dal Tirelli che studiò la sopravvivenza dei tessuti nel cadavere. Dopo la morte dell'insieme, dopo l'estinzione della vita superiore, le varie cellule continuano a vivere per un certo tempo e in varia misura a seconda dei tessuti. Finiscono per morire anch'esse perché la cessazione delle funzioni organiche colletive non permette più gli scambi al livello delle singole cellule necessari per la loro vita.
Ma ancor più dimostrativo è il metodo della cultura dei tessuti che consiste nell'isolare da un organismo un frammento di tessuto in vitro e di coltivarlo, nutrendolo, e lavandolo per asportarne i prodotti del ricambio. Questo metodo, perfezionato dal Carrel, ha permesso di mantenere in vita ed in continua riproduzione le cellule di embrione di pollo per circa vent'anni, cioè per un tempo ben più lungo di quello che avrebbero vissuto se fossero rimaste a far parte del pollo stesso. E l'estinzione del ceppo dipese da cause puramente accidentali. Così si sono potute coltivare cellule ancor vive prelevate da un cadavere e farle moltiplicare attivamente.
Si è visto così che l'attività proliferativa delle cellule è assai maggiore in coltura, isolate dall'organismo superiore, che nell'organismo stesso. Questo a conferma dell'azione regolatrice della individualità superiore sulla attività dei singoli elementi. Teoricamente la vita delle cellule è indefinita: è il loro reciproco legame nel soma della individualità superiore che condanna le cellule a morire con esso. La t. c. non è quindi morta, ma deve essere modificata nella sua impostazione.
Bisogna ammettere che esistono organismi con organizzazione non cellulare, quali i batteri, i virus e qualche altra forma inferiore (alghe azzurre). Il protozoi, benché abbiano una organizzazione cellulare, sono qualche cosa di più di una cellula e ciò in relazione alla loro vita indipendente. I metazoi e i metafiti sono multicellulari in quanto sorgono dalla divisione successiva di una cellula iniziale (uovo e osfera). Nei primi stadi embrionali si può forse parlare di una vera colonia di cellule ma, inoltrandosi lo sviluppo, si stabilisce una individualità superiore che domina la riproduzione e l'attività dei componenti. Con lo sviluppo le varie cellule, per la divisione del lavoro, si differenziano nei diversi tessuti. In questo processo le cellule possono anche perdere la loro individualità anatomica e unirsi in masse più estese, come, ad es., nelle fibre muscolari striate, se la funzionalità lo richiede, o produrre strutture extracellulari che, alla fine, vengono ad avere una preponderanza sulle cellule stesse, come nei connettivi, ma sono formazioni sempre dipendenti dalla condizione cellulare.
L'organismo pluricellulare non è quindi una colonia di cellule ma piuttosto una associazione. Si può concludere col Cotroni (a p. 9 dell'op. cit. in bibl.): «L'organismo vivente è dunque una associazione di elementi dotati di relativa autonomia che costituiscono una entità di ordine superiore che domina e dirige la vita dei singoli elementi. Questa dipendenza della vita dei singoli elementi dalla vita dell'organismo, possiamo ritenere sia tanto più elevata quanto più elevato è il grado di organizzazione».