CHERUBINO (EBR. PLUR. HĒRÂBHÍM)

CHERUBINO (ebr. plur. hērâbhím). - Spirito e ministro invisibile di Dio, esecutore delle sue volontà, di cui manifesta inoltre la presenza e la potenza, e con la "gloria" del quale si trova in relazione particolare. Il nome, senza spiegazione in ebraico, si fa derivare dal babilonese hârâb, colui che prega, benedice, intercede (v. babilonesi). I c. dapprima compaiono in Gen. 3, 23-24, alla porta del Paradiso terrestre, per impedire ai progenitori, con una spada fiammeggiante, l'accesso all'albero della vita (cf. Ez. 28, 14. 16). La loro raffigurazione era l'unica consentita agli Ebrei.
Mosè, per ordine di Dio, ne pose due in oro battuto faccia a faccia sull'area, alle due estremità del propiziatorio, che essi esprimano con le ali spiegate, simboleggiando la presenza invisibile di Jahweh. Di li, dal luogo "tra i c. n, Dio dava i suoi oracoli (Ex. 25, 18-22; 37, 7-9; Num. 7, 89) ed era persio chiamato "Colui che siede sopra i c." (I Sam. 4, 4; II Sam. 6, 2; Is. 37, 16; Ps. 80, 2; 99, 1). Quando si manifesta nella tempesta "viaggia sui c." (Ps. 18, 11). Furono introdotti nel tempio di Salomone: due, in piedi alle due estremità dell'arca, la ricoprivano con le loro ali inferiori, mentre le superiori giungevano fino a toccare le opposte pareti. Erano alti dieci cubiti, con ali della lunghezza di cinque cubiti ognuna, scolpiti in olivo e ricoperti d'oro (I Reg. 6, 23-28; II Por. 3, 10-13).
Altri c. erano intessuti sulla tenda che nascondeva il Santo dei Santi (II Por. 3, 14) e scolpiti in bassorilievo sulle pareti interne del Tempio, alternativamente con palme e fiori sbocciati (I Reg. 6, 29; Ez. 41, 18-20. 25).
Il prototipo di tali rappresentazioni si può forse vedere nei geni egiziani, raffigurati ai due lati del naos degli dèi, sui sarcofagi, che circondavano con ali spiegate per proteggerli. La figura, invece, che ce ne dà Ezechiele (1, 5-14; 10, 5. 12. 20. 21), è influenzata dalle raffigurazioni miste scolpite nell'ambiente assiro, fenicio ed hittita. In essi l'arte ha voluto riunire le più alte potenze della natura e della vita.

BibL.: J. Nikol, Die Lehre des A. T. über die Cherubim und Seraphim. Münster 1890: P. Dhorme-L. H. Vincent, Les cherubins, in Revue biblique, 32 (1926), pp. 328-38, 481-95. Giorgio Castellino
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Cherubino - Teste di c. nell'Assunzione del Perugino ( 2² metà sec. xv) - Firenze, galleria degli Uffizi.

C. nell'arte cristiana. - Nella complessa e non sempre chiara iconografia delle schiere angeliche quale appare nell'arte bizantina dell'alto medioevo e in quella che da essa deriva è possibile forse chiarire alcuni punti che si riferiscono ai c., i quali sono in genere raffigurati a monocromato o con tinte che tendono al monocromato azzurro o azzurro verdastro, come d'altronde i serafini al rosso. Tuttavia le varietà delle rappresentazioni sono molteplici e mentre nei tempi più antichi prevale il tipo tetramorfo a quattro ali, quale è descritto da Ezechiele (1, i sg.) (colonne di S. Marco), già verso la metà dell'viti sec. (Roma, S. Maria Antiqua) appare un tipo a sei ali con testa umana simile in tutto ai serafini; né sicurezza maggiore ci dànno, per una distinzione, altre differenze che talora sembrano potersi determinare, quale quella del capo che i c. dovrebbero sempre lasciar vedere e i serafini quasi nascondere fra le ali, e delle ruote alate su cui spesso poggiano i piedi dei c. (Exultet di Bari, metà ca. sec. xi; Monreale, duomo, sec. xit). Unica chiara distinzione dovrebbe essere dunque quella di un prevalere del colore azzurro. Ma anch'essa non è determinante poiché non è raro (musaici del duomo di Cefalù, sec. xit), che un musaicista o un pittore dipinga c. con volti rossi ed ali policrome e debba poi chiarire la sua rappresentazione indicando con una scritta che quelli da lui raffigurati sono proprio c.
Tuttavia è in Toscana, nel xiv sec., che, almeno per il colore, si viene determinando una netta differenziazione. Era già accennata nei musaici del xili sec. che rivestono la cupola del battistero fiorentino, ma sembra chiarirsi a Siena ove i Lorenzetti distinguono nettamente l'azzurro dei c. dal rosso dei serafini e dal giallo dei troni. Cosi in un dipinto di Ambrogio Lorenzetti della Pinacoteca senese, nella crocifissione assegnata a Barna nella Pinacoteca vaticana e in alcuni dipinti di Bernardo Daddi.
Ma durante il xv sec. nel progredire tipico della età, verso una rappresentazione sempre più naturalistica delle sacre scene, sembra amarrirsi il senso di quelle distinzioni.
Si vedranno allora testine di putti, affondate tra morbide ali variopinte, distribuirsi secondo un ordine puramente estetico nelle composizioni e inserirsi perfino quali motivi decorativi negli elementi architettonici; esse allora acquisteranno ai nostri occhi un interesse nuovo e susciteranno un'ammirazione diversa, quella soprattutto per la intensa affettuosità umana della loro espressione (Della Robbia, Desiderio da Settignano, Perugino, Pinturicchio, Giambellino, ecc.). - Vedi Tav. LXXXVI.

BibL.: Oltre alla bibl. citata nella V. angelo, cf. K. Künste, Ibonographie der christl. Kunst. I. Friburgo in Br. 1928, pp. 245246; I. Sauer, s. V. in LThK, II, pp. 852-53; E. Kirschbaum, L'angelo rosso e l'angelo turchino, in Rivista di arch. cristiana, 17 (1940), pp. 209-48. Emilio Lavagnino