cano e poi ebbe a reggere per qualche tempo una parrocchia anglicana. Nel 1853 fu eletto primo vescovo del Natal in Africa e là seppe guadagnarsi la stima e l'affezione degli Zulu della sua diocesi.
Pubblicò una grammatica e un dizionario zulu, tradusse nella stessa lingua il Prayer Book e parte della Bibbia; ma davanti alla difficoltà delle conversioni di vecchi poligami, sostenne che si poteva loro conferire il Battesimo. Sembra che precisamente per sciogliere diverse difficoltà proposte da alcuni Zulu, egli scrivesse nel 1861 i Commentary of the Epistle to the Romans, e con il pretesto di commentarli "sotto l'aspetto missionario ", negò l'eternità delle pene dell'inferno. L'anno seguente nella The Pentateuch and the Book of Joshua critically examined negò la storicità di questi libri sacri. I suoi scritti levarono grande scalpore tra gli anglicani, e molti vescovi gli scrissero consigliandolo di rinunziare alla sua sede, cosa che non volle fare. Deposto nel 1863 dal suo metropolita del Capo di Buona Speranza, Roberto Gray, fece ricorso al «Privy Council» (v. canterbury), e questo tribunale dichiarò nulla e invalida la sentenza del metropolita; ma avendo questi ritenuto la amministrazione dei beni della diocesi di Natal, il C. se la fece restituire con un decreto della Suprema corte del Natal; il metropolita fece quindi appello anche egli al «Privy Council», e questo confermò la sentenza della Suprema corte del Natal (1866). Lo scandalo di questo affare fu enorme nel mondo anglicano. Quando i vescovi della comunione anglicana si riunirono per la prima volta nel 1867 nella Conferenza di Lambeth, trattarono a fondo la questione; quasi tutte le risoluzioni prese riflettono qualche punto della lotta sudafricana; la risoluzione VI tratta direttamente dello "scandalo della Chiesa del Natal», e la VII della consacrazione di un altro vescovo che dovesse sostituire il C. Ciò fu fatto, ma il C., forte dei decreti e delle sentenze dei tribunali civili, rimase al suo posto, dividendo, per accomodamento, gli uffici nella Cattedrale con l'altro vescovo, e ritenendo l'amministrazione dei beni della diocesi finché morì. Questo increscioso affare palesò al mondo la poca coesione dell'episcopato anglicano, perché non mancarono alcuni che difesero o almeno non consentirono con gli altri sul modo di trattare il C.; e dimostrò la dipendenza del potere ecclesiastico dal potere civile, e l'insubordinazione di un vescovo non solo impunita ma trionfante. Gli Zulu, che il C. difese contro le tracotanze dei coloni inglesi, gli rimasero sempre fedeli e lo chiamarono "padre del popolo».
Camillo Crivelli