DE DOMINIS, MARCANTONIO. - Arcivescovo di Spalato, quindi apostata ed infine di nuovo cattolico, probabilmente nel 1560 (o nel 1566) nella città di Arbe (Rab) nell'omonima isola dell'arcipelago dalmata e m. a Roma l'8 sett. 1624. Allievo dei Gesuiti entrò quindi nell'Ordine. Coltivò da prima le scienze fisiche e matematiche di cui fu pure insegnante a Padova. Di temperamento irascibile ed insofferente uscì dall'Ordine nel 1596. Nominato vescovo di Zengg (Segna) nell'ag. del 1600 vi aggiunse il segreto contro gli Uscocchi; fu quindi arci-vescovo di Spalato (15 nov. 1602) ed ebbe anche il pallio. Frutto dei suoi studi scientifici è l'opera De radiis visus et lucis in vitris perspectivis et iride (Venezia 1611) relativa alla scomposizione della luce. Nella questione dell'a Interdetto parteggiò per Venezia contro Roma. Venne quindi a contrasto con il Capitolo ed i nobili della sua diocesi.
Nel 1615 passò a Venezia dove ebbe contatti con il Sarpi ed entrò in amicizia con l'ambasciatore inglese presso la Repubblica, Sir Enrico Wotton e con il suo cappellano d'ambasciata Guglielmo Bedell. Non sono tuttavia completamente chiare le ragioni e le circostanze per cui, nel 1616, il De D. lasciava Venezia per la Svizzera, donde, per Heidelberg e Rotterdam, raggiungeva il 16 dic. 1616 l'Inghilterra. Entrò quindi nella chiesa anglicana e la prima domenica di avvento del 1617 a Londra, nella cappella dei Mercedari, lanciò un pubblico violento attacco contro la Chiesa di Roma. Seguiva, poco dopo, lo scritto Scogli del naufragio cristiano quali va scoprendo la S. Chiesa di Cristo alli suoi figliuoli perché da quelli possano allontanarsi (Londra [?] 1618), tradotto poi in inglese, francese e tedesco. Roma vi era accusata di aspirare ad un dominio puramente temporale, di seminare il terrore religioso, di corrompere gli ideali evangelici. Il De D. ricevette onori e prebende sino a divenire decano di Windsor. Era intanto uscita, nel 1617, la prima parte della sua maggiore opera De republica ecclesiastica (Heidelberg e Londra; quindi Heidelberg 1618, II. I-IV). L'opera continuò ad uscire negli anni 1620 (II. V-VI) e 1622 (II. VI e IX; II. VII e X non uscirono mai). Gradita ai protestanti per ragioni polemiche, essa venne largamente tradotta ed utilizzata: ma il suo più vero significato è, in sostanza, anticiuralistico e gallicano, pur con influenze protestanti. Ad un concetto «monarchico» di Chiesa, il De D. intende sostituire quello di una «aristocrazia spirituale» rappresentata dall'episcopato: il primato di S. Pietro fu di natura personale; la Chiesa di Roma non ha prerogative e la sua autorità è di origine «esterna», secondo il De D., o puramente «storica», come
si disse in seguito. Nella seconda parte dell'opera l'influenza protestante è più accentuata, specie per la dottrina sui sacramenti. Vi è negato il Purgatorio. Trattando dei rapporti fra poteri temporali e Chiesa, il De D. perviene ad una chiara concezione giurisdizionalistica; per il D. gli ecclesiastici e il papa stesso sono legati alle leggi dei principi nelle cose temporali, anche nel regime esterno ecclesiastico. Il De D. utilizzava la narrazione ed accentuava le idee direttrici della Historia del Concilio Tridentino del Sarpi di cui egli, su copia dell'originale e senza il consenso del Sarpi stesso, aveva curato la pubblicazione (Londra 1619) dedicandola al re Giacomo I.
Ma il De D. cominciava a stancarsi del suo soggiorno inglese. Le sue idee erano sospettate di poca ortodossia protestante. Salito al trono pontificio Gregorio XV che aveva conosciuto il De D., questi, attraverso gli ambasciatori spagnoli, manifestò a Roma l'intenzione di rientrare in seno alla Chiesa, ed il 16 genn. 1622 scrisse al re dicendo di volersi allontanare per causa della clima. Il re se ne sdegnò e dopo qualche tentativo di trattenerlo gli diede venti giorni di tempo per andarsene. Da Roma aveva avuto promesse di buona accoglienza. Arrivò, dopo varie peripezie, a Bruxelles e qui scrisse il Sui reditus ex Anglia consilium (pubblicato a Roma nel 1623) in cui ritrattava completamente il suo passato e dichiarava semplice calunnia quanto aveva detto o scritto contro la Chiesa cattolica. A Roma, dove si era recato, si volle tuttavia da lui una ammenda in Consistorio. Ma avendo il D. dato di nuovo motivo a sospetti, l'Inquisizione lo trasse in arresto e si esaminò il suo caso. In questo tempo però il De D. (1624) venne a morte (cf. lettera di G. Fabro a G. Galilei, in Opere di G. Galilei, XIII, Firenze 1903, p. 207). La commissione cardinalizia a conclusione del suo esame dichiarava, soprattutto in base a certi scritti sulla S.ma Trinità trovati fra le carte del D., che questi era morto eretico. Il suo cadavere fu perciò dissotterrato e bruciato insieme con i suoi libri. Tutte le sue opere sono all'Indice (decc. 1616, 1617, 1618, 1620, 1621).
Bibl. Manca un'opera moderna ed esauriente sul De D., che è figura, per molti aspetti, interessante. Cf. comunque: H. Newland, Life and contemporaneous Church history of M. d. D., Oxford 1850; K. Benrath, D., in Realene. für prot. Theol. und Kirche, IV, pp. 781-87, ed ivi ricca bibl.; Pastor, XII, pp. 156-57, 222-23; V. inoltre: A. C. Jemolo, Stato e Chiesa negli scrittori italiani del Seicento e del Settecento, Torino 1914, passim; A. Bacciotti, M. De D. Appunti biografici, in Archivio storico per la Dalmazia, annata 2, 4 (1927), pp. 65-77. Franco Bolgiani
