DE VIO, TOMMASO detto il GAETANO. - Filosofo e teologo domenicano, n. a Gaeta il 20 febbr. 1468 e m. a Roma il 10 ott. 1533.
I. VITA
Religioso nel 1484 a Gaeta, compì gli studi a Napoli, Bologna e Padova. Quivi nel 1493 fu creato baccelliere dopo aver esposto le Sentenze, entrando così a far parte dell'Università. L'anno seguente vi ottenne la cattedra di metafisica tomistica, esercitando contemporaneamente, come sembra, l'ufficio di reggente degli studi nel suo convento di S. Agostino. Al Capitolo generale di Ferrara (1494) dopo una brillante disputa con Pico della Mirandola, fu creato maestro in teologia su istanza del duca Ercole. Nel biennio 1497-99 insegnò teologia, sultesto di s. Tommaso, all'Università di Pavia. Dopo il 1500 venne assunto a importanti cariche: dal 1501 al 1508 tenne l'ufficio di Procuratore generale del suo Ordine, mentre insegnava filosofia ed esegesi alla Sapienza di Roma; nel 1508 fu eletto Maestro generale dell'Ordine. Dal 1512 al 1517, sia come generale dei Domenicani sia come procuratore del principe Giorgio di Sassonia, prese parte attiva al XVIII Concilio ecumenico (V del Laterano), celebrato sotto Giulio II e Leone X. Nel 1517 fu creato cardinale col titolo di S. Sisto da Leone X, rimanendo però Generale fino al 22 maggio dell'anno seguente; l'8 febbr. del 1518 ebbe in commenda l'arcivescovado di Palermo, nell'apr. dello stesso anno si recò ad Augusta, legato della S. Sede, per procedere contro Lutero. Nel 1519 fu alla Dieta di Francoforte, dove favorì efficacemente l'elezione di Carlo V a imperatore. Mentre era ancora in Germania fu nominato vescovo della sua città natale (13 apr. 1519). Ritornato a Roma nell'estate del 1519 lavorò alla stesura della bolla Exurge Domine contro Lutero. Nel Conclave del 1527 favorì la candidatura del papa olandese Adriano VI. Dal 1523 al 1524 fu legato in Ungheria. Nello stesso anno venne richiamato dal nuovo papa Clemente VII, a Roma. Dopo il sacco di Roma (1527), in cui fu fatto prigioniero e subì le più gravi umiliazioni, dimorò nella sua diocesi di Gaeta. Ritornato a Roma nel 1529 vi rimase fino alla morte. Fu sepolto fuori della chiesa di S. Maria sopra Minerva.
II. OPERE
Tempra di studioso, pur tra assorbenti cariche, il Gaetano lavorò con infaticata lena. Imponente è la sua produzione filosofica, teologica ed esegetica.Le opere più notevoli in filosofia sono: Commentaria super tractatum de ente et essentia Thomae de Aquino (Venezia 1496, recente ed. di H. Laurent, Torino 1934); Commentaria in Libros posteriorum analyticorum (Brescia 1496); Commentaria in Porphyrii Isagogen ad praedicamenta Aristotelis (ca. 1497, recente ed. di J. Marega, Roma 1934); Commentaria in Aristotelis praedicamenta (Pavia 1498; nuova ed. di H. Laurent, Roma 1939); De nominum analogia (Pavia 1498; ristampa a cura di P. Zammit, Roma 1934); Commentaria in III libros Aristotelis de anima (Roma 1509; la nuova ed. di I. Coquelle contiene il I [1938] e il II libro [1939]); De conceptus entis (Roma 1509; ristampato da P. Zammit, insieme al De nominum analogia, Roma 1934); Opuscula oeconomico-socialia: con questo titolo lo Zammit ha ristampato a Roma nel 1934 un'interessante collezione di brevi questioni economico-sociali di cui le principali sono: De elemosynae praecepto (1496); De monte pietatis (1498); De cambiis (1499); De usura (1500).
Il Gaetano è celebre per i suoi classici commenti a tutta la Somma teologica di s. Tommaso, ai quali rimane legato il suo nome e la sua fama più duratura. Il commento alla 1ª fu finito nel 1507; il commento alla 1ª-2ª nel 1511; quello alla 2ª-2ª nel 1517; quello alla 3ª nel 1520. Nell'edizione leonina delle opere di s. Tommaso (cominciata nel 1882) occupano i tomi 3-12. Scrisse inoltre Summula de peccatis (ristampata più volte dal 1525 al 1627) e il celebre De auctoritate Papae et Concilii utque invicem comparata (Roma 1511), con la relativa Apologia de comparata Papae et Concilii auctoritate (ivi 1512; di tutte e due le opere fu curata una nuova ed. da V. M. Pollet, ivi 1936). Lascio pure numerosi opuscoli (ca. 80), sui punti più controversi della teologia dogmatica e morale. Il D. V. ha pure un nome nell'esegesi biblica per i suoi commenti al Vecchio e Nuovo Testamento, ai quali si dedicò nell'ultimo decennio, nel desiderio di opporsi al luteranesimo.
III. PENSIERO
Nato in un'epoca di transizione, il Gaetano visse tutto il travaglio di due età in urto. Autentico scolastico e tomista convinto, penetrò a fondo le latenti virtualità del pensiero dell'Aquinate, mettendonein risalto l'interna armonia e la forza assimilatrice delle migliori correnti filosofiche, ma preoccupato di difenderlo dagli attacchi dello scotista Antonio Trombetta e dagli averroisti padovani (Pomponazzi e Nifo), indulse a una polemica, che doveva conferire alla sua poderosa opera qualcosa di contingente e di caduc.
Anche la proverbiale oscurità: «si vis intelligere Caietanum lege Thomam», nasce forse dalle sue frequenti escursioni in un settore filosofico, che non ha inciso nello sviluppo generale del pensiero e che pertanto rimane terra ignota per i posteri.
Dotato di straordinaria vigoria di mente non poteva il D. V. non imprimere al gran commento i segni della sua forte personalità. Così gli accadde, forse inconsapevolmente, di scostarsi in alcuni punti da s. Tommaso e dalla migliore tradizione della sua scuola, sia in filosofia (oggetto della metafisica, concetto dell'analogia, costitutivo formale della persona, principio d'individuazione, dimostrazione filosofica dell'immortalità dell'anima), sia in teologia (forma del Battesimo, validità del Battesimo conferito in nomine Christi, salvezza dei bambini in voto parentum, possibilità del senso figurato delle parole della consacrazione, distinzione dei libri canonici ispirati «ad firmandum illa quae sunt fidei» dai libri canonici non ispirati «ad aedificationem fidelium»). Ma queste sono leggere incrinature, che non intascano il saldo blocco della vasta opera.
Particolarmente attaccato alla Sede Apostolica, il Gaetano ne difese con profondità e brio le prerogative nel celebre trattato De auctoritate Papae con relativa Apologia, che stroncò le velleità conciliaristiche di Pisa (1511) e preparò in anticipo la condanna dell'errore gallicano.
Intelligenza aperta, sorretta da pietà sincera e da sentito amore verso la Chiesa, visse con profonda consapevolezza i tragici avvenimenti, cui partecipò, e affrontando gli ardui problemi che l'insorgente errore di Lutero prospettava, ne tracciò con mano sicura la soluzione negli auri opuscoli eucaristici e penitenziali, che furono largamente utilizzati al Concilio di Trento. Anche le sue opere esegetiche, intraprese con animo superiore alla scarsa preparazione linguistica e positiva, mostrano, pur nei gravi difetti, intuizioni (ad es., la non autenticità del comma giovanneo) di una mente acuta e lungimirante.
Le ire e gli sdegni, suscitati anche presso i confratelli (Bartolomeo Spina, Ambrogio Catarino, Melchior Cano) e che trovarono il naturale epilogo in una postuma condanna della Sorbona, alla fine del sec. XVI erano già assopiti, quando appunto s. Roberto Bellarmino lo definiva «vir summi ingenii et non minoris pietatis» (De scriptoribus ecclesiasticis, ad annum 1500). Nel '700 l'Ughelli lo esaltò come «alter Thomas et ingeniorum extrema linea» (Italia Sacra, I, Venezia 1717, col. 544) e all'inizio del nostro secolo il Pastor lo ha dichiarato, con leggera esagerazione, il più grande teologo dopo s. Tommaso.
