DIDASCALIA. - Questo scritto apocrifo vuol essere « la dottrina cattolica » dei 12 Apostoli e pretende di essere scritta a Gerusalemme dopo il « decreto » degli Apostoli (Act. 15, 23 sg.). Come il decreto così anche la D. dei 12 Apostoli ha l'intenzione di impedire l'infiltrazione di usanze giudaiche nella Chiesa dei gentili. Per questa ragione il centro teorico del libro è una discussione sul valore della legge giudaica. L'autore distingue fra il decalogo e la legge cerimoniale. Quest'ultima fu data dopo il peccato del vitello d'oro (Ex. 32, 4) ed è chiamata δευτέρωσις, « secundatio », cioè miñāh nel significato di tradizione giudaica. La prima legge è un « iugum » (iugum suave: Mt. 11, 30), la seconda un « vinculum ». Cristo è venuto per abolire la seconda legge: « secundationem destruxit » (p. 227, 11a ed., a cura di R. H. Connolly). Uno dei compiti principali del vescovo è di distinguere la seconda legislazione dalla prima (p. 34). I sacrifici non erano chiesti da Dio e così si spiega il fatto che Abele fu ucciso durante un sacrificio e che Noè non ricevette una lode da Dio quando sacrificava dopo il diluvio (citazione di un apocrifo: V. p. 221, 7 sg.). Invece dei sacrifici Dio voleva « orationes et precaiones et gratiaurum actiones » (p. 87, 10). Questa valutazione della legge non viene, come si è detto, da Giustino ed Ireneo ma ha molto in comune con le idee dei giudeo-cristiani e della letteratura pseudo-clementina (cf. C. Schmidt, Studien zu den Pseudo-Clementinen [Texte und Untersuchungen, 46, 1], Lipsia 1929, p. 263). L'autore della D. che scrive per gentili-cristiani (citazione dalla Sibilla, p. 173) ha conosciuto gli Atti apocrifi degli Apostoli (Pietro, Paolo, forse anche Tommaso), il Vangelo di Pietro (v. L. Vaganay, L'Evangile de Pierre, Parigi 1930, pp. 167 sg., 184 sg) e quello degli Ebrei (L. Vaganay, op. cit., p. 186; R. H. Connolly, parte 1a, p. xxvii sg.) e l'orazione di re Manasse. La letteratura pseudo-clementina non è citata, ma tradizioni giudaiche sono venute all'autore (p. 100, 15 sg. interpretazione giudaica di Deut. 6, 5: V. H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, I, Monaco 1922, pp. 100, 110, 4, i pagani ed il lato sinistro di Dio: V. Apocalisse di Abramo, p. 36, 16, Bonwetsch) forse per mezzo di tradizioni giudeo-cristiane. Coincidenze con la Didaché, Barnaba ed Erma possono spiegarsi anche senza l'ipotesi di una dipendenza letteraria, ma le epistole di s. Ignazio erano certamente conosciute all'autore della D. e con Ignazio s'incontra nell'importanza che dà all'episcopato ed alla sua attività (distribuzione delle oblazioni). Sul servizio liturgico poche notizie, ma interessanti quelle sul digiuno (strana cronologia della Settimana Santa), sulle vedove, sui martiri e sull'ordine nella chiesa durante il servizio religioso (orientazione della preghiera). L'opera originale, conservata in traduzioni siriache ed in parte in latino (manoscritto di Verona) era scritta in greco (piccolo frammento pubblicato da V. Bartlet, The Didaché reconsidered, in Journal of Theological Studies, 13 [1917], p. 303 sg.). La traduzione greca nelle Costi-
tuzioni apostoliche è una rielaborazione. L'opera è scritta probabilmente in Siria nella prima metà del sec. III. Da Epifanio, Haer. 70, 10 si sa che la D. fu letta presso gli Audiani. Pare che Afraate (v. BIBLICA) l'abbia conosciuta; lo stesso vale per Epifanio (v. K. Holl, op. cit., p. 209 sg). Presso i cristiani orientali la D. è inserita spesso tra gli scritti canonici.