DISENIRE. - In senso stretto è il prodursi di un essere o di una sua determinazione qualsiasi, in opposizione al perire o disfarsi; in senso largo, ogni forma di cambiamento, in opposizione alla persistenza inalterata.
Il fatto del d. ha, in tutti i tempi, costituito uno dei più importanti temi della riflessione filosofica. Nel pensiero indiano è caratteristica la visione del d. come condizione dell'esistenza sofferente e decaduta dalla sua realtà vera. Lo sforzo di superare questa condizione comanda le riflessioni sul d. anche dove esse si presentano in forma di speculazione ontologica. La dottrina delle Upanisad e dei sistemi del Vedanta si basa su uno spiritualismo, monistico o pluralistico, combinato con un fenomenismo del mondo esterno e della personalità empirica. Nel buddhismo, che ai suoi inizi si attende ad un atteggiamento agnostico, sorsero in seguito espressioni di un fenomenismo universale e più tardi diverse forme di un idealismo a indirizzo attualistico.
Il pensiero greco invece partiva dal problema di trovare al di là delle cose mutevoli l'essere autentico, come fondamento e radice dell'ordine cosmico e morale. La prima formulazione ontologica delle questioni sul d. risale alla scuola eleatica: eternità ed immutabilità sono considerate come attributi necessari dell'essere; il d. è irreale ed impensabile. Eraclito invece concepì una
l'autorità una dig
dottrina rimasta isolata nella filosofia antica, secondo la quale le realtà cosmiche nascono dall'incontro di processi contrari e sono insiemi instabili di opposti. L'inserzione del d. come fatto reale nella filosofia dell'essere è opera di Aristotele (Phys., V, IX; Met., X, XII). Fondamento della soluzione è la teoria di atto e potenza; il d. è l'attuazione imperfetta di una possibilità reale e trova il suo ultimo principio nell'attualità pura dell'Essere divino, movente primo ed immobile di tutte le cose. Già in Platone appare occasionalmente (Soph., 247 e 248 c-249 d) un'altra valutazione del d. Vita è automozione, e vita si deve attribuire agli esseri più perfetti. Questo aspetto positivo del d., in quanto è produttività spirituale o vitale, acquista la prevalenza da quando, nella corrente neoplatonica, l'essere personale diventa la chiave per la comprensione dell'essere in genere (cf. Plotino, Eun., VI, 8).
La dottrina biblica del Dio vivente ed operante, impose ai teologi cristiani di tener conto del valore positivo della produttività e di cercare l'accordo fra le esigenze dell'ontologia e l'attivismo della esistenza spirituale. La sintesi è stata realizzata nei grandi sistemi classici, benché con diversa accentuazione sia dell'uno sia dell'altro momento. In certe correnti neoplatonico-mistiche del medioevo posteriore (Eccardo, Nicola da Cusa) si effettua il passaggio ad una filosofia nella quale l'atto produttivo e creativo ha il primato sull'essere, dapprima nella speculazione su Dio e poi, in conseguenza di un latente panteismo, anche nella psicologia e cosmologia.
Le filosofie del dinamismo (Leibniz, Kant) si ispirano, pur cercando di salvare la realtà delle sostanze, agli stessi motivi. Le conseguenze estreme di questi appaiono nei moderni sistemi attualistici, per i quali la realtà si risolve in un continuo scaturire di atti fuggenti che non suppone ma produce ogni cosa. In questo senso Fichte sviluppò un attualismo dell'azione libera, Hegel un sistema della automazione dialettica dell'idea, Gentile (Teoria generale dello spirito come atto puro, capp. 3 e 4) un attualismo del pensiero pensante. I filosofi della vita (Nietzsche, Bergson) difendono una dottrina del d. afinalistico ed irrazionale.
I vari problemi emersi in questo sviluppo, che interessano diverse parti della filosofia, possono venir raggruppati nel modo seguente: 1) il rapporto fra essere e d.; la chiarificazione della natura e dei presupposti del d. in base ai supremi concetti e principi ontologici (atto-potenza, sostanza, tempo). 2) Il problema della attuazione delle potenze attive per automozione, problema studiato dagli scolastici specialmente riguardo alla volontà libera. 3) La relazione fra la immutabilità dell'essere assoluto e la sua suprema attività immanente e creativa (v. CREAZIONE; DIO). 4) I problemi teleologici del d. (v. INABILITÀ).
