FICINO, MARSILIO. - Filosofo platonico e restauratore del platonismo, n. a Figline in Valdarno il 19 ott. 1433, da Ficino (abbrevazione di Diotifece) d'Agnolo di Giusto, medico, m. a Careggi (Firenze) il 1° ott. 1499.
Studiò lettere umane a Firenze e a Pisa. I tre libri De Vita, il Consiglio contro la pestilentia, scritto nel 1479, e alcune Ricette contro alla peste, dimostrano che il F. aveva fatto da giovane studi di medicina.
Attestano il suo orientamento spirituale tra i 22 e i 24 anni l'Epistola a' fratelli (1455), il trattatello Di Dio et anima (1457), il De magnificentia (1457), il De furore divino (1457), il De voluptate (1457), le declamazioni De laudibus philosophiae e De laudibus medicinae, De quatuor sectis philosophorum. Iniziato appena lo studio

del greco, prese a tradurre gli inni attribuiti ad Omero, la Teogonia d'Estodo, gli inni e gli Argonautica di Orfeo e gl'inni di Frodo. A Careggi intraprese, appena treatene, la serie delle grandi traduzioni, dal Corpus hermeticum, o Pimondor, alle Emecadi di Plotino. Di alcuni dialoghi platonici, come il Simposio, il Filebo e il Fedro, dopo la traduzione, intraprese il commento. Il più notevole è quello al Simposio, composto non più tardi del 1469 e tradotto in volgare qualche anno dopo dallo stesso F., e nel 1544 da Ercole Barbarasa.
La fatica del tradurre e del commentare alimentava in lui lo spirito speculativo. Se Platone era apparso a Numenio nient'altro che un «Mosè che parlasse attico», Agostino, «quo latinorum nullus platonicorum maiestatem tum sapientia tum eloquenti expressit exactius» (Theologia Platonica, XI, 6), gli additava in Platone la guida a Cristo. Con questa persuasione il F. si accinae a raccogliere il frutto delle sue meditazioni platoniche in un'opera di gran lena, qual'è la Theologia Platonica de animorum immortalitate, che nella sua prima stesura fu composta fra il 1469 e il 1474. S. Tommaso aveva fatto della filosofia aristotelica una propedeutica alla teologia. Ma l'averroismo e l'occaminismo avevano impugnato l'interpretazione tomistica di Aristotelic. Lo stesso card. Bessarione (In calumn. Platonic, III, cap. 22) aveva dimostrato che, secondo i principi più certi della metafisica aristotelica, l'intelletto umano o perisce con il corpo, come voleva Alessandro d'Afrodisia, o è unico per tutti gli uomini, come pensava Averroè. Platone invece ci ha dato una solida dimostrazione dell'immortalità individuale e della vita futura, e ci ha additato il fine supremo della vita umana nell'ἐμοίωσις τῷ θεῷ κατὰ τῷ δυνατὸν (Theact., 176 b). È notevole che proprio mentre il F. s'adoptava a dimostrare l'armonia fra la filosofia platonica e la Rivelazione cristiana, maturasse in lui il proposito, compiuti ormai quarant'anni, di chiedere l'ordinazione sacerdotale, conferitagli il 18 dic. 1473. Insieme con la Theologia Platonica componeva un commento ai Vangeli, oggi perduto.
Nel nuovo stato egli continuò ad alternare i soggiorni fiorentini con quelli a Careggi, ove i più nobili spiriti si davan convegno per discuter con lui della
dottrina platonica. Quella che impropriamente e non
sanza qualche confusione si disse dipoi l'« Accademia
platonica fiorentina », non è altro che questo cenacolo
di amici raccolti intorno al F. e animati dallo spirito
del Simposio.
Sviluppati gli elementi religiosi del platonismo,
il F. scriveva nel 1474 il De Christiana religione, come
logico complemento della Theologia Platonica. L'in-
carnazione di Cristo gli appariva come l'opera mas-
sima di cui Dio, nella sua onnipotenza, fosse capace
(De Chr. rel., cap. 16), poiché soltanto per mezzo
dell'unione della natura creata con la natura infi-
nita ed eterna di Dio, è colmata la distanza fra Dio
stesso e il mondo e raggiunta l'unità perfetta del
finito con l'infinito. Il qual concetto farebbe pensare
che il F., come poco più tardi Pico della Mirandola,
aderisse alla tesi scotistica, che Cristo si sarebbe in-
carnato anche se Adamo non avesse peccato.
Nel 1475 riprese il commento al Fedro, e fra l'ott.
1476 a i primi mesi del 1477 condusse a termine alcuni
piccoli trattan, cinque dei quali furono riuniti con il ti-
tolo di Quinque claves Platonicae sapientiae; altri due
sono il De raptu Paoli e il De luce. Sebbene il F., tutto
assorto nel suo mondo filosofico, si mantenesse estraneo
alle vicende politiche di Firenze dopo la morte di Co-
simo, non poté mostrarsi insensibile alla tempesta sea-
tenata dalla congiura dei Pozzi nell'apr. del 1478, special-
mente dopo che Sisto IV ebbe fulminato di scomunica
Lorenzo il Magnifico. A questo avvenimento si riferiscono
l'Oratio Christiani gregis e il Vaticinium ad Pontificem
(Ep., VI, p. 808 sgg.). Alla guerra segui la peste 1478-79,
durante la quale l'attività letteraria subì una sosta. Com-
pose non di meno il Causiglio e le Ricepte contro la peste.
Ritornata la calma, poté attendere a dar l'ultima mano
alla Theologia della quale curò l'edizione fiorentina del
7 nov. 1482; ad essa tenne dietro, sul principiare del-
l'autunno 1484, quella dei dialoghi di Platone, si da po-
tere annunziare a Pico della Mirandola, che era andato
a trovarlo: « Plato noster... hodie liminibus nostris est
egresus » (Opp., p. 1537). E fu l'« eroica mente » del Mi-
randolano che l'incito a cominciare al più presto la tradu-
zione delle Enneadi di Plotino, alla quale pensava da
tempo e che finì il 16 genn. 1485. Così Platone non sa-
rebbe più andato vagando tra i latini senza il suo « fido
Achate » (Opp., p. 870). Intorno al 1478, fu tradotto il
De mysteriis di Giamblico, insieme con altri brevi trat-
tati o excerpta di filosofi neoplatonici. Del 1489 è la de-
dica del De vita coelitus compavanda a Mattia Corvino,
re d'Ungheria. A causa di quest'ultimo libro, fu accu-
sato, nel maggio 1490 presso la Curia romana, di magia
e di eresia. Ma l'accusa non ebbe seguito, e pochi mesi
dopo Ermolao Barbaro lo rassicurava dei buoni senti-
menti di Innocenzo VIII a suo riguardo. Nello stesso
anno, mentre preparava l'edizione di Plotino (versione
e argomento), pose mano a tradurre e commentare il
De mystica theologia e il De divinis nominibus dello Pseudo
Dionigi Areopagita, nel quale gli parve di scoprire la più
alta espressione della teologia platonica non meno che di
quella cristiana: « Dionysius Areopagita platonicae di-
siplinae culmen et christianse theologiae column »
(Opp., p. 1014).
Dopo la morte del Magnifico, il ritiro di Careggi
tornò ad essergli più che mai gradito; ma anche là
non poté estraniarsi da quanto accadeva in Firenze. E
se dapprima egli aveva visto nel Savonarola un profeta
mandato da Dio per ammonire i Fiorentini, il pertubo-
mento politico che seguì ai primi entoniami, e il fanatismo
dei « piagnoni » anche quando il frate si ribellò al Papa e
alle autorità cittadine, lo indussero a denunciare nell'au-
de Domenicano, da poco impiccato ed asso, l'Anticristo.
Il platonismo ficiniato esercitò la più larga influenza
sul pensiero del Rinascimento, e contribuì a ristabilire
l'armonia tra le aspirazioni religiose e la passione per la
risurgente bellezza classica, nella luce, piena d'arcani,
dell'insegnamento di Diofima.
La maggior parte delle opere di M. F. fu raccolta
nell'ed. in 2 voll., fatta a Basilea nel 1501 e ripetuta, salvo
poche aggiunte, nel 1576. Una terza ed. è quella parigina
del 1641. Fuori dell'ed. del 1501, sono rimasti il De virtutibus moralibus seu de magnificentia, il De quatuor sectis philosophorum, la Disparatio contra iudicium astrologorum,
editò tutti e tre da P. O. Kristeller, Supplementum Ficinianum (II, Firenze 1937, pp. 1-76); l'Apologia contro
il Savonarola, già edita dal Passerini nel 1859, e di nuovo
dal Kristeller (loc. cit., pp. 76-79), alcune Epistole non
comprese nell'Epistolaria in dodici libri, ordinati dal F.
stesso, ed ora stampate dal Kristeller (loc. cit., pp. 79-
96), i componimenti compresi sotto il titolo di Nugae del
Kristeller (loc. cit., pp. 96-97), alcune epistole dedicatorie
orazioni a apologhi editi dal Kristeller (op. cit., I, pp. 10-15,
21, 37-64, 71-72, 88-91), ed altre cose minori ricordate
dal Kristeller (loc. cit., p. cclliii e sgg.) e in parte da lui
edite (op. cit., II, p. 96 sgg.). In particolare son rimaste fuori
dell'edizione del 1501 la traduzione dei dialoghi platonici
che dopo la prima stampa fiorentina del 1484, hanno avuto
molte edizioni fino a quella ritoccata a cura di R. B. Hir-
chig (Platonis opera graece et latine, Parigi 1886), e la
traduzione delle Enneadi di Plotino che, stampata la
prima volta a Firenze nel 1492, è stata più volte ripro-
dotta, castigata o no, fino all'edizione del Creuzer e
Moser (ivi 1896). La traduzione volgare della Monarchia
di Dante fu edita la prima volta dal Fraticelli, a Firenze
nel 1839, poi dal Torri a Livorno nel 1844, e quindi
più volte. Per altri scritti del F. rimasti fuori dell'edizione
di Basilea, come per le edizioni dei singoli scritti, quali
la Theologia Plat. e il De Christ. rel., e per la tradizione ma-
noscritta di tutte le opere del F., è fondamentale l'accu-
rato lavoro del Kristeller. Anche per ciò che riguarda la
cronologia degli scritti ficiniani e le vicende nella composi-
zione dell'Epistolaria, che tanta importanza ha per rico-
struire la biografia del F. e le sue relazioni con i dotti del
