FINALITÀ, FINALISMO. - Per f. s'intende la corrispondenza che ha un processo naturale o un qualsiasi fatto umano con un certo risultato a cui tende l'agente: questa corrispondenza esige che le fasi dei processi naturali come i momenti di ogni evento nella vita dell'uomo realizzino un processo complessivo, e perciò abbiano il loro primo movente nel fine a cui tendono. Per questo la causa finale è la prima in atto in una concezione razionale della natura così come della vita dello spirito: la f. perciò esula così dal materialismo come dall'idealismo assoluto. Negli agenti liberi, i quali dispongono direttamente del fine delle proprie azioni e dei mezzi di conseguirlo, la f. è evidente: ogni decisione si pone in vista di un bene conosciuto vero o apparente, a cui si vuole arrivare. La corrispondenza in concreto fra mezzi e fine viene quindi stabilita dall'intelligenza dell'agente singolo che l'attua poi con la sua libertà: «De agentibus per intellectum non est dubium qui agant propter finem: agunt enim praecconcipientes in intellectu id quod per actionem consequuntur et ex tali praeconceptione agunt» (C. Gent., III, 2: Adhuc²). Nella natura invece la corrispondenza è insita come legge necessaria del processo stesso impressa da Dio, autore della natura, anche se il processo può essere impedito o deviato nel suo compimento a causa di ostacoli o forze contrarie interferenti (contingenza). La f. della natura è attestata dalla «regolarità» e costanza dei fenomeni, su cui poggia la possibilità stessa delle leggi della scienza, e si manifesta anche alla stessa esperienza come la tendenza che di solito ha la natura al bene e al meglio: «Videmus autem in operibus naturne, vel semper vel frequentius quod melius est; sicut in plantis folia sic esse disposita ut producant fructus et partes animalium sic disponi ut animal salvari possit» (C. Gent., III, 3: Adhuc²). La costanza e la positività dell'effetto costituiscono la prova dell'esistenza
della f. nella natura e pongono l'esigenza di un'Intelligenza ordinatrice dell'universo (5ª via).
I progressi dell'astrofisica nello scandagliare la complessità dei sistemi siderali e le scoperte più recenti della microbiologia e della fisica atomica hanno dato dei contributi decisivi per la confutazione del meccanicismo assoluto negatore della f. (atomismo antico e scienza positivista del sec. XIX). Le mirabili combinazioni dei movimenti dei mondi stellari non sono il risultato meccanico del movimento di una macchina, ma l'effetto d'insieme che rimanda ad una prima Mente suprema ordinatrice. Parimente la fisica delle strutture atomiche e subatomiche, mentre ha rivelato nel suo nucleo originario la «contingenza» dei fenomeni fisici difesa della metafisica tradizionale, ha chiarito il senso delle leggi fisiche come leggi di fatti globali (statistiche) e quindi il loro evidente carattere finalistico.
Nella biologia, le ricerche dell'embriologia sperimentale hanno chiarito che lo sviluppo della materia vivente obbedisce ad un piano di strutture da costruire in virtù di funzioni specifiche e proprie così che quando o per incidenti traumatici o con accorgimenti sperimentali siano alterate le condizioni normali o del germe o dell'embrione, la materia vivente gode - entro limiti alle volte assai vasti - di poteri autoregolativi, che permettono egualmente il conseguimento del risultato finale (H. Spemann, H. Driesch, M. Hartmann). Le stesse «leggi dell'eredità» (Mendel) che regolano la conservazione della specie, mostrano la tendenza del germe di ritornare ai valori medi della specie, ogni volta che il corredo genetico venisse alterato: così ripugna un'evoluzione senza norma e principio.
Il fine è perciò il «compimento» (τέλος) a cui tende il divenire nel suo sviluppo ma nel senso preciso che tale perfezione o compimento s'intendono immanenti al processo stesso come ragione «per cui» (τὸ οὐ ἔσκα; Paps., II, 2, 194 a 27) l'agente opera a plasma la materia secondo una determinata forma. La f. quasi del tutto assente nella primitiva filosofia greca, è stata espressamente bandita da Democrito che spiegava il divenire della natura in virtù del movimento meccanico degli atomi nel vuoto e a seconda della diversità della loro forma esteriore (ibid., VIII, 9, 263 b 29 sgg.). Per Aristotele invece il fine costituisce la ragione prima e ultima di tutti i processi del reale, siano essi considerati come movimenti di ascesa come di discesa dell'essere (generazione e corruzione) perché ogni essere in tanto si muove in quanto «tende» al conseguimento di una certa struttura o «forma» che lo stabilisca nella sua specificità: e questa forma o natura sostanziale costituisce la f. primaria dell'essere. Una volta poi che la natura è in sé costituita s'insisa il processo per il conseguimento della perfezione a cui è destinata o che può conseguire tale natura secondo le sue capacità effettive: questa specie di «via a tergo» da cui gli enti naturali e specialmente i viventi, sono spinti in avanti per integrare se stessi, è ciò che costituisce la f. secondaria. La stessa nozione di natura (φάσις) in Aristotele (ibid., II, 1, 192 b 21-23) come «principio di moto e di quiete nel soggetto in cui si trova, per sé e non accidentalmente» esprime la priorità e la dominanza ontologica del fine, mentre il meccanicismo di Democrito esprime la dominanza ontologica della causa efficiente. Poiché la f. suppone l'organizzazione di un piano di sviluppo, si comprende anche come per Aristotele il primo Principio dell'universo dev'essere una Intelligenza suprema (Mat., XII, 7, 1074 a 7 sgg.) e che il fine sia assolutamente la prima delle cause: πρᾶτην αἰτίαν ἢν λέγαιεν ἕνακᾶ τινος (De part. anim., I, 1, 639 b 14).
La teoria aristotelica, sommersa dal fatalismo stoico, ebbe un'immediata ripercussione in Epicuro che, per salvare la personalità e libertà individuale, temperò la
rigidità degli atomi di Democrito introducendo nel moto degli atomi una «deviazione» o «declinazione» (κλυνόμεν). Così Epicuro accettava in sostanza la critica aristotelica all'atomismo anche se non ne accettava la metafisica, vale a dire la posizione che ogni processo di divenire deriva il suo ordine da una «forma» immanente al tutto (cf. De Anima, III, 12, 434 e 31): principio, del resto, che ottenne la sua definitiva chiarificazione soltanto nella dottrina cristiana della creazione, secondo la quale tutte le forme sensibili e finite hanno origine e fondamento nell'Intelletto divino e ricevono l'essere e il movimento secondo la libera disposizione o governo della divina Provvidenza che è detta precisamente da s. Tommaso: «Ratio (divina) ordinandorum in finem.» (Sum. Theol., 1ª, q. 22, a. 1).
Negano la f. le filosofie antiaristoteliche del Rinascimento (Telesio, Campanella), la meccanica galliciana, le filosofie empiriste (Fr. Bacone) e quella dell'assoluta necessità e dell'universale contingenza.
Dalla f. che si manifesta nell'ordine della natura gli uomini di tutti i tempi arrivarono alla conoscenza dell'esistenza di Dio (5ª via di s. Tommaso: Sum. Theol., 1ª, q. 2, a. 3). Con l'argomento della f. già Platone confutava gli atei del suo tempo affermando che per questo «tanto i Greci come i barbari credevano nella divinità» (Leg., 886 B. Cf. anche: Epinomis, 98: F - 98: B che sviluppa ampiamente questa dottrina). Il giovane Aristotele platonizzante resta fedele al maestro e nell'ordine del mondo vede la presenza degli dèi, come ci ha conservato Cicerone (De nat. deor., II, 37) dal De Philosophia (Aristotelis Fragmenta, ed. V. Rose, in Opera Aristotelis, V, Berlino 1870, p. 1476). Anche s. Tommaso afferma che la considerazione dell'ordine e della f. ch'esso comporta è la via più manifesta per salire a Dio ch'egli chiama per auctoritatem Dei (Lectura in Ev. Ioannis, Prologus; ed. Parm., t. X, p. 279a). In Aristotele del resto questa solidarietà, per così dire, fra la f. e l'esistenza della divinità era concepita in modo così intimo che tutto il mondo degli atri, che si rivela come un mirabile complesso di movimento è considerato «divino» (De coelo, I, 9, 279e 30 agg. Cf. M. P. Nilsson, The origin of belief among the Greeks in the Divinity of the heavenly Bodies, in The Harvard theological review, 33 [1940], p. 7).
La f. è perciò la garanzia e la sostanza dell'ordine del mondo nel suo complesso come nelle singole parti; ciò non proclama il nostro mondo come l'ottimo o che tutto ciò che comunque accade sia bene, bensì che una legge è immanente al mondo impressa da una Mente suprema e che le infrazioni alla legge costituiscono mere deviazioni saltuarie da cui la natura aborre e che spesso riesce a superare. Per questo la causalità non si oppone alla f. ma l'attua così come la f. domina e integra la causalità.