FINALITÀ NELL'ATTIVITÀ UMANA. - La finalità è uno dei caratteri più universali della realtà e perciò è anche una delle nozioni più universali della mente umana. All'intuizione del senso comune e alla riflessione filosofica la finalità si presenta come la risultante di due elementi essenziali: l'ideazione
intellettiva e l'impulso volitivo. Il senso comune scorge ovunque una traccia di finalismo e la pone spontaneamente in rapporto necessario con un essere intelligente e volitivo. Questo rapporto può essere e di identità o di dipendenza causale. Infatti sono possibili ed esistono di fatto degli esseri che, pur essendo privi di intelligenza e di volontà, agiscono in maniera finalistica; anzi non è possibile alcuna attività che non sia orientata finalisticamente. Ma il senso comune avverte che il finalismo consiste formalmente e fondamentalmente nell'attività intelligente e volitiva e perciò considera il finalismo degli esseri privi di ragione e volontà come causato e partecipato da un essere intelligente e volente. Sulla percezione della genesi e della natura essenzialmente intellettiva e volitiva del finalismo si fonda la dimostrazione dell'esistenza di Dio come intelligenza e volontà pura, da cui deriva e dipende il finalismo incosciente della natura irrazionale.
Questi principi generali circa il finalismo autorizzano subito ad affermare che le attività umane propriamente dette sono finalistiche per loro natura intrinseca; infatti atto umano propriamente detto è quello che procede dall'intelligenza e dalla volontà, le quali sono le facoltà specifiche dell'uomo (v. ATTO UMANO). Pensare e volere è, per identità, conoscere e tendere a un fine. È dunque fine, in genere, dell'operare umano tutto ciò che è oggetto dell'intelligenza e della volontà umana, vale a dire, ogni realtà nei suoi aspetti trascendentali di vero e di bene. Alla stessa conclusione si giunge, partendo dalla nozione di fine come perfezione. La convertibilità della nozione di fine con quella di perfezione è un dato d'immediata intuizione: nella misura in cui un essere qualunque tende a raggiungere il suo fine, diventa e risulta completo e perfetto nel suo genere. Il fine dell'operare umano coincide dunque con il perfezionamento dell'intelligenza e della volontà umana; l'intelligenza si perfeziona conoscendo la realtà come verità, la volontà si perfeziona amando e possedendo la realtà come bene. Questo perfezionamento dell'intelligenza e della volontà è soggettivamente sentito come appagamento di un bisogno, come soddisfazione di un desiderio, da cui sgorga un senso di gioia e di benessere. Il termine consacrato dall'uso per designare il fine sotto questo punto di vista è felicità. Il fine dell'operare umano è pertanto una realtà oggettiva, estrinseca all'uomo e alle sue operazioni d'intelligenza e di volontà; ma è insieme anche una realtà soggettiva, intrinseca all'uomo poiché si identifica con le stesse operazioni dell'intelligenza e della volontà. Di questi due aspetti, oggettivo e soggettivo, del fine dell'operare umano il principale o determinante è quello soggettivo; una realtà qualunque, per quanto di grande valore in se stessa, finché non è conosciuta, amata, desiderata e posseduta dall'uomo, non ha per lui valore di fine in modo attuale e formale; è però oggettivamente un fine potenziale o materiale. Il fine, essendo il termine dell'operazione, è a questa posteriore e ne rappresenta quasi il coronamento o risultato; esso sta all'operazione come il frutto sta alla pianta; lo stesso vocabolo fine ne esprime formalmente il carattere di ultimazione. Ma se ben si osserva, il fine sotto un altro punto di vista precede l'operazione, come radice e principio della medesima; infatti è necessario che l'uomo prima conosca ed ami un fine, per essere poi in grado di tendere al suo raggiungimento. Questo duplice aspetto di principio e di termine inerente al fine è espresso con
il noto effatto: finis est primus in intentione, ultimus in executione (Sum. Theol., 1°-2°², q. 1, a. 1, ad 1°²). Come il frutto viene sì dalla pianta, ma questa viene a sua volta dal frutto; così il fine è insieme frutto e germe dell'azione. Il vocabolo «motivo», frequente nel linguaggio comune per designare il fine, esprime formalmente il rapporto di antecedenza causale ch'esso ha verso l'operazione. L'indole ideologica-affettiva del fine è invece espressa formalmente dai termini idea, ideale, mira, scopo, intenzione, intento, proposito.
Componente essenziale della struttura finalistica dell'operare umano è il mezzo. Fine e mezzo si contrappongono non come due termini contraddittori a contrari, ma come due realtà o nazioni correlative. Infatti ciò che conferisce valore e nome di fine a una realtà è il fatto di essere conosciuta e voluta nella sua compiuta perfezione. Ciò che invece conferisce a una realtà valore e nome di mezzo in ordine a un dato fine è l'attitudine o capacità, in qualunque misura ad essa inerente, di concorrere ad attuare quel fine. Si può quindi stabilire come principio generale che la potenzialità è la caratteristica del mezzo in quanto tale, mentre l'attualità è la caratteristica del fine in quanto tale. Fine e mezzo sono in certo qual modo la stessa cosa, in due fasi realmente distinte: fase di potenza e fase di atto; e pertanto può dirsi che il mezzo è oggetto materiale ed il fine oggetto formale dell'operare umano; o, con altre espressioni, il fine è oggetto in sé e per sé, il mezzo invece è oggetto in sé, ma non per sé, della volontà. Occorre inoltre notare che la stessa realtà può avere valore di fine, in quanto attuazione di mezzi ad essa ordinati, e può avere valore di mezzo in ordine a un fine ulteriore. Perciò i mezzi sono anche detti fini intermedi. Se ne può trarre la conclusione che nella generalità dei beni, il nome di fine spetta in senso fine ultimo (v.) a tale può essere soltanto quel bene che, essendo infinitamente bene, non contiene in sé alcuna potenzialità in ordine a un bene ulteriore, e quindi non può essere in nessun modo mezzo per un altro fine; tutti gli altri beni sono fini in senso relativo, per quel tanto cioè di perfezione attuale ch'essi rappresentano, e tutti sono mezzi nella misura della loro finitezza. Quanto più perfetto è un bene, tanto maggiore è il suo valore di fine e minore il suo valore di mezzo; viceversa la ragion di mezzo cresce con il diminuire della perfezione.
Riguardo al rapporto di precedenza fra mezzo e fine, nell'ordine intenzionale, ossia dal punto di vista dell'operare umano, la volontà del fine precede e genera la volontà dei mezzi; invece nell'ordine della realizzazione oggettiva i mezzi precedono e producono il fine. Però questa precedenza dei mezzi sul fine nell'ordine ontologico è soltanto relativa, come è relativa la precedenza della potenza sull'atto. Infatti, dal punto di vista assoluto, abbracciante tutta la realtà, il fine, essendo il bene perfettissimo, precede, ontologicamente, i mezzi, cioè i beni finiti. La scala ascensionale dei mezzi verso il fine, della potenza verso l'atto, presuppone la scala discensionale del fine verso i mezzi, dell'atto verso la potenza. Al fine compete dal punto di vista assoluto, quindi, la ragion di principio sotto ogni aspetto.
Passando dalle precedenti riflessioni generali a considerare l'operare umano quale si presenta nella realtà sperimentale, si resta a tutta prima colpiti dalla diversità e disparità dei suoi concreti orientamenti finalistici. La indefinita molteplicità delle aspirazioni, dei gusti, dei desideri, delle vocazioni, delle professioni, delle carriere degli uomini riflette l'indefinita varietà dei fini o scopi concreti che essi si propongono nel loro operare; la varietà multicolore dei beni o valori intesi e realizzati dalla multiforme attività umana è, per identità, la varietà dei fini verso cui essa si dirige. Tuttavia sotto queste svariatiissime forme di attività sta un principio fi-
nalistico comune. Paragonando con s. Agostino l'attrattiva verso un fine al peso di un corpo (pondus meum amor meus [Confess., XIII, 9: PL 32, 849]), si potranno considerare i singoli soggetti umani, nella loro attività finalistica, come altrettanti corpi aventi un loro proprio baricentro; ma come una forza comune sollecita tutti i corpi verso un comune centro di gravità, così un medesimo slancio finalistico orienta verso un termine comune ed unico tutti gli uomini nel loro vario operare umano. Questo termine comune è il fine ultimo dell'operare umano.
fine ultimo (v.) dell'operare umano è fondamentale nello scibile pratico, in quanto solo nel fine ultimo è possibile trovare il punto di riferimento supremo per discriminare il bene dal male, il lecito dall'illecito; indicare la pietra di paragone per misurare il valore dell'uomo e delle sue creazioni; fissare il criterio per giudicare il senso progressivo e regressivo della civiltà. Lo stesso significato dei termini bene o male, virtù e vizio, progresso e civiltà, diritto e giustizia, ecc., dipende, più o meno direttamente, dalla determinazione del fine ultimo dell'uomo. Quale meta suprema, esso traccia le direttive fondamentali cui deve attenersi l'uomo in tutto il suo operare e cui pertanto devono ispirarsi ultimamente le scienze che ne trattano, quali, ad es., le scienze politiche ed economiche.
Rimandando alla rispettiva voce la trattazione teorica e storica del fine ultimo, si indicano qui due premesse generali in rapporto principalmente alla attività umana.
1) L'operare umano deve avere un fine ultimo, qualunque esso sia. Come nell'ordine dell'efficienza ripugna una serie di cause subordinate a vicenda, ma è necessario che vi sia una prima causa efficiente non effettuata da cui tutte dipendono, così nell'ordine della finalità ripugna una serie infinita di fini subordinati a vicenda, ma è necessario ammettere un fine ultimo, subordinante a sé tutti i fini, senza essere subordinato ad un fine ulteriore. Anche il fine è causa movente e si chiama perciò motivo; per spiegare dunque il moto finalistico dell'operare umano, è necessario ammettere l'influsso di un motivo non motivato, ma avente in se stesso la sua motivazione; spostare all'infinito il motivo dell'operare umano val quanto sottrarre ad esso qualunque motivo, privandolo di senso. Un uomo che non riesca a concentrare e fissare le sue aspirazioni su di uno scopo almeno provvisoriamente ultimo, ma che ricerchi indefinitamente uno scopo ulteriore da dare ai suoi scopi, non potrà mai decidersi ad agire, come non si deciderà mai a muoversi chi non fissa dove andare. Gli stessi nomi di fine e termine contengono l'idea di ultimità, almeno relativa. Ma un fine solo relativamente ultimo, pur chiudendo la serie dei mezzi ad esso subordinati, è a sua volta un mezzo subordinato a un fine ulteriore. Perciò una serie infinita di fini subordinati a vicenda equivale a una serie infinita di mezzi, anzi si può considerare globalmente come un solo mezzo. Ora il mezzo, come tale, è possibile e intelligibile, sia metafisicamente che psicologicamente, solo in rapporto al fine. Il finalismo dell'operare umano esige pertanto necessariamente un fine assolutamente ultimo.
2) L'orientamento generale dell'operare umano verso il suo fine ultimo non è liberamente scelto dall'uomo, ma gli è naturalmente congenito.
Posta, infatti, l'esistenza di un ultimo fine, ne segue che la serie totale di tutte le operazioni umane avrà il suo punto di partenza e quasi la molla azionatrice nella direttiva intenzionale verso il fine ultimo. Tale direttiva non può venire che dalla natura stessa, poiché se provenisse da un atto libero dell'uomo, non sarebbe più l'atto primordiale poiché questo atto libero suppone a sua volta l'intenzione d'un fine. Ciò che, più o meno liberamente,
dipende dall'uomo è invece l'applicazione di questa naturale tendenza verso il fine ultimo ai particolari fini concreti; ossia dall'uomo dipende l'esecuzione dell'intenzione verso il fine ultimo, non l'intenzione stessa. Se nel fare questa applicazione esecutiva l'uomo si mantiene coerente con quella tendenza, agisce bene; se invece la contrasta, agisce male. Dall'uomo dipende, in altre parole, non la tendenza al fine ultimo, ma la scelta e l'uso dei mezzi per raggiungerlo.
La tendenza primordiale dell'operare umano verso il suo fine ultimo, essendo naturale, è identica in tutti gli uomini. Ma appunto nell'applicazione di questa tendenza gli uomini di diversificano tra loro con le svariate forme della loro attività.