FOGAZZARO, Antonio. - Scrittore, n. a. Venezia il 25 marzo 1842, ivi m. il 5 marzo 1911. Nel 1863 pubblicò i primi, deboli esperimenti poetici sulla rivista Universo. Nel 1864 si laureò in legge a Torino e fece una breve pratica di avvocatura. Dal 1865 fece qualche soggiorno a Milano frequentando il gruppo degli scappigliati e legandosi di amicizia specialmente con Arrigo Boito. Nel 1866, tornato a Vicenza, vi sposò la contessa Margherita di Valmarana, da cui ebbe tre figli. Si occupò di opere benefiche e culturali, ma soprattutto di studi letterari e scientifici, nel desiderio di conciliare scienza e fede, specialmente sull'argomento dell'evoluzionismo, che egli volle interpretare come dimostrazione dell'ascendere di tutta la creazione dei grandi della materia a quelli dello spirito. Rimase tuttavia, forse, un po' estraneo al senso della vita faticata dei poveri, librandosi in sogni di romanticismo idealizzante: il che non gli tolse spirito di osservazione per gli aspetti commoventi o ridicoli dei limiti e delle miserie psicologiche che egli ritrasse potentemente nelle macchiette che circolano in tutte le sue prose.
La sua giovinezza fu tormentata dalla inquietudine religiosa: temperamento sensuale ne sentì fortemente le tentazioni; con questo si congiunse la perdita della fede tra il 1864 e il 1873, sotto la suggestione della cultura positivistica. Il suo itinerario spirituale è segnato dal tentativo di superare il sensualismo in nome di uno spiritualismo incentrato in un amore d'eccedenza, che fosse via a Dio mentre la donna da non raggiungersi fisicamente ma con cui vagheggiava nozze spirituali oltre la morte.
Alla fede tornò nel 1873, specialmente colpito dalla lettura della Philosophie du Credo di A. J. A. Gratry; qualche anno più tardi maturò in lui un più vivo senso di impegno di «apostolato», inteso ad elevare gli animi dall'amore sensuale all'amore ideale, e a sviluppare un più alto senso di fede e di vita religiosa in opposizione col facile conformismo e clericale del suo ambiente, contro cui rivolse continuità e mutamento la sua più o meno velata polemica di cattolico liberale, rimproverando agli avversari mancanza di carità.
Nel 1896, dopo la pubblicazione di Piccolo mondo antico, fu nominato senatore; ma la sua vita politica non ebbe rilievo. Maggiore importanza ha invece la sua attività nel movimento modernistico: fu amico e consenziente con molti modernisti, e lettore appassionato di G. Tyrrel, ma sempre conscio della necessità della disciplina; suo testamento spirituale sull'argomento è La pa
rota di d. Giuseppe Flores che egli lasciò, inedita, al giovane amico T. Gallarati Scotti e questi pubblicò poi nella Vita di A. P. Il suo liberalismo, certe studia i poiesi sulla vita futura (da giovane aveva sentito vivo il fascino dello spiritismo e di uno spiritualismo innumero di distinzioni tra vita naturale e srapranaturale), e l'affinanza di chiare e aperto alle teorie del modernismo, fecero sì che il suo romanzo Il santo (1906) fosse posto all'Indice (decr. 3 apr. 1906). Si sottolineò, Ma nel romanzo seguente (Leila, 1911), pubblicato alla vigilia della morte, insistette in posizioni moderniste analoghe: ed anche questo fu posto all'Indice (decr. 8 maggio 1911).

Leila, 1911), pubblicato alla vigilia della morte, insistette in posizioni moderniste analoghe: ed anche questo fu posto all'Indice (decr. 8 maggio 1911).
Autore di poesie, di conferenze, di drammi, il F. è grande solo per i romanzi che sono tuttavia compenetrati di questioni morali: da una parte l'onestà dei costumi e i problemi del perfezionamento spirituale, dall'altra il fascino di misteriosa passionalità e di un amore umanamente irraggiungibile, vagheggiava come tramite all'amore di Dio.
Già nel 1872 col discorso Dell'avvenire del romanzo in Italia, tenuto all'Accademia Olimpica, egli dimostrò di impegnarsi a vagheggiarne nel romanzo il campo di una lotta contro il sensualismo veristico; questo discorso è integrato dall'altro, assai più tardo, Un'opinione di A. Mannoni (1887), in cui sostiene, non senza interno tormento, l'utilità di rappresentare in arte la passione amorosa (cf. più tardi, la poesia Eva [1891] in cui si rammarica degli effetti che la lettura del Daniele può avere prodotto in anime deboli).
La sua produzione artistica notevole comincia col poemetto Miranda (1874), dramma ed idillio doloroso, costruito con i diari di una gentilissima fanciulla ideale e di un mediocre poeta. Enrico, che l'abbandona per il richiamo di una vita fantasiosa e voluttuosa, per tornare per a lei troppo tardi, quando la salute di lei, compromessa dal lungo dolore, non regge all'improvvisa felicità, di cui ella muore. Dal punto di vista artistico Miranda, che ha pure qualche bella cadenza poetica, è un compromesso tra le iniziali intenzioni di poesia in versi e la vocazione al realismo analitico del romanzo: tutta l'attività artistica del F. oscillerà poi sempre tra il richiamo di un romanticismo esaltato, magico, passionale, sublimante, e quello del fermo realismo cristiano del Manzoni.
Del 1876 è un volume di versi Valsolda in cui sono i presupposti paesistici, allucinati, fiabeschi, idillici a tendenza patetistica, dei romanzi seguenti: ma la produzione poetica del F. non è, di per sé, di notevole rilievo.
Il tema del giovane poeta che sacrifica all'egoismo del «genio» l'amore e la bontà (tema romantico del Goethe e di altri) torna anche nel primo romanzo di prosa, Malombra (1881), di invenzione generale piuttosto arbitraria, ma di prosa perfetta che assimila gli insegnamenti dello Chateaubriand, e ricco di problemi e sfumature. In questo romanzo appare già il grande F., sedotto del tema della passionalità sensuale ed insieme dal tentativo di contrapporsi un amore puro e domestico che pure resta impossibile. Domina su tutto un arcano magico misticismo: il sogno premonitore del destino e la ricercazione delle anime sono presentati ai margini della follia o anche nella piena follia, ma pur sempre con un
addentellamento di misteriosa realtà. Per il gusto di rappresentare il contrasto tra sensualità, amore passionale sublime, e amore semplice e profondo è evidente l'influenza di Volupté del Saint-Beuve. Ma accanto a questo è già sviluppato il gusto di una realtà precisa, quotidiana, sofferente, nella figura del vecchio Steinegg, capolavoro di umorismo sofferto.
Va già esercitandosi la capacità del F. a ritrarre persone reali (le sue migliori figure hanno tutte un modello vivente), con il gusto per il caratteristico, che si manifesta anche nella necessità di riprodurre frasi dialettali, benché più spesso il F. abbia voluto non riprodurre materialmente beni idealmente la sintassi popolare (cf. Verga). Mentre già d'altra parte si nota il vizio del tempo (cf. D'Annunzio) di dare importanza a particolari preziosi di piante esotiche o di riferimenti artistici.
Nel secondo romanzo, Dantèle Cortis (1885), il F. svolge il tema dell'amore ideale vietato dall'onestà eppure strumento di elevazione spirituale, unendolo alla rappresentazione degli ideali politici di un giovane liberale cattolico che va in Parlamento per propugnare una nuova vita italiana cristiana e patriottica insieme.
L'amore più completo viene sacrificato a quest'ultimo ideale e resta nei limiti dell'adulterio spirituale, romanticamente giustificato dall'anfietato del matrimonio sbagliato della protagonista, Elena, che ha sposato un volgare gaudente in un momento di esasperazione per sottrarsi alla convivenza con la madre grossamente buona ma di costumi non limitati, pur nella estensione della vita del mondo religioso e clericale. Alle figure di Daniele e di Elena sono un po' forzatamente contrapposte quelle del volgare marito di Elena e della squallida e incosciente adulterata madre di Daniele. Ma alla figura di questo, nuoce quel tanto di esaltivamente programmatico che è congiunto con i suoi tratti liricamente autobiografici.
Il mistero del poeta (1888) segna una battuta d'arresto nell'interno artistico del F. verso il capolavoro (Piccolo mondo antico) iscrivibile piuttosto nel realismo cristiano manzoniano. Si torna invece, per ora, al tema del sogno profetico e del suo puntuale adempirsi (tema della fatalità): la vicenda termina con l'imminente felicità dell'amore coniugale che viene invece troncato dalla morte (cf. Miranda): rielaborazione del tema romantico dell'amore ideale che non può essere tale se non a patto di restare incompiuto. Ma anche questo romanzo ha belle pagine realistiche appena appannate da un ingenuo gusto di esotismo che cerca esaltazione e bellezza in paesi personaggi stranieri, che d'altra parte vengono riconosciuti spesso al tono umoristico della macchietta.
Gli anteriormente tuttavia il F. era venuto ideando (col significativo titolo di Storia giusta, in contrasto con i temi passionali precedenti) il romanzo Piccolo mondo antico, che fu pubblicato nel 1895.
Qui tutte le migliori doti del F. trovano piena attuazione: il F. concentra la sua attenzione sul contrasto tra l'attivo e razionalistico moralismo di Luisa, scettici e sdegnosa di ricompense eterna alle opere buone, e l'estetizzazione, sognante, morbida religiosità del marito Franco. Sfondo della vicenda è il piccolo mondo contemporaneo al Risorgimento, e la catastrofe è segnata dalla morte dell'unica bambina dei due sposi, la così viva Ombretta, alto ideale romantico di bimba tenera e altera. Ma la catastrofe qui non segna l'impossibilità che l'ideale scenda nel mondo reale, bensì il ritrovamento di un impegno attivo e reale nella vita quotidiana per Franco e della fede religiosa per Luisa; così che l'ideale si attui pur nei limiti della fatica della realtà. Qui l'ascesi non è sognante o grandiosamente teatrale, ma umile e sofferta. Perciò sembra di poter inserire questo romanzo nella tradizione manzoniana, senza nulla negare della originalità di esso: anzi questa collocazione dà ad esso maggior rilievo di originalità in quanto non fa risaltare i caratteri propri: una commozione più sfumata è trepidata, una più distesa fusione tra paesaggi e stati d'animo (aspetto caratteristico dell'arte del F.), una drammaticità più acerba e intrisa di lacrime, una finissima sensibilità (anche se talvolta, nel senso migliore, sensuale) e quasi musicalità di notazioni. Mentre, poi, nei romanzi anteriori e posteriori del F. il realismo macchietistico si inaridisce spesso in funzione scopertamente satirica, qui le macchiette stesse raggiungono sempre una commozione viva ed umana, fondendosi senza stridori con l'alta ispirazione ideale. Né alcun fatto della vicenda appare arbitrario o programmatico, ma questa si chiude in un cerchio evidente di necessità poetica.
Con Piccolo mondo moderno (1901), che è, strutturalmente, prosecuzione del precedente, e con cui gli altri due seguenti formeranno un ciclo di quattro romanzi in sia pur tenue continuazione, torna invece il tema politico e il contrasto tra l'onestà matrimoniale e l'amore romantico. La soluzione eroica appare un po' forzatamente programmatico (Piero, ormai libero per la morte della moglie, pazza, rinuncia all'amore romantico per fuggire a farsi eremita), e sembra rispondere piuttosto allo schema romantico dell'amore che per essere ideale deve rimanere incompiuto. Torna dominante il gusto per la figura della donna appassionata e misteriosa, Jeanne, benché larga parte sia data anche a un realismo spesso lepido e vivace.
Il santo (1905) è, strutturalmente, stretta prosecuzione del precedente: anche qui domina l'azione: Jeanne che ricerca Piero fattosi eremita, mentre questi persegue la sua missione di riformare la Chiesa mediante l'oscuro sacrificio della propria vita, di convertire il mondo, e anche il papa, a un cristianesimo più alto e, cioè rimanando, purificato, adattato, perché tutto, gerarchia, clero, culto, tradizione, riti, formole, era ormai guasto e andava male. Anche qui il centro ideale è il sacrificio di Piero perché l'amore passionale di Jeanne si trasformi in amore spirituale e Jeanne ritrovi la fede.
Leila (1911) prosegue la polemica contro il mondo clericale in nome di una più nobile attuazione di vita cristiana, mal riuscendo a congiungere con questo tema una vicenda sentimentale; ma, tranne qualche bella scena descrittiva (le tempeste del F. sono brani di una lirica contenuta ed essenziale), è romanzo faccio e debolmente costruito.
Le novelle (Fedele e altri racconti, 1887; Racconti brevi, 1894; Idilli spezzati, 1901) non reggono quasi mai il confronto con le qualità narrative e descrittive dei romanzi.
Per il teatro il F. scrisse: El garofolo rosso (1901) in dialetto veneto; Il ritratto mascherato (Nadejda (1902)).
I discorsi si saggono raccolti in cinque volumi: Accensioni umane (1890); Discorsi (1898); Sonatine bizzarre (1899); Minime (1901-1905); Ultime (1913, 1905-1910).