FRANCESCO SAVERIO (DON FRANCISCO DE JASU Y XAVIER), SANTO

FRANCESCO SAVERIO (don FRANCISCO de JASU y XAVIER), santo. - Gesuita missionario e protettore delle missioni, n. nel castello di Xavier (Navarra) il 7 apr. 1506 da don Juan de Jasu, dottore dell'Università di Bologna, alcalde della corte e presidente del Consiglio reale, a da dona Maria de Azpilicueta, dell'antica nobiltà del luogo; m. nell'isola di Sanciano, sulla coste della Cina, il 3 dic. 1552.

SOMMARIO: I. La preparazione. - II. Nell'India. - III. Nel Giappone. - IV. Il viaggio in Cina. - V. Conclusione. - VI. Iconografia.

I. LA PREPARAZIONE (1506-42)

Compiuti

gli studi preliminari in patria, F. S., che voleva emulare i suoi antenati non nella carriera delle armi, come i suoi fratelli, ma nella carriera ecclesiastica, passò nel sett. 1525 all'Università di Parigi, prendendo alloggio, come convittore, nel Collegio di S. Barbara.

Acquistato in quattro anni di studio il grado di « Dottore », iniziò subito le sue lezioni di filosofia nel Collegio Dormans-Beauvais. Nutriva disegni ambiziosi e sognava pingui benefici a Pamplona; ma il suo compagno a S. Bar-

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Id. O. Scherhammer, Jugendprobleme des M. Franz Xavier, in Studie Marionelle, II, B, Roma 1932, p. 229

FRANCESCO SAVERIO, santo. Stemma della famiglia.

bata, Ignazio di Loyola, lo attrasse a sé e alla sua causa inducendolo a riflettere sulle parole del Vangelo: « Che giova all'uomo guadagnare anche tutto il mondo, se poi perde l'anima? » (Mc. 8, 36). La morte della madre (1529) e della sua santa sorella Maddalena (1533), la scoperta di mene rivoluzionaria da parte degli eterodossi, che frequentavano l'Università, i perversi esempi di alcuni professori e di molti alunni avevano anche fatto una profonda impressione nel suo animo. Il 15 ag. 1534, con Ignazio e altri cinque studenti, fece voto, nella cappella dei Martiri di Montmartre, di pellegrinare in Terra Santa e di consacrarsi alla vita apostolica in povertà e castità. Sotto la guida d'Ignazio, prima di cominciare gli studi teologici, fece gli esercizi سعر di quaranta giorni, che lo fissarono per sempre in un ardente amore di Dio e delle anime.

Nel 1537 è a Venezia dove, in attesa della nave per l'Oriente, serve i poveri nell'ospedale: il 24 giugno 1537 vi è consacrato sacerdote; celebra la prima messa a Vicenza; indi, nel 1537-38, esercita il ministero spirituale a Bologna; poi a Roma, dove nella primavera del 1539 prende parte alla fondazione della Compagnia di Gesù, di cui si ebbe conferma orale il 3 sett. Subito dopo il re Giovanni III di Portogallo domanda con insistenza ad Ignazio di Loyola missionari per le Indie. Ignazio designa F. S., che il 16 marzo 1540 lascia Roma, nel giugno arriva a Lisbona e il 7 apr. 1541 salpa verso l'India in qualità di « legato papale per tutte le terre situate ad oriente del Capo di Buona Speranza ».

II. NELL'INDIA (1542-47)

Arrivato a Goa il 5 maggio 1542, F. S. si consacrò soprattutto alla colonia portoghese, che lasciava parecchio a desiderare quanto alla pratica del cristianesimo con grande scandalo di tutti, massime dei pagani, che pure erano da convertire; poi allargò il suo apostolato in favore degli ammalati e dei prigionieri con una premura tutta speciale per i fanciulli e gli schiavi, insegnando loro la dottrina cristiana. Nel sett. dello stesso anno il governatore delle Indie lo mandò nelle regioni del sud, che promettevano fioriti frutti di conversioni. Veramente, il cristianesimo già vi era stato portato dai soldati portoghesi, che vi erano approdati per costruire le loro fortezze e avviare i loro commerci; ma tutto s'era ridotto ad amministrare senz'altro il Battesimo ai prigionieri di guerra e agli indigeni, senza sufficiente istruzione o preparazione. Cosicché, partiti i sacerdoti che li avevano battezzati, molti erano ricaduti nella primitiva idolatria. Così era avvenuto per i pescatori di perle della costa dei Paravi, i quali, perseguitati dai maomettani, avevano otto anni prima, domandato l'aiuto dei Portoghesi e si erano fatti battezzare. F., con l'aiuto di interpreti, traduce subito nella loro lingua le principali preghiere e gli articoli più essenziali della Fede; indi passa di villaggio in villaggio, facendosi instancabilmente loro maestro, medico, giudice nelle liti, difensore contro le ingiustizie dei regoli pagani e degli ufficiali portoghesi, stimato e trattato quale santo a taumaturgo.

Anche qui, nei due anni di lavoro, fonda scuole a chiese e raccoglie una messe prodigiosa. Gli abitanti dell'isola di Manaar lo chiamano e ricevono il Battesimo; i pescatori della casta dei Macua, nel Travancore, si fanno battezzare tutti, in numero di 10.000; già prima il Santo aveva scritto che spesso il braccio gli cadeva dalla stanchezza e la lingua inespicava, per l'arsura, nel continuare le preghiere di rito. Mentre battezzava i Macua ricevette la notizia che 600 dei cristiani di Manaar, invitati a tornare al paganesimo, avevano preferito suggellare la Fede con il sangue.

Negli anni seguenti, 1545-47, F. eperse a sé e ai suoi nuovi campi di lavoro. Predicò, infatti, quattro mesi a Malacca, la città commerciale per eccellenza; visitò le Molucche; passò all'isola di Amboina, presso la Nuova Guinea, e alle isole vicine di Waranula o Seran e di Ulias-

ser; poi si spinse fino a Ternate, estrema fortezza dei Portoghesi; e più oltre ancora nelle isole del Moro: Halmahera, Mocotai e Rau, abitate dai cacciatori di teste; avevano infatti ucciso il loro ultimo missionario. Dopo tre mesi di intenso lavoro in queste isole, dove molti degli indigeni si mostrarono refrattari ad ogni parola dell'apostolo, ma dove questi attesta di aver goduto le più intime consolazioni, fino a sentirsi inaridire gli occhi per le lacrime di gioia, tornò a Ternate, dove si convertì Neachile, la madre del sultano defunto; ma nulla riuscì a concludere con il sultano regnante, perché alla nuova religione questi preferì le sue cento mogli e le numerose concubine.

III. NEL GIAPPONE (1547-51)

Raggiunta finalmente Malacca nel dic. 1547, mentre si occupa dell'invio di missionari per confermare e accrescere i cristiani nei luoghi visitati, gli viene presentato un profugo giapponese, Anjiro, fuggito dalla patria perché colpevole di omicidio, lacerato dai rimorzi e desideroso di trovare la pace. Le notizie che da lui sentì intorno al Giappone, ai suoi abitanti, alla loro religione e cultura infervorarono F., che ritenne conveniente accingersi a portare la religione anche presso quel popolo, che più tardi doveva chiamare « la sua delizia ».

Partì infatti nel 1548 per il nuovo territorio di conquista e sbarcò a Kagoshima il 15 ag., accompagnato da Anjiro, ormai battezzato e pronto ad aiutarlo nell'apostolato. Il daimyō Shimazu Takahisa lo accolse amichevolmente e mentre il Santo studiava la lingua, Anjiro guadagnò alla Fede cattolica più di cento tra parenti e conoscenti; guadagnò anche una delle mogli del comandante del vicino castello di Ichiku, Niirō Ise-no-Kami. La messe era dunque promettente; ma quando il daimyō, sobillato e impaurito dai bonzi, vietò ogni ulteriore Battesimo, F. decise di presentarsi addirittura al re a Miyako (Kiōto) e alle università della capitale, per guadagnarli a Cristo. Si mise pertanto in viaggio; lungo il cammino, ad Hirado, ben accolto dai mercanti portoghesi e dal governatore Matsūra Takamobu, riuscì a fare, in pochi giorni, più di cento cristiani; a Yamaguchi, invece, nonostante le licte accoglienze del daimyō Ōuchi-Yoshihaka, che gli concesse anche una udienza, non portò approdare a nulla, come a nulla approdò, quando pose il piede a Miyako (sul principio del 1551), gonfio il cuore della speranza di sentirvi presto risonare gli inni di gloria al vero Dio. Era, infatti, scoppiata la guerra civile: i bonzi e le università non gli vollero aprire le porte; il re non volle ricevere uno straniero che si presentava poveramente e senza regali. Scese allora di nuovo a Yamaguchi, si presentò al daimyō nella pompa dei migliori vestiti e con doni preziosi. Fu accolto smabilmente ed ebbe la libertà più piena. Sorse così in breve una cristianità fiorente, che si estese anche nel vicino regno di Bungo, dove F. era stato invitato dal giovane principe Ōtomo Yoshishige.

IV. IL VIAGGIO IN CINA (1551-52)

Partendo dal Giappone nell'inverno del 1551, per tornare in India, dove lo chiamavano affari urgenti, F. lasciava la Chiesa ormai fondata e ricca di ca. 1000 cristiani. Un altro pensiero maturò allora nella mente del Santo. Poiché la Cina era per il Giappone di allora la fonte di ogni verità e sapienza, conveniva conquistarla per dare al cristianesimo in Oriente una base sicura. Ma l'entrata in quell'Impero era severamente vietata ad ogni straniero. F., partito il 17 apr. del 1552, approdò nell'ag. all'isola di Sanciano. Vi trovò antichi amici che gli offrirono ospitalità e trovò, dopo molto sforzo, anche un cinese, che per 200 ducati l'avrebbe sbarcato segretamente alle porte di Canton. Ma lo attese invano; il giorno stabilito, 19 nov., il cinese non comparve. L'inverno era duro, il freddo forte, e le navi che l'avevano accompagnato si erano allontanate. F. si ammalò di polmonite; privo, com'era, di ogni cura, il mattino del 3 dic. rese l'anima a Dio.

Il suo corpo venne chiuso dal servo Antonio di Santa Fe (che era venuto con lui e doveva poi fargli da interprete) in una cassa di legno, riempita di calce, e seppellito nella parte settentrionale dell'India. Di là, integro a intatto, il cadavere venne trasportato prima a Malacca e poi a Goa, dove si conserva in un ricco e prezioso sarcofago di argento nella chiesa dei Buon Gesù (l'avambraccio destro si conserva nella chiesa del Gesù a Roma).

La solennità del trasporto è riferita da Pietro della Valle presente alla funzione. La statua del Santo, in argento, che adorna la sua cappella fu donata nel 1670 da una sua devota genovese, Maria Francesca Sopranis. Quando il governatore dell'India entrava in carica, soleva consegnare il proprio bastone di bambù al Santo e prendere quello che questi prima teneva, in segno che egli voleva lasciare tutta la reggenza nelle mani del grande protettore dell'India. Il sarcofago è dono del granduca di Toscana, Ferdinando II de' Medici (cf. G. Schurhammer, S. F. S., profilo, Venezia 1922, pp. 112-13).

V. CONCLUSIONE

F. S. va considerato come il pioniere delle missioni dei tempi moderni, condotte secondo un piano sistematico di studio, di conquista e di adattamento. È anche esempio efficace e travolgente di ardore e di zelo. Le sue lettere continuano ad attrarre a ad entusiasmare le anime; la sua figura è stimata e venerata anche dagli eterodossi e dai pagani. Se vi furono esagerazioni, p. es., nel computo delle conversioni da lui compiute, queste in critica storica ha ora ridotte a ca. 50.000; se il continuo spostarsi da regione a regione può dare l'idea di un carattere incostante e mobile, bisogna considerare che egli non era un semplice missionario, ma era un legato del Papa, superiore, provinciale, pioniere, che doveva prendere notizia del suo territorio, preparare il terreno a organizzare il lavoro.

Fu beatificato da Paolo V (25 ott. 1619); canonizzato da Gregorio XIII (12 marzo 1622), quantunque la bolla portasse la data del 1623. Nel 1904 Pio X lo dichiarò patrono dell'opera della Propagazione della Fede (breve In Apostolicum del 25 marzo 1904); nel 1927 Pio XI lo proclamò, con s. Teresa del Bambino Gesù, patrono di tutte le missioni; e la sua festa (3 dic.) fu elevata nel 1929 al rito di doppio di 2ª classe. - Vedi tav. CVI.

BIBL.: Monumenta Xaveriana. I, Madrid 1809-1900, a cura del p. M. Lecina (contiene le lettere del Santo nel testo originale spagnolo e portoghese); II, ivi 1912, per cura del p. D. Restrepo (contiene i processi per la canonizzazione e altri documenti sul Santo); G. Schurhammer - I. Wicki, Epist. s. Franc. Xaverii, aliacque sua scripta, 2 voll. (Monum. Hist. S. I., 67-68), Roma 1944-45; M. Texeira, Vida del bienaventurado Padre Francisco Xavier (composta ca. II 1580), in Monum. Xaveriana, II, pp. 815-818; A. Valignano, Hist. 9 progressos de la C. d. J. en las Indias orientales (composta nel 1583), ed. I. Wicki, Roma 1944; F. J. M. Cros, François Xavier, Documents nouveaux, I, Tolosa 1894; G. Schurhammer-E. A. Vorstsch, Ceylon zur Zeit des Königs Bhavaneha Báhu und Franz Xaver, 1539-52, 2 voll., Lipsia 1928; G. Schurhammer, Die zeitgenössischen Quellen zur Geschichte Portugiesisch-Asiens und seiner Nachbarländer, zur Zeit des hl. Franz Xavers (1538-52), Lipsia 1939; Documenta Indica, a cura di I. Wicki, I (1540-49), Roma 1948; II (1550-53), ivi 1950. Biografie: D. Tursallinus, De vita Francisci Xaverii, Roma 1594; I. de Lucena, Hist. da vula de P. F. de Xavier, Lisbona 1600 (vers. it., Roma 1613); D. Bartoli, L'Asia, Roma 1653; a parte fu estratta la Vita di s. F. S., 2 voll., Torino 1869; G. Massel, Vita di s. F. S., 1ª ed., Roma 1682; nuova ed. accresciuta, per cura di p. R. Ballerini, Roma 1694 (popolare e fluidissima). Queste vite e altre assai in tutte le lingue, restano superare dalle più moderne condotte sul Monum. Xaveriana, e sugli archivi; J. M. Cros, Vie et lettres de st François Xavier, 2 voll., Tolosa 1900; L. Michel, Vie de st François Xavier, Parigi 1908; A. Erou, Vie de st François Xavier, 2 voll., ivi 1912; 2ª ed., ivi 1922; G. Schurhammer, Der hl. Franz Xavier, der Apostel von Indien und Japan, Friburgo in Br. 1925 (vers. II. di G. B. Tragella, Milano 1930; 2ª ed. ivi 1950). Cf. inoltre le seguenti opere, decisive per la biografia del Santo: id., Der hl. Franz Xavier in Japan (1549-52), Schönrich 1947; id., Ferndo Mandes Plinio und seine a Peregrinacom i, Lipsia 1927. Delle lettere non si ha ancora in italiano una versione condotta sulla ed. presentata dal Mon. Hist. S. I. - Studi: Una buona bibl. sugli studi intorno alla vita del Santo, ai suoi metodi, ai suoi frutti, si ha in G. Schurhammer e I. Wicki, Epist. s. Francisci Xaverii (già cit.), I, pp. xxii-xxiii. Celestino Testore

VI. ICONOGRAFIA

La immagine più antica che sia giunta fino a oggi di s. F. S. è quella conservata nelle

cappellotte di S. Ignazio presso la chiesa del Gesù a Roma e che alcuni studiosi identificano con uno dei due ritratti del Santo ordinati dal visitatore Valegnani nel 1583 a Goa.

Tuttavia fondamento per la iconografia di lui può considerarsi un dipinto ad olio su tela, oggi nei depositi della Pinacoteca Vaticana, e che verosimilmente è il quadro collocato il 2 dic. del 1599 nella chiesa del Gesù a Roma, a destra dell'altar maggiore, di fronte a quello di S. Ignazio fattovi porre nello stesso tempo dai cardinali Baronio e Bellarmino. Il fatto che l'aureola e il giglio che il Santo tiene tra le mani appaiono aggiunti alla originario dipintura, a quindi probabilmente quando nel 1622 il Santo venne canonizzato, conferma quella ipotesi. In tale dipinto s. F. di S. indossa l'abito talare ed il mantello, è a capo scoperto ed ha il volto incorniciato da una barbetta bruna. Il quadro, collocato forse provvisoriamente sull'altare dedicato al Santo nella chiesa del Gesù, dove essere, intorno al 1623, cioè poco dopo la canonizzazione, sostituito da un altro dipinto, questo di grande pregio artistico e pur esso oggi conservato nella Pinacoteca Vaticana. Si vuol accennare al quadro di A. van Dyck rappresentante il Santo in atto di camminare a lunghi passi sullo sfondo di un paese. Il volto del Santo rivolto al cielo ha un atteggiamento di estasi mentre le mani aprono sul petto la tunica come a trarre sollievo per il grande ardore che gli infiamma il cuore. Questo gesto è rimasto poi tipico della iconografia del Santo. Completano la rappresentazione un gruppo di angeli che scende dal cielo ad imporre una corona di rose sul capo del Santo mentre nello sfondo del quadro si vede raffigurato un suo sogno: la visione cioè ch'egli ebbe di se stesso in una deserta campagna nell'atto di portare sulle spalle un vecchio indiano, accenno alla missione evangelizzatrice cui s. F. S. sacrificò la vita.

Ma anche il dipinto del van Dyck venne a sua volta tolto d'opera allora che, fra il 1674 e 1678, il frasal Pozzo, con l'aiuto di C. Maratta, rifece l'altare del Gesù ed il Maratta stesso vi dipinse il quadro raffigurante La morte del Santo. Numerosi ed importanti per pregio d'arte, alcuni dipinti, raffiguranti scene della vita e miracoli del Santo; fra gli altri, particolarmente notevoli quelli del Rubens con la sua Predicazione, nell'Hofmuseum di Vienna, un miracolo dipinto da Nicola Poussin nel 1642 ed oggi al Louvre, nonché un dipinto di Luca Giordano nella chiesa dei Gesuiti a Napoli, raffigurante il Santo che istruisce gli indiani.

Altre sue immagini di particolare interesse sono un dipinto di Carlo Dolci nella Galleria Pitti di Firenze, un altro del Sassoferrato ove il Santo ha il bastone di pellegrino, un altro ancora di Giovanni di Ruelas nell'Università di Siviglia, una statua nella sala capitolare della cattedrale di León ove il Santo ha la Croce, ed anche una statua del Günther e Sternberg, opera della seconda metà del sec. XVIII.

Particolare menzione meritano inoltre il quadro dipinto nel 1698 dal pittore colombiano Gregorio Vásquez (1638-1711), oggi nel santuario di Bogotá, raffigurante la predicazione del Santo, e una numerosa serie di sue immagini dipinte da artisti dei paesi ove il Santo svolse la sua attività d'apostolo.

BIBL.: G. Schurhammer - R. E. Kepler, Franz Xavier, ein Leben in Bildern, Aquigrana 1923; K. Künzle, Ikonographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1926, pp. 255-56; D. R. De Campos, Intorno a due quadri d'altare del Van Dyck per il Gesù di Roma ritrovati in Vaticano, in Bollettino d'arte del Min. della pubbl. istruzione, ott. 1936, pp. 190-65; G. Schüller, La figura di s. F. S. nell'arte occidentale ed orientale, in Illustrazione vaticana, 9 (1938), pp. 283-86; D. R. De Campos, Catalogo dei dipinti alandaci della Pinacoteca Vaticana, in Mededeelingen van het Nederlandsch historisch institut te Rome, parte 2ª, Gravenhage 1943, p. 173-184. Emilio Lavagnino
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“FRANCESCO SAVERIO (DON FRANCISCO DE JASU Y XAVIER), SANTO.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 962. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/francesco-saverio-don-francisco-de-jasu-y-xavier-santo.