FRANCIA

FRANCIA - F. di S.-E. - Circoscrizioni ecclesiastiche. 1) Confini di stazio; 2) Confini di circoscrizioni ecclesiastiche; 3) Ferrovie. In alto, a destra, cartina della Corsica.
FRANCIA - F. di S.-E. - Circoscrizioni ecclesiastiche. 1) Confini di stazio; 2) Confini di circoscrizioni ecclesiastiche; 3) Ferrovie. In alto, a destra, cartina della Corsica.

Bist. : Per la storia civile : E, Lavisse, Hist. de F, depuis le 3° ed., a 2° ed., 1° 1903; A. Longnon, Atlas historique de la F., 1° 1907; Id. L'art religieux en France du XIIe s., au XIIIe et la fin du moyen Age, 1° 1907; Id. Dupon-Ferrier, Id. Dupon-Ferrier, Id. Dupon-Ferrier, Id. Dupon-Ferrier, Id. Dupon Ferrer, Id. Dupon Ferrer, Id. Dupon Ferrer, Id. Dupon Ferrer, Id. Dupon Ferrer,

volceva provvedere allo sviluppo del suo Stato fammiglio sul Basso Reno. In seguito piena di disastri ci di turbolenze è la storia francese del sec. XV; dal 1415 al 1429 si ha la ripresa della guerra dei Cento anni con una lenta ripresa sino al 1453, cui tiene dietro un periodo di faticoso riassetto, in cui sono di fronte l'assolutismo monarchico, l'alta feudalietà e gli Stati Generali; questo duro e faticoso lavoro, fecondo di avvenire è abbandonato sul finire del secolo, con lo scopo di perseguire i sogni ambiziosi dell'impresa d'Italia e di un primato europeo, che dopo 66 anni di guerra lascerà la F. sconfitta e la monarchia debole e screditata.

Morto nel 1404 Filippo di Borgogna, zio del re e di fatto reggente, suo figlio Giovanni venne messo da parte da Luigi D'Orléans fratello del re, marito di Valentina Visconti, pessimo amministratore a sua volta; che il 23 nov. 1407 cadde vittima di un agguato del cugino di Borgogna che prese il governo, favorì Parigi il suo mercanti, determinando la reazione della feudalietà che si strinse attorno ai figli dell'Orléans sotto la guida del conte di Armagnac da cui prese il nome la fazione. Si ebbe allora una lunga guerra civile, mentre a Parigi la prepotenza della piazza e dell'Arte dei macellai del loro capo Caboche, provocando una reazione, dava la città in mano agli Armagnacchi.

Su questa F. turbata in sanguinata piombò la invasione inglese di Enrico V che cerca un diversivo alla sua difficile situazione interna con una guerra popolare e fortunata, per 14 anni i disastri francesi si susseguono: la caduta di Harfleur, la sconfitta di Azincourt (1415), la caduta di Rouen, l'assassinio di Giovanni duca di Borgogna, col susseguente Trattato di Troyes (1420) per cui il re diseredava il Delfino Carlo riconosceva come suo erede Enrico V, fidanzato alla figlia Caterina; ad esso aderiva il nuovo duca di Borgogna in modo che tutto il paese fino alla Loira, compresa Parigi, cadde in mano agli Inglesi. Nel 1422 alla morte del due vennero proclamati a Bourges il Delfino (Carlo VII) e a St-Denis il figlio bambino di Enrico V quale re di Francia e di Inghilterra. Nel 1429 la decadenza della F. è al colmo: gli inglesi si preparano ad Orléans a passare a sud della Loira, quando una fanciulla non ancora venne, Giovanni D'Arco che convinta, dalle sue visioni, della missione divina di salvare la F., si reca a Bourges, scuote l'inzerzì del re e della sua corte. Mandata con una spedizione ad Orléans mette in fuga gli inglesi, conduce il re a Reims a farsi incoronare e, benché cadesse in mano degli inglesi, da essi fosse mandata al rogo come strega, inizia veramente la riscossa della F., dove nel '53 sotto gli inglesi non rimaneva che Calais.

Da tante rovine risorge a nuovo prestigio la monarchia che se ne serve per instaurare una amministrazione regia e assoluta, libera cioè dalle limitazioni dei diritti feudali, delle franchigie comunali, degli Stati Generali. Essa ormai avrà una sua finanza, un suo esercito, una sua giustizia superiore a quella

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(Ini, Bihlioteca Vaticana)
Francia - Caria di Jacopo Angelo Sorentino (1472) - Biblioteca Vaticana, Urb. lat. 277, f. 123^{°}-124.

feudale e il controllo sulle amministrazioni locali. Il Concordato del 1516 poi pur appagando il desiderio papale di veder soppressa la praemunire di Bourges con i suoi principi galicani e basileiani, mentre la Chiesa di F. nelle mani della monarchia che presenta i candidati ai vescovati e abbazie per la investitura papale. Sono così 92 vescovati, 527 abbazie, oltre altri prioritari che permettono al re di compensare con ricche prebende ministri, favorire cadetti di famiglie nobili e persino diplomatici stranieri. Inoltre con l'incorporare i cadetti nobili nelle nuove milizie che Carlo VII crea nel 1445 al posto delle antiche brigantesche compagnie di ventura il re ammassare la riottosità delle famiglie; mentre i nobili maggiori son tolti dalle province e fatti cortigiani alla mercé del re e sottratti alla rovina economica. Sarà compito specifico di Luigi XI (1461-83) macchinare la rovina dell'alta feudalità, alla quale erano state distribuite le province quale appannaggio per i cadetti reali.

Ai metodi sleali degli ex-compagni egli rispose con altri egualmente falsi e crudeli per sfuggire agli impegni impostigli e alle promesse strappategli con le loro coalizioni ribelli anche se chiamate del Bene pubblico. Tragico fu il suo duello con Carlo il Tenore, rario duca di Borgogna che sognava un suo regno indipendente fra la F. e l'Impero che cade a Nancy (1477) sotto le picche degli svizzeri pagati, segrete, tamente, da Luigi XI. Luigi XI ne assorbe gli Stati francesi: e man manò ricostituisce l'unità territorio, dalle della F., riprendendo il Maine e l'Angiò, rito gliendo al fratello la Normandia e la Guiena, sterminando le case di Armagnac, Alençon, Nemours, St Pol, sottomettendo il duca di Bretagna, e occupando l'Artois, la Franca Contea, il Charolais (que sti scioccamente restituiti più tardi da Carlo VIII), la Piccardia e le contee di Borgogna e Boulogne, dominati questi già borgognoni. Domata la feudalità, egli saprà imporsi agli Stati Generali, convocandoli sempre più di rado. Sicché quando nel 1484, sua figlia Anna di Beaujeu, reggente del minorenne Carlo VIII, non terrà conto della proposta di limitare la taglia (che era divenuta la fonte maggiore delle entrate reali e veniva fissata ad arbitrio del re), la monarchia sicura delle sue entrate potrà dirsi veramente assoluta. Luigi XI, pur tra la riottosità interna e il pericolo borgognone non cessa di intervenire all'estero, anzi l'invadenza di Carlo lo spinge a contro-batterne l'azione con ogni mezzo, in Svizzera, Lorena e Italia, si da ridurre il ducato di Savoia a una specie di vassallaggio, benché gli resista proprio la sorella Iolanda, duchessa reggente. Si interpone anche fra Firenze e Napoli e fa spesso sentire il suo peso a Roma servendosi sia della Prammatica che delle ordinanze ecclesiastiche. Occupa come pegno di un prestito la Cerdagna e il Rossiglione e aspira alla Catalogna. Scomparso il Temerario, questa politica si fa più pesante: attiva pur senza veri interventi: la morte lo coglie quando l'eredità della Provenza, che gli dà i porti di Marsiglia e Tolone, lo mette di fronte al problema mediterraneo. Nella sua reggenza Anna de Beaujeu (1483-91) costretta a soffocare le nuove rivolte dell'alta feudalità, ha ancora la possibilità di assicurare alla Corona il ducato di Bretagna col matrimonio del giovane re con la erede del ducato. Sarà il giovane e romantico Carlo VIII (1483-98) che però varcherà le Alpi perseguendo il sogno della conquista di Napoli (quale erede dei diritti degli Angio) come tappa per Gerusalemme.

Costantinopoli. Liquidata la crisi di Bretagna con le disastrose cessioni ricordate, Carlo VIII da Senlis nel maggio del 1493 invia le sue ambasciate agli Stati italiani per chiedere il concorso. In Italia non si crede alla spedizione e si risponde evasivamente salvo a Milano che per il fatto di Genova è quasi vassallata: la ostinazione puerile del re vince le opposizioni interne e nel luglio del '94 già si combatte a Rapallo, e Genova è una base francese. Nell'ott. l'esercito francese è in Piemonte e, ai primi di nov., nella Lunigiana sforzesca e facilmente fa crollare l'opposizione di Firenze perché la città è per tradizione filofrancese, anche se l'incontro Piero de' Medici e legato agli Aragonesi di Napoli. Estorti denari a Firenze, la marcia procede facile fino a Roma: il 22 febbr. il re è in Napoli senza aver mai dato una vera battaglia. Gli Stati italiani sentono ora l'errore di aver rivelato la propria debolezza politica e militare e, spinti da Venezia e dall'Aragonese, che teme per la Sicilia con Napoli francese, formano una lega italiana ed europea; il re deve ritornare in F. con il proposito, durato sino alla morte, di ritornare in Italia. Purtroppo la monarchia francese si così impegnata in questa linea che, danno ai suoi veri interessi, coalizza contro di essa tutta Europa da persistervi fino al 1559, perché il successore, Luigi XII (1498-1515) quale nipote di Valentina Visconti, organizza subito la conquista di Milano con l'aiuto di Venezia e di Alessandro VI. Milano è presto occupata, la F. possiede con ciò la chiave d'Italia, ma Luigi XII continua l'errore di Carlo VIII a aspira a Napoli. Il Regno meridionale è presto occupato e spartito con l'Aragona ma anche perduto appena sorte le prime rivalità, e Luigi XII avrà così convinto la Spagna che Napoli non può restare spagnola con Milano francese. La politica italiana di Luigi XII prosegue contro Venezia con la lega di Cambrai, ma la riscossa di Venezia porterà a quella coalizione antifrancese che era nella logica europea, all'espulsione dei francesi da Milano (1512) e all'invasione della F. da parte di inglesi e imperiali: nel 1515 Luigi XII morendo vedrà perdute tutte le sue conquiste. Il cugino e successore Francesco I di Valois-Angoulême (1515-47) con la vittoria di Melegnano (1515) riprende Milano, ma appena per 6 anni, perché riaperta la guerra con la Spagna, ora strumento delle ambizioni imperiali di Carlo V, la F. la perderà e per sempre. Nuove spedizioni falliscono e la più grave disfatta sarà quella di Pavia (1525) per la quale Francesco I, fatto prigioniero, pur di tornare libero rinuncerà all'Italia e alla Borgogna. Poi per salvare questa provincia si gioverà della Lega di Cognac (1526) con gli Stati italiani come di uno spauracchio, finendo con l'abbandonare i suoi alleati nella pace di Cambrai (1529).

L'Italia è già perduta anche se nel 1536 Franco cesso il occupa il Piemonte col pretesto dell'eredità di sua madre Luisa di Savoia; la lotta contro le ambizioni universali di Carlo V si sposta dall'Italia verso le Fiandre per la recisa neutralità di Venezia e di Paolo III malgrado gli intrighi francesi, e la F., per cercare alleati equilibratori, dovrà ricorrere agli Ottomani, alle loro flotte corsare del Mediterraneo e ai principi riformati tedeschi che frenano la potenza imperiale di Carlo V. Grazie ad un equilibrio di forze, la F. non è intaccata dalle invasioni dell'Imperatore, però gli ultimi tentativi di Francesco I suo figlio Enrico II (1547-59) non hanno alcun esito; e a Cateau-Cambrésis nel 1559 i patti di 30 anni

prima a Cambrai sono confermati, le terre italiane occupate in Corsica, Toscana e Piemonte vengono definitivamente sgombrate; unico miglioramento ha ripresa di Calais e l'occupazione di Metz, Toul, Verdun e del Saluzzese.

Alle guerre rovinose si aggiunse la cattiva amministrazione. Luigi XII aveva cercato di alleviare tributi e togliere ingiustizie meritandosi il titolo di padre del popolo; ma con Francesco I, alle esigenze belliche si aggiungono quelle di una corte brillante e sfarzosa che viaggia continuamente col suo treno di più di diecimila cavalli. Il bilancio, malgrado l'attrezza della taglia, stenta ad essere in equilibrio negli anni ordinari, e perché la guerra è quasi costante si ricorre ai prestiti specie con i mercanti italiani di Lione e alla disastrosa vendita degli uffici moltiplicati a questo scopo e resi poi anche cedibili; il che, se da un capitale al momento, priva per sempre lo Stato della rendita corrispondente. La pressione tributaria, la svalutazione del denaro che riduce il valore dei censi e dei salari, turbano la vita economica; vi è quindi verso la fine del periodo un malcontento per il disagio economico per la crescente centralizzazione amministrativa che, non sempre utile, in ogni caso disturba abitudini e interessi.

Alla guerra italiana e alla pace del '59 seguì in P. un quarantennio di agitazioni e di guerre civili che si svolgono dire religiose e cioè lotte tra riformati (ugonotti) e cattolici, ma in fatto queste guerre hanno origini ben più complesse come lo scredito della monarchia sconfitta, la debolezza del governo di tre re minori o quasi (Francesco II [1559-60], Carlo IX [1560-74], Enrico III [1574-89], i tre figli di Enrico II). Tale debolezza permette alla feudale di tentare una rivincita sulla monarchia servendosi del pretesto religioso, mentre questa persegue una politica di tolleranza ed equilibrio tra le due fazioni. Alla monarchia francese manca quell'interesse per la Riforma che hanno i principi tedeschi per impadronirsi dei grandi beni ecclesiastici, poiché il re ne può disporre in altro modo, né esistono in F. veri principati ecclesiastici. Già Francesco I pure in lega coi protestanti tedeschi, se da prima tenne un contegno incerto, poi si rivede severo e sospettoso verso i riformati di cui molti dovettero esulare tra cui Giovanni Calvino.

Il partito riformato, dapprima diffuso nei ceti inferiori malcontenti, cambiò faccia quando nel '58-59 vi aderirono i Borboni e i Condé, ultimo ramo della famiglia reale oltre quello regnante, che si era avvantaggiato col matrimonio di Antonio di Borbone (fratello di Luigi di Condé) con Giovanna d'Albert, crede della Navarra francese. Da quella adesione il partito assunse carattere politico, quale ripresa della lotta della feudale contro la monarchia, esigendo oltre la libertà del nuovo culto il riconoscimento dei diritti dei principi del sangue, specie in odio ai duchi di Guisa, di origine lorenese, che per la bravura del maresciallo Francesco, prevaleva nel governo ed era il capo del partito cattolico. Durante la minorità di Carlo IX la reggente Caterina de' Medici (che finì con l'essere in odio ad ambo i partiti e a cui si rinfacciava l'origine italiana) negli Stati Generali del '56 pubblicò una Ordinanza di conciliazione. Ma nel '62 un grave incidente provocato dal Guisa a Vassy fa scoppiare la guerra civile. Le paci di Amboise ('63) Longjumeau ('68) non sono che tregue. Dopo quella di S. Germain ('70) il capo calvinista Coligny cerca di guadagnarsi Carlo IX prospettando

dogli la conquista della Fiandra ribelle Filippo II. Questo breve episodio degli ugonotti con la monarchia fu tragicamente interrotto dall'eccidio della notte di S. Bartolomeo (24 ag. '72) in cui a Parigi, col consenso del re, numerosi ugonotti vennero uccisi sotto l'accusa di complotto contro il re. Indi nuova guerra civile è atteggiamento antimonarchico del calvinismo e vana pace del 1576 perché la grande maggioranza francese e gli Stati generali erano contro gli editti di tolleranza. La guerra civile si aggravò poi quando morto nel 1584 il fratello del re, a sua volta senza figli, la successione toccava a Enrico di Navarra ugonotto. La lega cattolica, capeggiata da Enrico di Guisa, accettò la dichiarazione di papa Sisto V che il Navarra non poteva, come eretico, succedere al trono a Parigi assunse un atteggiamento ostile al re stesso che fece uccidere nelle sue stanze a Blois il 23 dic. '88 il Guisa, ma che sua volta il 19 ag. '89 veniva assassinato sotto Parigi che era andato ad assediare con Enrico di Navarra.

Per quanto designato dal re morente, Enrico IV (1589-1610) non fu che parzialmente riconosciuto a Parigi invocò l'aiuto di Filippo II e ricevette una guarnigione spagnola. Furono quattro anni di guerra confusa, ma lentamente prevalse il sentimento nazionale: Enrico IV, già convinto delle necessità della conversione, nel '93 abiurava e veniva consacrato re l'anno dopo in Parigi: la guerra si volgeva ora contro la Spagna che nella pace di Vervins ('98) riconfermava i confini del 1599; poco prima il re con l'editto di Nantes (30 apr. 1598) aveva concesso ai protestanti libertà di coscienza e parziale di culto, e in più come garanzia il possesso di alcune piazze di sicurezza fra cui La Rochelle, concessione politica che Richelieu limiterà come pericolosa. Enrico IV seppe con mano ferma ristabilire l'autorità regia decaduta, rimediare ai danni della guerra civile, migliorare le finanze, diminuire la taglia, favorire le industrie e la colonizzazione in America; rinunciando a Saluzzo ottenne da Carlo Emanuele di Savoia la Bresse il Bugey (1601). Sanate le ferite maggiori, la F. ritorna ora al vecchio sogno di primato europeo; la resistenza in Germania dei protestanti alla avanzata cattolica offre un'occasione alla rivincita sugli Asburgo. Ma la voce di accordi con i protestanti turba i cattolici il re cade vittima di un fanatico (14 maggio 1610) lasciando erede un bambino di nove anni (Luigi XIII [1610-43]) sotto la reggenza della regina Maria de' Medici.

Con la scomparsa di una così grande personalità si ha una politica di debolezza verso la nobiltà e gli ugonotti, tornati prepotenti, di sperperi del tesoro per calmare i malcontenti, di convocazione degli Stati Generali (gli uccelli di malaugurio della monarchia) e di prevalenza nel governo dei favoriti fiorentini della regina fra cui primo il Concini, marito di una sua dama, il giovane re nel 1617 se ne libera facendolo assassinare e allontanando la madre, per cadere in balia di incapaci e disonesti. Verso l'estero si venne a una stretta unione con la Spagna, combinando anzi il matrimonio del re con la figlia di Filippo III e si assiste ineriti alla prima fase della guerra dei Trent'anni e ai trionfi imperiali. Solo con l'avvento del Richelieu nel 1624 la F. ebbe un governo una politica sua che Luigi XIII, pur debole, ebbe il merito di sostenere contro tutta la corte. Richelieu riprese i metodi di Enrico IV sottomettendo la feudali, gli ugonotti, i Parlamenti e stroncando senza pietà gli intrighi della regina madre e del fratello del re. In politica estera riprese per gradi la

lotta contro la Casa d'Austria, prima cacciandola dalla Valtellina poi portando un principe francese (Gonzaga-Nevers) a Mantova e Casale e facendosi cedere dai Savoia Pinerolo per avere un piede in Italia. Poi, per quanto vescovo zelante di Luçon ed efficace po- lemista contro i protestanti, non esitò a servirsene sul piano politico, per controbattere l'assolutismo im- periale, prima aiutando gli svedesi poi intervenendo direttamente in Germania e nelle Fiandre. La sua politica fu condotta poi a buon termine dal card. Mazzarino a lui successo dopo la sua morte nel 1422 e quella del re nel 1433, durante la reggenza di Anna d'Austria. Con la pace di Vessalina nel 1481, l'impero cedette alla F. l'Alsazia, meno Strasburgo, e riconobbe la semi-indipendenza dei principi tedeschi. Terminata felicemente la guerra germanica, restava al Mazzarino da vincere la guerra con la Spagna e la opposizione del Parlamento di Parigi alle nuove tasse degenerata in vera rivolta della popolazione, e poi, domata questa, l'opposizione dei principi quando egli fece arrestare il Condé che pretendeva di essere l'ar- bitro del governo (Fronde parlamentare) a princo- pesca). Mazzarino dovette esulare (1551-53) e tornò solo quando le discordie dei suoi nemici e la tenace fiducia della regina madre glielo permisero. Egli cercò allora di riparare alle gravi perdite causate dalla Fronde e riuscì con l'alleanza dell'Inghilterra di Cromwell ad obbligare la Spagna alla pace dei Pirenei (7 nov. '59) che dava alla F. la Cerdagna e il Ros- siglione, gran parte dell'Artois e città delle Fian- dre, mentre col matrimonio di Luigi XIV con l'In- fanta di Spagna, Maria Teresa, poneva quasi un'ipo- teca sull'eredità spagnola. Due anni dopo moriva (1661) lasciando la F. al primo posto in un'Europa mezza distrutta dalle guerre.

Con Luigi XIV (1643-1715) si ha il grande se- colo, l'età d'oro della F.: non solo la potenza di Luigi XIV domina l'Europa, ma la corte di Versailles col suo sfarzo è il modello delle corti europee, le mode francesi si impongono ovunque, la letteratura e la cultura sono celebrate a imitare in tutti i circoli dotti d'Europa. Il Regno di Luigi XIV (uomo di alto ingegno e di meravigliosa attività) cominciato con grandi trionfi finisce disastrosamente per le continue guerre che fanno sorgere contro di lui coalizioni sem- pre più vaste. Nella prima guerra contro la Spagna ottiene città delle Fiandre, fra cui Lilla, nella seconda contro l'Olanda ottiene nella pace di Nimèga (1678) la Franca Contesa, e poi durante la pace con le Ca- mere di riunione occupa nuove città tra cui Strasburgo (1682); queste e altre pretenze, tra cui il bombardamento di Genova (1685), promuovono la Lega di Augusta (1688-97) che obbliga Luigi XIV a restituire gran parte di quanto aveva occupato. Nell'ultima guerra, di successione di Spagna (ca. 1703-13), per avere accettato il trono spagnolo in favore del nipote Filippo V si vide addosso quasi tutta Europa e co- stretto il chiedere pace accettando lo smembramento del dominio spagnolo a vantaggio dell'Austria (U- trecht, 1713). Nel 1715 il re moriva lasciando crede un pronipote di cinque anni sotto la Reggenza (1715-1723) del duca d'Orléans. All'interno per la vita eco- nomica, malgrado agli inizi vi fosse stata l'opera del grande ministro G. B. Colbert, la F. era in condizioni ro- vinosi. Il dispotismo regio aveva soppresso ogni auto- nomia e libertà. In materia religiosa non soltanto era stato soppresso l'editto di Nantes (18 ott. 1685) che regolava i rapporti con i riformati, ma se ne era voluto imporre la conversione con mezzi militari, provocando l'esodo di migliaia di Francesi. I rapporti con la S. Sede furono messi ripetutamente alla prova dalle prepotenze di Luigi XIV particolarmente nel 1662 sotto Alessandro VII a proposito dell'episodio della guardia còrse a Roma e poi nel 1687 a proposito dei cosiddetti privilegi delle ambasciate, cui il re non intendeva rinunciare, nonostante gli abusi cui ave- vano dato origine e la rinuncia delle altre potenze. Ma assai più gravi furono due controversie teologiche che tennero agitati gli animi. La prima fu quella delle famose libertà gallicanesche pretendevano li- mitare l'autorità pontificia, e, come conseguenza, la sua infallibilità, e che riapertasi sino dal 1651, cul- minò nel marzo del 1682 con la proclamazione da parte dell'Assemblea del clero francese dei quattro ar- ticoli prontamente sanzionati dal Re. La seconda con- troversia, che va tenuta distinta dalla precedente, fu quella del giansenismo (v. GIANSENISTI, PEDAGOGIA DEI) che nelle sue diverse fasi e condanne, avvalendosi dei quattro articoli, concorse a scompagnare la disciplina ecclesiastica e la dovuta dipendenza della S. Sede. Né va QUIETISMO (v.). Il settantennio che va dalla morte del «gran re» alla Rivoluzione non è che un continuo muoversi verso la crisi finale.

La decadenza sempre più grave della monarchia con le guerre sfortunate, la vita scandalosa di Luigi XV (1715-74) e i costumi della corte, la disastrosa politica finanziaria mentre si accentua nell'opinione pubblica la convinzione di un necessario rinnovamento della costituzione politica sociale, conducono la F. verso un tracollo catastrofico. Però la F. è sempre il centro d'Europa per l'arte, la letteratura, la filo- sofia, le mode: la sua azione è immensa in ogni campo nonostante il decadere del suo prestigio po- litico. La guerra di successione polacca per mettere sul trono Stanislao Leczinski, padre della regina, fallisce il suo scopo ma fa sperare alla F. la Lo- rena (Nancy) data temporaneamente a Stanislao, men- tre in Italia obbligava l'Austria a lasciare Napoli e la Sicilia: la seconda per la successione d'Austria, piena di disastri, servi solo, come si disse allora, per il re di Prussia che si guadagnò la Slesia. Nella terza guerra, detta dei Sette anni, si ebbe il rove- sciamento delle alleanze attribuito dall'opinione pubblica alla Pompadour: esso costò alla F. il Canada, il Senegal e la Louisiana. Poco dopo per controbilanciare la prevalenza inglese nel Mediter- raneo viene occupata la Corsica (1768). L'opinione pubblica si fa sempre più ostile per gli scandali della vita privata del re, gli sperperi a cui essa dà occasione, la debolezza della politica estera nella quale irretito dagli intrighi dell'Austria lasciò compiersi la prima spartizione della Polonia. Si accentuano nella lette- ratura le critiche alla vecchia costituzione, i resti dei privilegi feudali, mentre il terzo stato aspira a una partecipazione al governo proporzionata alla sua importanza economica.

Molte speranze si avevano sul nipote Luigi XVI (1774-92), ma alla sua natura buona ed onesta non corrispondeva né l'ingegno né la volontà, mentre il compito di riformare uno Stato così disordinato era tale da far tremare un Enrico IV; aggravava i difetti del re la regina Maria Antonietta d'Austria, non certo colpevole come la presentavano i libelli calunniatori, ma frivola, amante del lusso portata a ingerirsi nella politica per favorire i suoi amici o gli interessi della sua Casa. Fra i nuovi ministri il Turgot era onesto e capace e di alta competenza economica ma senza