GENII E AMORI

GENII E AMORI. - I. *Nell'arte pagana*. - Il concetto di G., così etimologicamente preciso nell'antica religione romana, si venne alterando quando i Romani vennero a contatto con la religione e la mitologia greca. Non si trattò più, allora, del dèmone che ha in custodia il singolo uomo o il singolo luogo, ma, in dipendenza del suo significato fondamentale, il G. passò a significare trasformatamente le personali voglie e tendenze, donde la frase *genio indulgere* nel senso di assecondare la propria inclinazione o piacere. Da ciò deriva il ravvicinamento con il mistico Eros (Amore) con il suo seguito di Eroti (= Amori), latinamente Cupido e Cupidines, concepiti e raffigurati come fanciullini forniti di ali a significare la mobilità e volubilità del sentimento amoroso e poi adottati a rappresentare grazioso scene di genere. Notissimi sono gli amorini Rospigliosi conservati nel Museo delle Terme (Roma) e la pittura della casa dei Vettii a Pompei, dove si vedono amorini intenti a fabbricare l'olio, a modellare preziosi come gioiellieri, a vendere il vino. Gli amorini o genietti alati vengono anche introdotti ad animare scene mistagogiche, come la scena della toletta della matrona nella pittura della Villa Item a Pompei e vari stucchi della Basilica dei Misteri a Porta Maggiore. Né sono da dimenticare i cosiddetti Attis funerari, G. in aspetto giovanile, derivati dai due che fiancheggiano, nei bassorilievi mitriaci, la scena della tauroctonia, raffigurati uno con la fiaccola alzata (sole che sorge), l'altro con la fiaccola rovesciata e spenta (sole che muore).

2. *Nell'arte cristiana*. - Nelle pitture, sculture e musicali paleocristiani gli artisti introdussero di frequente quale motivo decorativo genietti (punti e amorini) alati e non alati nelle pose più svariate e graziose. Sono figure - scrive G. B. De Rossi - in sé indifferenti, poste per complementi della composizione secondo il gusto ed il costume della scuola classica, dalla quale escono i primi

artisti » (Bullettino di arch. crist., 1a serie, 3 [1865], p. 43). Quindi non si devono considerare né come Cupidi né tanto meno come angeli. Le scene più comuni nelle quali compaiono i genetti sono le campestri e le marine; i genetti vendemmiatori o salterellanti fra i pampini si vedono nella volta dell'ipogeo detto dei Flavi a Domitilla (sec. II; parte non riprodotta dal Wilpert, cf. però altro affresco del sec. IV di Domitilla in Pitture, tav. 148), in un sarcofago del sec. IV con il Buon Pastore al centro e ai lati (id., Sarcofagi, tav. 117, 4), nel sarcofago porfirético di S. Costanza e in due riquadri musivi del mausoleo omonimo (sec. IV); genetti rappresentati quali giardinieri, mietitori, vignaiuoli e boscaioli sono rappresentati nelle scene delle stagioni (cf., ades., quelle affrescate in Pretestato, sec. III; id., Pitture, tav. 32-34, e in Marco e Marcelliano [sec. IV], ibid., tav. 245, oppure nei sarcofagi: id., Sarcofagi, tav. 69, 2, 117, 2-3); nelle scene campestri sono anche intenti a custodire pecore (id., Pitture, tav. 31, in Domitilla, sec. II) o a mungerle (id., Sarcofagi, tav. 117, 4); nelle scene marine cavalcano uccelli, guidano fragili barchette, pescano con la rete, con la lenza, con la ficoina o con il laccio, si tuffano nell'acqua, come nel museo scomparso della volta di S. Costanza (sec. IV), nel pavimento musivo del duomo di Aquileia (sec. IV), nei fregi inferiori dei catini di S. Giovanni in Laterano e di S. Maria Maggiore nei quali Jacopo Turriti ha certamente imitato modelli classici. Talvolta sostengono ghirlande fiori (id., Pitture, tav. 184, 188, 211), sono intercalati con oranti (Cripte di Lucina fine sec. II; ibid., tav. 25; SS. Pietro e Marcellino, sec. IV; ibid., tav. 217), sono posti su peducci di fiori (ibid., tav. 2), occupano il centro della volta di cubicoli (ibid., tav. 2, 3, 4), portano certe (Coemeterium Maius). Nel cimitero dei SS. Pietro e Marcellino un genetto tiene il posto del Buon Pastore (Wilpert, Pitture, tav. 217). Nei sarcofagi sorreggono le imagines clypeatae (id., Sarcofagi, ad. es., tav. 11, 4, 32, 3, 37, ecc.), e spessissimo i cartigli per iscrizioni (ibid., ad es., tav. 11, 4, 14, 3, 128, 1, ecc. anche nelle Pitture, tav. 218). A un combattimento di galli assistono due geneti, il gallo vincente ha vicino il genetto con la palma, mentre il vinto ha il genetto piangente (id., Sarcofagi, tav. 156). In taluni sarcofagi cristiani si trova il G. della morte con la face rovesciata, di sapore prettamente pagano (ibid., tav. 68, 6, 71, 4, 76, 2, 132, 1). Nei vetri dorati i G. coronano spesso i personaggi ivi rappresentati. Per le raffigurazioni del mito di Amore e Psiche, dove spesso si riscontrano pure genetti, V. AMORE e PSICHE.

Il motivo ornamentale dei genetti tende a scomparire nell'arte del medio e basso medioevo tranne in rari casi, come nella scultura di Wilgelmo sulla facciata della cattedrale di Modena (sec. XII), per nuovamente ricompariere frequente nella pittura e scultura del Rinascimento e quindi nella barocca e nella moderna. - Vedi tav. I.

BIBL.: Per il mondo pagano: A. Mau, Pompeii, in Leben und Kunst, 2a ed., Lipsia 1908, pp. 338-59; G. E. Rizzo, Dionysos Mystes, in Atti Accad. di Napoli, 1914, specialmente la tav. 14 che contiene le tre scene della toletta d'una donna; P. Ducati, L'arte in Roma dalle origini al sec. VIII, Bologna 1939, pp. 111-28; 161, 203 seq.; tav. 92, 2; F. Cumont, Recherches sur le symbolisme funéraire des Romains, Parigi 1942, pp. 347 seq.; 407 seq. Per il mondo cristiano: H. Leclercq, Amours, in DACL, I, 11 (1907), coll. 1606-48; Wilpert, Pitture, I, p. 21; id., Sarcofagi, I (testo), p. 92; II (testo), pp. 265, 351; F. Grossi Gondi, I monumenti cristiani iconografici ed architettonici dei sepi primi secolo, Roma 1923, pp. 49, 138, 187. Nicola Turchi-A. Pietro Frutaz