GESÙ CRISTO - G. C. opera il miracolo di Cana. Miniatura del Pontificale di Landolfo I (957-84) - Roma, Biblioteca Casnatanense, cod. 724 B I 13.
rezione cf. J. Schmitt, Jésus ressuscité dans la prédication apostolique, Parigi 1949). Le tre linee succégnent della loro catechesi, gli Apostoli le videro concretamente nei fatti di G. risorto. G. risorgendo si manifesta come Figlio di Dio e il C.: a tal miracolo si era appellato come alla prova suprema (Mt. 12, 39 segno di Giona; Io. 2, 19 il Tempio ricostruito) e ora manifesta la gloria del Padre nella sua faccia (II Cor. 4, 6). Si manifesta tale con miracoli (la pesca, Io. 21, 1-14 provoca la fede: è il Signore, ibid. 7. 12) con il predire il futuro (ibid. 18) con il conoscere le cose lontane e il cuore degli Apostoli, il che provoca la esclamazione «Signore mio e Dio mio» (Io. 20, 27-28). G. risorto si attribuisce in affermazioni esplicite la messianità e la divinità: ai discepoli di Emmaus (Lc. 24, 26-27); agli Apostoli (ibid. 44-49), ai discepoli per mezzo di Maria Maddalena (Io. 20, 17), agli Apostoli nel mandarli come il Padre ha mandato lui: ibid. 21.
G. si manifesta come il donatore dello Spirito del Padre; ne dà le primizie nell'atto di comunicare la missione ricevuta dal Padre e il potere di rimettere i peccati (Io. 20, 21-23). Lo promette, comandando agli Apostoli di rimanere in Gerusalemme, finché non siano rivestiti di «virtù dall'alto» (Lc. 24, 49: che è la virtù dello Spirito Santo, Act. 1, 4-8). G. così adempie l'altra profezia messianica, che prometteva per i suoi giorni l'effusione dello Spirito del Signore: Is. 32, 15; Ioel. 2, 28-32 [ebr. 3, 1-5]. L'effusione dello Spirito portava con sé la conferma nell'apostolato, specialmente nel suo ufficio di rendere testimonianza al Risorto: Act. 1, 8: «riceverete la forza dello Spirito Santo, che viene sopra di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea e Samaria, e fino ai confini della terra». La nuova vita che essi testimoniano l'hanno vista e toccata con le proprie mani (cf. I Io. 1, 1-3) e perciò connettendo questa esperienza con quella di G. prima della sua morte, ne riportano la convinzione della identità della nuova vita con la precedente, della sua realtà concreta, ancora umana, benché già spirituale. Lo vedono mangiarne con loro (Lc. 24, 41-43) e preparare loro da mangiare (Io. 21, 9-14; cf. la impressione fatta sugli Apostoli, in Act. 10, 42), lo ascoltano spesso sia che domandi il loro amore (Io. 21, 15-17), o commiseri o rimproveri le loro debolezze (ibid. 20, 27; Lc. 24, 13-31; Mc. 16, 14), sia che corregga le loro idee sul carattere del suo Regno (Act. 1, 7) ecc. Mentre constatano la nuova vita di G., del tutto simile alla vita precedente, gli Apostoli ricevono dal Risorto la conferma delle promesse già loro fatte e ne ricevono la missione definitiva: il primato conferito a Pietro (Io. 21, 15-18), a tutti la missione di predicare il Vangelo, con la promessa di una continua assistenza e del sigillo dei miracoli (Mt. 28, 18-20; Mc. 16, 15-18) e con la sanzione del premio o della pena a crederà o no.
La rivelazione esplicita che egli ora fa del mistero della Trinità delle Persone in Dio nell'unica natura è il culmine delle sue manifestazioni, la formula trinitaria segnerà il significato del Battesimo cristiano, ingresso nella società religiosa, cui G. con questo atto dà la forma definitiva. Egli dopo aver infatti parlato delle cose che spettano al Regno di Dio (Act. 1, 3) per quaranta giorni, e aver così compiuto l'opera sua e lasciato agli Apostoli di trasmettere il suo messaggio di salute e di insegnare agli uomini a osservare tutto ciò che egli aveva comandato loro, fu elevato al cielo (ibid. 1, 9; Lc. 24, 51; sul fatto dell'Ascensione e sui problemi di critica letteraria e storica cf. V. Larranaga, La Ascensión del Señor en el Nuevo Testamento, Madrid 1943).
e) Conclusione. - G., l'uomo nato in Palestina sotto l'Impero di Augusto e morto sotto quello di Tiberio, continua a porre un problema, come lo pose ai suoi contemporanei. Il problema di G. lo sente ogni uomo, cui è giunto il suo nome. Nessuno può negare ragionevolmente l'esistenza terrena di G. e neppure i caratteri della sua vita, poiché un sano senso di critica storica impone di attribuire valore

Geso Cristo - G. C. opera il miracolo di Cana. Miniatura del Pontificale di Landolfo I (957-84) - Roma, Biblioteca
alle fonti che raccontano la sua vita, e vieta di
dirle frutto della fede di una comunità ecclesiale
sorta nel I sec. Ammessa l'esistenza di G. quale ci
viene presentata dai Vangeli, sorge il problema del-
l'interpretazione di questa vita. G. si presenta come
uno che parla in nome di Dio, come l'ultima parola
di Dio all'umanità, come quello in cui Dio, che si
era rivelato già (e anche gli interventi nella storia del-
l'uomo e di un popolo in particolare sono ineccep-
ibili, anche dal punto di vista puramente scientifico),
ora si rivela definitivamente. A chi porta un messag-
gio di Dio, l'uomo chiede istintivamente che mani-
festi che Dio è con lui, e si circondi di testimonianze.
Ora lo sguardo rapido alla vita di G. mostra che
egli si è circondato di testimoni, che ne trasmettono
la parola e ha mostrato con i miracoli che Dio è
con lui.
Chi legge i Vangeli, anche con lo spirito più distratto,
vi cerca sempre una risposta al problema della sua vita,
come la vita di G. risolva i suoi problemi spirituali, come
egli lo salvi (tale è il problema personale di ogni uomo:
salvarsi). Così il problema dell'interpretazione della vita
di G. si complica con il problema di ogni uomo: come
G. salva me e l'umanità. G. si presenta come Salvatore,
come avente in sé l'unico Dio vivente. In lui c'è Jahweh,
che continua a offrire la salvezza all'uomo. La vita di G.
si presenta come una continua e progressiva manifesta-
zione e donazione di Dio per salvare. G. volle prolungare
nei secoli il suo influsso salvifico per mezzo di una isti-
tuzione, in cui egli rimarrà presente, e a cui ogni uomo
potrà domandare la salvezza.
Però la vita di G. ha una difficoltà che per noi lontani
sembra comprometterne la virtù di salvezza. Si vedono
davanti a G. due classi di uomini: egli rimane come in
un centro, da cui molti si allontanano sempre, e a cui
altri sempre si avvicinano. Da una parte i discepoli che
con sforzo continuano di penetrazione, condotti dallo stesso
G., ne penetrano alfine il mistero; dall'altra i farisei e gli
altri capi del popolo che progressivamente si allontanano,
per dargli infine la morte. Ognuno si domanda il perché
di tal diverso atteggiamento, e da quale parte è destino
che egli si ponga, e se G. C. sarà per lui salvezza o per-
dizione. Un attento esame dei testi fa vedere la ragione
profonda del rinnegamento degli uni e della felicità degli
altri. Ognuno si rende conto che per penetrare il mistero
di G. ci vuole la fede, l'umiltà, il cuore retto dei discepoli
e delle donne di Galilea: è un mistero che, dopo averne
visto tutta la convenienza, si deve accettare; l'accettarlo
è la fede, che passa dalle prime fasi di conoscenza im-
perfetta fino al contatto personale con G. C., e all'espe-
rienza di ciò che egli è ancor oggi. La progressiva assi-
molazione del suo mistero è il frutto di salvezza, che egli
ancor oggi offre all'uomo. Se in un primo momento la
esigenza della santità di Dio che si rivela in lui e la irra-
diazione della gloria di Dio che risplende nel suo volto
possono turbare e sconvolgere e forse anche allontanare
quelli che hanno amato più le tenebre che la luce (Io.
3, 20), in un secondo momento, appena sia accettato il
mistero, G. si inserisce nella vita di ciascuno e incom-
incia a operare: il mistero di G. non turba più, ma
conforta e salva. G. diventa il Salvatore di ognuno che
lo accetta. Per la bibl. v.: VI. G. C. nella storiografia.
Il. G. C., Legato divino.
Sommarino:
I. Le affermazioni messianiche
II. La provadei miracoli. - III. Il miracolo della Risurrezione.
I. Le affermazioni messianiche
Chi è G.? Che cosa ha egli detto in concreto della sua perso- nalità e della sua missione?Quando compare G., le speranze messianiche del
popolo giudaico avevano raggiunto il più alto grado
d'intensità. Ne fanno fede i libri neo-testamentari,
la letteratura rabbinica ed anche alcuni libri pagani.
Quando i Magi giunsero nella Giudea per vedere
il Messia, Erode chiese ai dottori della legge «dove
sarebbe nato il C.», non già se dovesse venire il C.
(Mt. 2, 1-4). La profetessa Anna, che trovavasi nel
tempo al momento della presentazione di G. bam-
bino, «parlava di lui a quanti attendevano la reden-
zione di Gerusalemme» (Lc. 2, 38). Anche il vecchio
Simeone «aspettava la consolazione d'Israele» (ibid.
25). Giovanni Battista sulle rive del Giordano annun-
ziava prossima l'instaurazione del Regno di Jahweh,
e molti credevano che proprio il Battezzatore fosse
il Messia promesso (ibid. 3, 15-17; Io. 1, 19-28).
L'attesa messianica risulta ancora da vari atteggi-
menti presi nei confronti di G. dai discepoli del Battista,
dal popolo e dai capi del giudaismo (cf. Mt. 11, 2-3;
12, 23; 17, 10; Mc. 11, 7-10; 14-61; Io. 4, 25; 6, 14, ecc.).
Nei libri giudaici dell'epoca abbondano le descrizioni in-
torno alla persona e alla missione del C. Si può arguire
da essi quanto tutti sentissero imminente la comparsa del
restauratore d'Israele (cf. varie citazioni nel D'ThC,
VIII, coll. 1126-32). Altra prova di questa aspettativa
ardente è la comparsa di molti agitatori che si spacciavano
per inviati dell'Abitissimo. Si ricorderanno, fra tanti, Giuda
Galileo nel 6 d. C. (G. Flavio, Ant. Jud., XVIII, 1, 1 e
Aet. 5, 37) un certo Teoda (ibid. 5, 36), un altro giudeo
venuto dall'Egitto che riuscì ad attirare intorno a sé mi-
gliaia di sicari ai tempi del procuratore Felice, e uno
scriba di nome Mattia (G. Flavio, op. cit., XX, 3, 6;
Bellum Jud., II, 13, 5 e Aet. 21, 38). L'aspettazione di
un grande liberatore era passata dal giudaismo anche nel
mondo pagano, stando alla testimonianza di Svevonio e
di Tacito. «Percheuerat Oriente toto - dice Svevonio -
vetus et constans opinio, esse in fatis, ut eo tempore Iudaea
profecti rerum potientur. Id, de imperatore romano, quan-
tum eventu postea patuit, praedictum, Iudaei ad se trahentes
rebellarunt» (Vespasianus, 4; cf. Tacito, Hist., V, 13).
Sembrerebbe che la critica razionalista, la quale pre-
tende di spiegare tutto naturalmente, non dovrebbe sen-
tire troppa difficoltà ad ammettere la coscienza messianica
di G. in un ambiente simile. Ma non è così. I razionalisti
vedono assai bene che la figura religiosa e morale di G.
non può rientrare nel quadro dei predetti agitatori. Egli
è troppo santo per essere un impostore o un politicante
rivoluzionario; è troppo saggio ed equilibrato per essere
un illuso. Quindi, se si riconosce in lui una ecoscienza
messianica, questa deve ritenersi autentica, cioè d'origine
soprannaturale.
G. ha affermato di essere il Messia, ed il messia-
nismo da lui proclamato ha una fisionomia tutta
propria che trascende immensamente le idee domi-
nanti in quell'epoca.
Uscito dal deserto, dove aveva trascorso quaranta
giorni, G. comincia subito a procurarsi dei discepoli.
Si rivela ad essi come il C. annunziato dai Profeti,
tanto che Andrea fin dal primo giorno può dire al
fratello Simone: «Abbiamo trovato il Messia». G.
conferma l'opinione dei primi discepoli dicendo:
«... vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio ascen-
dere e discendere sul Figlio dell'uomo» (Io. 1, 35-51).
Qualche giorno dopo, sulle rive del Lago di Tiberiade,
chiama Pietro e Andrea, suo fratello, che stavano
pescando, e dice ad essi in forma categorica: «Ve-
nite dietro a me, e vi farò pescatori di uomini»
(Mt. 4, 18-19). Il gruppo dei discepoli aumenta di
giorno in giorno. Ben presto ne sceglierà dodici, li
manderà a predicare in suo nome e dirà loro: «Chi
accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me accoglie
colui che mi ha mandato» (Mt. 10, 40). Tutto ciò
mostra che G. era pienamente consapevole di essere
Inviatodell'Altissimo e che intendeva iniziare un vasto
movimento a carattere soprannaturale.
Poco dopo l'inizio della sua predicazione, va a
Nazareth, ove era vissuto molti anni da semplice
artigiano. La fama di ciò che aveva fatto nelle con-
GESÙ CRISTO
tradè di Galilèa era largamente diffusa tra i suoi compaesani. Entrò di sabato nella sinagoga per partecipare alla consueta riunione festiva, prese il rotolo delle S. Scritture, e cominciò a leggere un brano d'Isaia. Era il passo in cui il profeta tratteggia la consacrazione divina del C. venturo, e la sua funzione dottrinale e misericordiosa in mezzo al popolo (Is. 61, 1-2). Terminata la lettura, G. restituisce il rotolo all'inserviente, e spiega quei versetti dicendo: «Oggi si è compiuta questa scrittura nelle vostre orecchie» (cf. Lc. 5, 4, 16-21). E voleva dire: «Oggi con le vostre orecchie avete udito colui del quale ha scritto Isaia, cioè avete udito il C. vaticinato dal Profeta».
Per designare se stesso G. usa spese volte la espressione «Figlio dell'uomo». Ricorre nel Vangelo 84 volte, sia nei Sinottici che in S. Giovanni (cf. F. Roslanice, Filius hominis, Roma 1920, pp. 42-52, 65-66); e dall'analisi dei relativi testi si deduce che essa è in connessione con attributi messianici. E difatti, nei Sinottici, G. descrivendo il Giudizio finale, annunzia che il «Figlio dell'uomo» verrà maestosa-mente come re supremo, «insieme ai suoi angeli», per giudicare il genere umano (Mt. 25, 31-34). In tergo di Caifa, non si limita a confessare che egli è il C., ma aggiunge: «Vedrete il Figlio dell'uomo seduto a destra della Possanza e veniente sulle nubi del cielo» (ibid. 26, 64; cf. Mc. 14, 62; Lc. 22, 69). Nella guarigione del paralitico, G. dichiara che il «Figlio dell'uomo» ha il potere di rimettere i peccati, e compie il miracolo per mostrare la realtà di tale potere (Mt. 9, 6-7; Mc. 2, 10-12; Lc. 5, 24-25). Quando i Farisei accusano i suoi discepoli di aver violato il riposo festivo, G. ne prende le difese aggiungendo che il «Figlio dell'uomo» è padrone anche del sabato: cioè della legge sabatica da tutti ritenuta come divina (Mc. 2, 28). Il titolo «Figlio dell'uomo» esige quindi una spiegazione messianica. Il Vangelo di S. Giovanni conferma pienamente questa conclusione; anzi – più chiaramente dei Sinottici – presenta il «Figlio dell'uomo» come un essere preesistente, di origine celeste, come l'unigenito di Dio che ha assunto la natura umana (1,51; 3,13,16). Nei Vangeli pertanto «Figlio dell'uomo» significa «Re-Messia» e «Verbo incarnato». E poiché il Maestro fin dai primi giorni del suo ministero pubblico si attribuisce questo titolo (in tal senso), vuol dire che la sua coscienza messianica è chiara e netta fin da principio.
Rimproverato perché i discepoli non praticavano il digiuno e perché in una circostanza avevano violato il sabato, G. risponde come arbitro della legge stessa: I discepoli – dice – non digiunano perché si trovano insieme allo «sposo» nel periodo delle nozze messianiche: digiunaranno più tardi, quando sarà tolto loro lo sposo; in quanto poi al precetto del riposo sabatico si sappia che il Figlio dell'uomo è padrone anche del sabato (Mt. 9, 14-15; 12, 1-8).
G. esige un amore sommo, più grande di quello che si deve ai genitori e figli: «Chiunque ama la madre, e il padre più di me non è degno di me, e chi ama il figlio e la figlia al di sopra di me non può essere degno di me» (ibid. 10, 37). Questo amore deve realizzarsi attraverso l'osservanza delle «sue» leggi: «Se mi amate, osservate i miei comandamenti» (Io. 14, 15). Non solo si presenta come autore della «Legge Nuova», ma dichiara di essere il giudice supremo e universale, nelle cui mani il Padre ha trasferito ogni giudizio, compreso quello che avrà luogo alla fine del mondo (ibid. 5, 22, 27; Mt. 25, 31-46). La sua attitudine di fronte alla legge e al Regno di Dio non ha precedenti, nemmeno nei più grandi profeti d'Israele: egli parla a nome proprio e con autorità sovrana; si presenta come banditore e realizzatore d'un ordine nuovo che dovrà durare fino alla fine dei secoli; è consapevole di essere il maestro supremo dell'umanità, annunziatore della Buona Novella, fonte unica di benessere spirituale tra i popoli; rivendica a sé i poteri giudiziari più universali e più assoluti.
Tutto questo prova che egli ha inteso affermare in una forma ampia, categorica e inequivocabile la propria dignità messianica.
Un giorno si presentarono a G. alcuni discepoli del Battista, che languiva nelle prigioni di Erode, e gli domandarono: «Sei tu quegli che deve venire?». Come risposta il Maestro fa molti miracoli alla loro presenza quindi, applicandosi due brani profetici concernenti le opere meravigliose del Cristo (Is. 35, 5-6; 61, 1), soggiunge: «Andate e riferite a Giovanni quello che udite e mirate: i ciechi rivedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risuscitano e ai poveri viene annunziata la buona novella. E beato chi non si separa da me» (ibid. 11, 2-6). Nessuna risposta poteva essere più decisiva.
Nel colloquio con la Samaritana, avendo la donna fra l'altro detto che deve venire il Messia, che si chiama C., G. risponde: «Sono io che ti parlo» (Io. 4, 25-26). La stessa dichiarazione dove fare ai cittadini di Sychar, ove si fermò a predicare due giorni. Riferisce infatti il quarto Evangelista che molti di essi credettero in lui, e dicevano alla donna: «Non crediamo più per il tuo discorso: di fatto noi stessi abbiamo udito, e sappiamo che costui è davvero il Salvatore del mondo» (ibid. 4, 41-42).
Trovandosi un giorno presso Cesarea di Filippo, G. interrogò confidenzialmente gli Apostoli circa la sua personalità. Risponde Simon Pietro: «Tu sei il C., il Figlio del Dio vivente». G. approva in pieno tale risposta, e con ciò mostra chiaramente la sua coscienza messianica (Mt. 16, 13-19).
Soprattutto nei discorsi gerosolimitani, tenuti dinanzi ai caporioni del giudaismo, oppure riservati ai discepoli fedeli, il Maestro afferma ripetutamente la sua missione divina. Egli parla a nome di Jahveh, la sua dottrina gli è stata manifestata dal Padre celeste, nessuno può ottenere la salvezza se non per suo mezzo: sono questi i concetti su cui insiste con maggior forza (cf. Io. 7, 14-18, 37-38; 8, 31-36, 51; 10, 18; 14, 10; 15, 15; 16, 5-15).
Né si limita a presentarsi come «Rivelatore», ma addirittura come «la luce del mondo» (ibid. 8, 12), «la
buisce questo titolo (in tal senso), vuol dire che la sua coscienza messianica è chiara e net
resurrezione e la vita» per quanti lo seguiranno (ibid. 11, 25-26), «il mediatore» che rende efficaci le nostre preghiere presso l’Altissimo (ibid. 14, 13, 14; 16, 23-24), «la vita vera» a cui è necessario restare uniti come tralci per trarre la linfa soprannaturale (ibid. 15, 1-6), il C. mandato dal Padre (ibid. 17, 3).
Condotto al Sinedrio, il sommo sacerdote l’interroga solennemente per sapere se è il C., il Figlio di Dio: «Ti scongiuro per Iddio vivente che ci dica se tu sei il C., il Figlio di Dio». Risponde a lui G.: «Tu l’hai detto. Anzi vi dico che vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Possanza e veniente sulle nubi del cielo» (Mt. 26, 63-64). Su tale affermazione i Sinedristi fondarono la condanna.
Pertanto dalla presente breve indagine, omettendo altri passi e affermazioni categoriche, balza fuori questa conclusione criticamente incontestabile: G. ebbe sempre chiara e precisa la consapevolezza di essere il Messia atteso dai Giudei; fin da principio e nelle forme più varie ha ripetutamente affermato di essere il Rivelatore, il Legato mandato da Dio per la salvezza delle anime.
Il. LA PROVA DEI MIRACOLI. – Le riferite affermazioni del Maestro hanno un valore innegabile se si tiene presente la sua condotta religioso-morale, l’equilibrio perfetto delle sue facoltà e la realizzazione degli antichi vaticini.
Ma con ciò le esigenze del nostro spirito non sono quietate interamente. Le affermazioni di G. sono troppo straordinarie. Dobbiamo aspettarci che Dio intervenga in una maniera più singolare nella vita del suo Legato, per rendersi maggiormente garante della missione di lui.
Ha Dio contrassegnato la vita di G. con il sigillo della sua onnipotenza?
Chiunque legge il Vangelo resta colpito fin dalle prime pagine dai fatti straordinari che accompagnano la vita di C. Un angelo annunzia alla Madre il consecimento verginale; una schiera di angeli interviene alla sua nascita; un astro insolito guida alla sua culla alcuni magi d’Oriente; un sogno misterioso svela le insidie del re Erode; nel Battesimo una voce celeste proclama la sua filiazione divina, e così i prodigi si susseguono fino alla Risurrezione e Ascensione al Cielo.
Per il nostro scopo è sufficiente limitare l’indagine a quelli operati direttamente da G. Possono essere divisi in diverse categorie. Alcuni riguardano la natura inanimata o irrazionale; p. es., il cambiamento dell’acqua in vino al banchetto nuziale di Cana (Io. 2, 1-11), la tempesta sedata sul lago di Tiberiade (Mt. 8, 23-27), la duplice moltiplicazione dei piani (ibid. 14, 13-21; 15, 32-38), la duplice pesca miracolosa (Lc. 5, 4-10; Io. 21, 1-11),
il camminare di Gesù sulle onde (Mc. 6, 48-51). Altri furono fatti per liberare gli ossessi, molto numerosi a quei tempi (Mt. 8, 16; 8, 28-34; 17, 14-18, ecc.). Una quindicina riguardano guarigioni subitane da infermità diverse: come, per es., quella del lebbroso (ibid. 8, 2-4), del servo del centurione, paralitico e quasi morente (ibid. 8, 5-13; Lc. 7, 1-10), del paralitico di Cafarnao (Mt. 9, 1-8), dei due ciechi (ibid. 9, 27-31), del sordomuto (Mc. 7, 31-37), del cieco di Gerico (ibid. 10, 46-52), del paralitico di Gerusalemme (Io. 5, 1 sgg.), dell’idropico (Lc. 14, 1-4), del cieco nato (Io. 9, 1 sgg.).
Viene anche narrata la risurrezione di tre morti: del figlio unico della vedova di Naim (Lc. 7, 11-17), della figlia di Giauro (Mt. 9, 18-26) e di Lazzaro (Io. 11, 1-44).
Tutti gli Evangelisti ricordano molti altri miracoli senza fermarsi a descriverli. In Mt. 4, 23-24, si legge: «E girava in tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il Vangelo del Regno e curando ogni malattia e ogni lungore nel popolo. E la sua fama si sparsa nell’intera Siria, cosicché gli portarono tutti i male aventi, tenuti da varie malattie e dolori, indemoniati, lunatici e paralitici, e li curò».
E al cap. 15, 30-31: «E vennero presso di lui molte folle avendo con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e altri molti, e li posero ai suoi piedi; e li curò, sicché la folla restava meravigliata vedendo sordi parlanti, storpi sani, zoppi camminanti e ciechi veggenti: e glorificava Iddio d’Israele».
Marco a sua volta (3, 9-10): «E disse ai suoi discepoli che fosse ai suoi ordini una barchetta per via della folla affinché non lo comprimessero: curò infatti molti, sicché gli si gettavano addosso per toccarlo quanti avevano malori». Luca scrive (4, 40-41): «Tramontato poi il sole, tutti quanti avevano infermi per malattie varie li condussero a lui. Egli poi imponendo a ciascuno di essi le mani, li curava: uscivano anche demoni da molti gridando e dicendo: Tu sei il Figlio di Dio...». Giovanni nella prima conclusione del suo Vangelo rileva: «Molti altri prodigi fece G. al cospetto dei suoi discepoli che non sono stati scritti in questo libro...» (20, 30).
Si può pertanto affermare che i miracoli compiuti da C. assommano ad alcune centinaia. Nessuno degli Evangelisti ha voluto darcene una relazione completa; anzi ciascuno ha scelto liberamente tra quelli stessi che entrarono nella catechesi primitiva: è un’altra garanzia dell’indipendenza mutua di questi scrittori. Ciò accresce il valore della loro testimonianza.
I Vangeli sono libri storici degni della più alta considerazione. Due Evangelisti furono testi oculari e due attinsero notizie da quelli che avevano conosciuto G. Ne segue che i fatti miracolosi del Vangelo sono avvenuti realmente. D’altronde, la naturalezza e semplicità della descrizione, la serenità e obiettività dei rilievi, la mancanza di vera preoccupazione apologetica, il confronto con le narrazioni strane e mirabolanti degli apocrifi sono una conferma luminosa del loro alto valore storico.
Ma queste opere portentose attestano davvero uno speciale intervento dell’onnipotenza divina? Tra
scendono esse le misteriose forze della natura? Dopo
tante scoperte nel campo fisico e fisiologico, possono
i moderni credere alla soprannaturalità dei miracoli
di C. come ci credevano le folle semplici e incolte
della Palestina?
Trascurando un'analisi dei singoli miracoli (cf.
per questo i commentatori evangelici e L. Fonck,
I miracoli del Signore nel S. Vangelo, Roma 1914),
è sufficiente considerarli nell'insieme, tenendo pre-
sente il loro numero e la loro varietà. Anche se qualche
prodigio dovesse lasciare perplessi circa il suo carat-
tere trascendente, nella maggioranza sono tali da
escludere ogni dubbio ragionevole e prudente. Chi
potrebbe infatti attribuire alle forze della natura la
resurrezione di un morto da quattro giorni, la molti-
plicazione di cinque pani in modo da sfamare una
grande folla, la guarigione istantanea di persone ulce-
rate dalla lebbra, il ridare con la semplice parola la
vista ai ciechi? Tali fatti superano totalmente la
capacità e l'ordine delle forze naturali: essi postu-
lano in modo assoluto l'intervento libero del Crea-
tore (v. MIRACOLO).
I prodigi evangelici pertanto sono fatti storica-
mente sicuri; essi trascendono la capacità della natura
creata e postulano un intervento speciale della Divinità.
Resta un'ultima questione: in che rapporto
sono i miracoli con la persona di G.? Sono real-
mente ordinati ad accreditarlo tra gli uomini come
C. e Figlio di Dio? C. stesso ha stabilito ciò e in
modo inequivocabile.
Il Maestro presenta i suoi prodigi come una testi-
monianza divina in base a cui gli uomini debbono
credere che Egli è il Messia, il Figlio di Dio, e che
quindi la sua dottrina è rivelata. Si ricorda qual-
cuna delle sue dichiarazioni.
Quando il Battista dal carcere erodiano mandò alcuni
discepoli a chiedergli se fosse Egli «il Venturo» cioè il
C., oppure bisognasse attendere un altro, G. rispose:
«Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e mirate:
i ciechi rivedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono
mondati, i sordi odono, i morti risorgono e ai poveri viene
dato il buon annunzio. E beato chi non si divide da me»
(Mt. 11, 2-6). G. dunque si appella ai miracoli, più elo-
quenti d'ogni altra testimonianza, per provare la sua
messianità.
Al paralitico di Cafarnao condona subito le colpe
commesse. «Condonare le colpe! chi lo può se non
Dio?» mormorano i presenti. Come si giustifica G.?
«Affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere
sulla terra di perdonare i peccati (dice al paralitico):
«Lévati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua» (ibid.
9, 6-7).
Ai capi del giudaismo, mormoranti perché fa i mira-
coli di sabato, risponde: «Io ho una testimonianza mag-
giore di Giovanni: le opere infatti che il Padre mi ha
dato di compiere, queste opere che io compio (cioè i
prodigi) attestano su di me che il Padre mi ha mandato»
(Io. 5, 36). E altrove: «Se non compio le opere del Padre
mio (cioè, opere singolari, divine, miracolose), non vogliate
credermi; ma se le compio, e a me non volete credere,
credete alle opere, affinché sappiate e conosciate che il
Padre è in me, e io nel Padre» (ibid. 10, 37-38). I mira-
coli quindi nel pensiero di C. sono opere divine che di-
mostrano la sua missione.
Del resto, è mai possibile che Dio abbia concesso a
un impostore o a un illuso un potere taumaturgico così
vasto ed eminente quale si riscontra in G. C.? «Nessuno
può fare questi prodigi, se Dio non è con lui» pensava
Nicodemo con il suo buon senso, e lo pensa chiunque
non sia prevenuto da sofismi. I miracoli vengono dal-
l'Essere supremo e sono come un'aureola intorno al
taumaturgo: se Dio ha adornato G. di tanto splendore,
vuol dire che ha approvato la sua condotta e il suo inse-
gnamento, e quindi la sua messianità, che era come
l'anima e il fondamento di tutta la sua predicazione. Non
solo: G. ha affermato di essere l'Unigenito di Dio, uguale
al Padre e degno degli stessi onori. Se ciò non fosse vero,
avremmo un semplice uomo che divinizza se stesso: G.
sarebbe fondatore di un culto idolatrico. Ma allora,
avrebbe potuto Dio arricchirlo di tanti miracoli? Essi
quindi dimostrano che G. è Figlio di Dio in senso proprio.
III. IL MIRACOLO DELLA RISURREZIONE
La di- mostrazione trionfale tuttavia della messianità e di- vinità di G. è costituita dal miracolo della sua Ri- surrezione. G. stesso difatti e poi gli Apostoli hanno presentato tale Risurrezione come fatto d'impor- tanza capitale in quanto mostra l'origine divina del messaggio evangelico; essa è oggetto principalissimo di fede e fondamento inconsuoso della speranza dei credenti.Durante il ministero pubblico G. ha parlato più
volte della sua Morte e Resurrezione. Quando dopo
molti prodigi i farisei ebbero l'impontitudine di
chiedere un segno dal cielo, rispose: «Non sarà
dato altro segno se non quello di Giona profeta. Come
infatti Giona fu per tre giorni e tre notti nel ventre
di un cetaceo, così il Figlio dell'uomo sarà per tre
giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt. 12, 39-
40; cf. 16, 4). Dopo la confessione di Pietro a Cesa-
rea di Filippo, cominciò a insegnare più apertamente che doveva soffrir molto dagli anziani, dai
pontefici e dagli scribi, essere ucciso e quindi risor-
gere al terzo giorno (ibid. 16, 21). Lo stesso prean-
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**Gesta C

RISTO - L'Imperatore romano e l'Imperatrice Eudossia**
**incoronati da G. C. Avorio del sec. XI - Parigi, Gabinetto**
**delle medaglie.**

